Chi pensa che la politica non debba avere diritto di cittadinanza nel mondo dello sport, e del calcio in particolare, probabilmente non conosce la storia della Jeunesse Sportive de Kabylie (JSK).

In occasione della semifinale di CAF Confederation Cup (l’equivalente africano dell’Europa League), lo scorso 20 giugno, la formazione algerina ha indossato una maglia particolare, denominata AY-IZEM in omaggio del cantante Lounes Matoub, noto sostenitore della causa amazigh.

La nuova maglia in omaggio al cantante Lounes Matoub

Non si può, infatti, parlare di JSK senza menzionare la causa berbera, di cui i gialloverdi sono gli ambasciatori a livello calcistico sin dal giorno della loro fondazione, avvenuta nel luglio del 1946 in un caffè chiamato appunto Jeunesse Sportive. 

Per le vittorie occorrerà attendere qualche decennio. Gli anni Settanta sono quelli della svolta: dopo l’approdo in massima serie, i gialloverdi vincono tre volte il titolo nazionale. Addirittura nel ‘77, dopo aver conquistato il titolo nazionale, la formazione di Tizi Ouzou raggiunge anche la finale di Coppa d’Algeria. Sono gli anni più duri per i berberi, quelli in cui la Cabilia soffre le politiche di arabizzazione forzata. 

Si gioca allo stadio “5 Luglio” di Algeri, davanti a 50mila spettatori. In tribuna c’è anche Houari Boumedienne, al quale la Costituzione del ’72 ha attribuito il ruolo di presidente della repubblica. I berberi in maglia bianca e pantaloncini verdi affrontano i giallorossi del NASR di Hussein Dey, periferia est della capitale. L’inno nazionale, Qassaman, viene fischiato dai tifosi cabili, stanchi delle politiche panarabe importate dall’Egitto di Nasser.

Cantano canzoni in lingua amazigh ed espongono striscioni nei proibiti caratteri berberi.
Dopo venti minuti, Ali Fergani porta in vantaggio l’Hussein Dey, ma i tifosi rossoverdi non smettono di cantare e di creare imbarazzo in tribuna autorità. La squadra lo sente e capovolge il risultato prima dell’intervallo. Finisce 2-1. Il capitano, Mouloud Iboud, sale in tribuna a prendersi la coppa dalle mani di Boumedienne mentre i tifosi cantano in una lingua che non vuole morire.

Non è la prima volta che accade. Già quindici anni prima, qualche mese dopo l’indipendenza, era capitato un episodio simile in occasione di una sfida con il Mouloudia Club d’Alger. È il primo campionato dell’Algeria indipendente. In quel momento non sono ancora il club più blasonato e quello più titolato d’Algeria, cosa sulla quale i tifosi continuano a stuzzicarsi ancora oggi, ma rappresentano già due realtà agli antipodi.

In campo c’è anche la politica: da una parte i gialloverdi di Tizi Ouzou, la città delle ginestre nel cuore della Cabilia, una regione tanto enigmatica quanto desiderosa di mantenere una certa autonomia; dall’altra il Mouloudia Club d’Alger, che quattordici anni più tardi sarebbe diventata la prima squadra algerina a conquistare la Champions africana, a simboleggiare il potere centrale della capitale Algeri. 

Quel giorno, quando la JS Kabylie, dopo aver rimontato dallo 0-3 al 3-3, trova addirittura il gol del sorpasso, scoppia il pandemonio e tutte le questioni in sospeso emergono prepotentemente a galla. I tifosi del JSK invadono il terreno di gioco, mentre i giocatori rossoverdi si producono in una vergognosa caccia all’uomo contro l’arbitro, reo di aver convalidato la rete del 4-3, costretto a rifugiarsi negli spogliatoi per salvare la pelle.

È uno dei giorni più bui della storia del calcio algerino: alcuni giocatori del Mouloudia, come Mohammed Belahcene e Ali Berrekia, vengono radiati a vita dall’attività agonistica, la gara viene rinviata e la commissione disciplinare della Lega apre un’inchiesta, passata alla storia come “Affaire 107”: “È chiaro che un popolo si giudica anche da come si comporta negli stadi”, recita una delle motivazioni più famose.

Nel recupero della gara, giocata a porte chiuse sul neutro di Mèneveille, la vittoria conquistata sul campo nel primo round dalla JS Kabylie verrà declassata ad un pareggio, permettendo al MCA di rimanere in cima alla classifica e segnando l’inizio di una delle rivalità più accese e vibranti del Nordafrica.

Ne è la prova il fatto che pochissimi calciatori, nel corso di oltre mezzo secolo, hanno vestito entrambe le maglie. Due soltanto, inoltre, sono riusciti ad incidere con dei gol in tutti e due i sensi della classicissima: Mourad Aït Tahar negli anni ’90 e Farouk Belkaïd in tempi più recenti.

Il rapporto dei tifosi con la squadra è viscerale. La JSK non è una semplice squadra di calcio, ma uno strumento di legittimazione politica per un intero popolo. Non deve quindi stupire se, in più di un’occasione nel corso della storia, sono state proprio le vicende societarie dei gialloverdi a fare da detonatore a rivolte sociali e tumulti di piazza.

Come quando, sul finire degli anni ’70, la società passa nelle mani della Sonelec, la locale fabbrica di elettrodomestici, causando le ire della tifoseria cabila. Addirittura Lounes Moutub, il cantautore omaggiato dall’ultima maglia sfoggiata dai gialloverdi, scriverà una canzone dal titolo “Kksen Ay la JSK”, che in berbero significa “Ci hanno tolto la JSK”.

Successivamente, con l’avvento della primavera berbera e la fine dell’arabizzazione, la JSK recupererà la sua identità originaria e con essa arriveranno anche i primi successi internazionali: tra gli anni ’80 e ’90, infatti, la squadra di Tizi Ouzou salirà per ben due volte sul tetto del continente, conquistando due edizioni della Coppa dei Campioni africana.

La cosa più importante, però, l’avevano già ottenuta. Non è quindi difficile capire perché, oggi più che mai, ogni volta che la JSK entra in campo, i tifosi urlano: “Anwa wagui?” (Chi sono loro?), per poi gridare ancora più forte: “Imazighen!

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