Elettori in coda ad un seggio a Bamako, in Mali, il 29 marzo 2020 (Foto: Habib Kouyate/Xinhua)

Lo scorso 31 marzo, l’annuncio della commissione elettorale etiopica ha agitato le acque politiche ad Addis Abeba. Le elezioni parlamentari, programmate per il 29 agosto 2020, sono state rinviate a data da destinarsi a causa dei rischi di diffusione del nuovo coronavirus. Un appuntamento politico importante per il paese e per la leadership di Abiy Ahmed, che aveva assicurato lo svolgimento di consultazioni libere e trasparenti come momento di consolidamento della transizione dell’Etiopia verso un sistema di governo finalmente democratico.

La sfida politica per Abiy era resa, peraltro, ancor più cruciale da un ulteriore elemento: la decisione del giovane primo ministro di promuovere la costituzione di un nuovo partito, il Prosperity Party, che trascendesse la dimensione etnica dei singoli partiti in seno all’Ethiopian people’s revolutionary democratic front (Eprdf) – coalizione di forze al governo del paese da quasi trent’anni – aveva assunto i tratti di una vera e propria scommessa politica, che avrebbe potuto favorire il superamento delle ragioni di divisione etno-linguistica o, al contrario, alimentare il consenso di partiti a base etnica o regionale.

Le elezioni di agosto, dunque, si preannunciavano come uno spartiacque per la storia politica di un paese da oltre 110 milioni di abitanti.

L’annuncio dell’organismo elettorale nazionale, guidato dal 2018 da un’ex oppositrice al regime dell’Eprdf, Birtukan Mideksa, è giunto a sorpresa, quando il numero dei casi di contagio accertati nel paese non superava le poche decine e nessun morto era ancora stato registrato. È stata accolta, come prevedibile, non senza conseguenze: tensioni regionali sono riemerse e immediate sono state le accuse rivolte ad Abiy di voler posticipare le elezioni per rafforzare la presa sul potere.

Dal canto suo, il governo ha rimproverato alle opposizioni di voler sfruttare la situazione per destabilizzare il paese. A complicare la situazione, l’assenza di specifiche disposizioni costituzionali a disciplina di un’estensione dei termini del mandato del governo, in scadenza il prossimo settembre.

L’emanazione dello stato di emergenza, che consente al governo di ricorrere ai poteri necessari, inclusa la sospensione di diritti politici e democratici, per preservare pace e sicurezza nel paese, ha fatto seguito a una serie di disposizioni messe in atto tempestivamente per limitare l’impatto del virus, inclusa la chiusura di scuole e il divieto di assembramenti pubblici.

E mentre la comunità internazionale plaudiva alla capacità di Addis Abeba di reagire alla pandemia, le contraddizioni interne esplodevano. Le aperture del sistema politico decise da Abiy avevano già, in parte, accentuato le rivendicazioni etno-nazionali, ma il rinvio delle elezioni legislative e il rischio concreto di una crisi politico-istituzionale hanno contribuito ad alimentare la minaccia di nuovi focolai di insurrezione violenta.

Di fronte alla scelta tra prevenire i rischi di contagio a discapito delle pratiche democratiche, e rispettare la roadmap elettorale alimentando il pericolo di diffusione del virus, Addis Abeba ha scelto la prima strada. Che permette al primo ministro di restare ai vertici di comando delle istituzioni contando su una larga maggioranza parlamentare.

Mutharika se la gioca

L’incidenza del coronavirus sui processi elettorali continentali riflette, in Etiopia come altrove, il trade-off tra democrazia – formale o sostanziale che sia – e salute, tra la legittimazione delle istituzioni politiche, a discapito delle misure di distanziamento sociale, e la necessità di tenere sotto controllo la curva pandemica, in contesti sanitari caratterizzati da profonde cause di fragilità.

In Malawi, la decisione storica della Corte costituzionale di annullare i risultati delle elezioni presidenziali del luglio 2019, che avevano assicurato la vittoria al presidente in carica Peter Mutharika per diffuse irregolarità, ha posto le basi per lo svolgimento di nuove consultazioni. La commissione elettorale del paese ha fissato la nuova data al 2 luglio 2020.

Tuttavia, lo scoppio della pandemia di Covid-19 in Africa ha offerto al presidente Mutharika la possibilità di invocare lo stato di calamità, vietando assembramenti di più di cinque persone, eventi pubblici e comizi politici, ancor prima che alcun caso di contagio fosse accertato nel paese.

Nonostante le diffuse proteste, motivate dagli effetti devastanti delle restrizioni sulla vita delle comunità malawiane, l’emergenza sanitaria ha dato al presidente ad interim un’occasione insperata per restare al potere, indebolendo al contempo le prospettive di alternanza ai vertici delle istituzioni di Lilongwe.

Le elezioni restano confermate, ma alle condizioni attuali potrebbero doversi tenere in assenza di campagna elettorale – circostanza che danneggerebbe le opposizioni – o con modalità di voto alternative, coerentemente con le limitazioni imposte. Non è escluso, tuttavia, che il presidente in carica decida di sospenderne lo svolgimento, con gravi conseguenze sulla legittimità delle istituzioni di governo e concretizzando il rischio di un conflitto tra i poteri dello stato.

Al contrario, la crisi di coronavirus non ha impedito lo svolgimento di elezioni legislative e di un controverso referendum costituzionale in Guinea, pur in presenza di misure restrittive – a partire dal divieto di assembramento per più di cento persone – adottate da Conakry per limitare l’impatto della pandemia.

Oggetto di vaste manifestazioni di protesta represse con violenza dalle forze armate, il progetto di riforma costituzionale prevede un limite di due mandati presidenziali della durata di sei anni, ma potrebbe – come da prassi diffusa – consentire all’attuale presidente, Alpha Condé, in carica dal 2010, di candidarsi nuovamente. Segno di una tendenza crescentemente autoritaria del regime guineano, duramente contestato e boicottato dalle opposizioni, il referendum ha sancito l’approvazione della riforma costituzionale a larga maggioranza.

I rischi legati all’emergenza sanitaria, dunque, non hanno impedito la tenuta delle consultazioni referendarie, necessarie a consolidare il potere di Condé ai vertici dello stato; anzi, proprio la pandemia in corso ha causato l’annullamento della missione diplomatica di Ecowas nel paese, che avrebbe dovuto dissuadere Condé dai suoi intenti, lasciando campo libero ai progetti di riforma della maggioranza presidenziale.

Voto deciso e scontato

In Burundi, la pandemia di Covid-19 ha scritto una nuova pagina nella difficile vicenda delle relazioni tra il governo di Gitega e le Nazioni Unite. Il presidente Nkurunziza ha ordinato al rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Walter Kazadi Mulombo, e ai membri dell’équipe di risposta nazionale all’emergenza di lasciare il paese.

All’origine della decisione, le accuse di interferenze politiche: già nel 2018, le autorità burundesi avevano ordinato l’espulsione di esperti Onu incaricati di accertare le violazioni di diritti umani. La decisione del governo è stata presa a pochi giorni dallo svolgimento delle elezioni presidenziali, previste per il prossimo 20 maggio.

Anche qui, i rischi di un peggioramento della situazione sanitaria non hanno inciso sul processo elettorale: anzi, il governo ha di fatto negato la gravità della pandemia, incoraggiando i cittadini a proseguire nelle loro attività quotidiane.

Fattore di novità per le prossime consultazioni sarà la rinuncia di Nkurunziza a un nuovo mandato presidenziale, nonostante la riforma costituzionale del 2018 consentisse una sua ricandidatura.

La sua nomina a “guida suprema eterna” ha aperto la strada a una transizione guidata, che vedrà presumibilmente l’elezione di un suo fedelissimo, Evariste Ndayishimiye, alla presidenza, scongiurando nuovi rischi di insurrezione e garantendo la continuità di un sistema di potere consolidato. In tal senso, le elezioni sono funzionali al progetto di Nkurunziza di continuare a esercitare un ruolo di primo piano negli equilibri politici burundesi, pur ripristinando la legittimità formale dell’istituzione presidenziale.

Incertezza

Mentre la situazione sanitaria vede attualmente oltre 78mila casi accertati nel continente, e quasi tremila morti, l’impatto dell’emergenza coronavirus sui processi politico-elettorali in Africa potrebbe avere effetti ancor più dirompenti nei prossimi mesi, qualora la crisi non dovesse essere sotto controllo.

Elezioni legislative e presidenziali sono previste in molti stati del continente, dal Ghana alla Costa d’Avorio, dal Niger al Burkina Faso, ed eventuali rinvii rischierebbero di minacciare la stabilità di alcuni, o aggravare scenari di crisi politiche preesistenti a quella sanitaria. E ciononostante, il pericolo di una diffusione su larga scala dei numeri del contagio potrebbe renderne accettabile i costi politici.