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Il 5 luglio si festeggiano i 60 dell’indipendenza
Algeria: la pace sociale col bastone dell’esercito e la carota della rendita energetica
Un paese completamente trasformato. Scarseggiano oramai i segni della colonizzazione francese. Un paese che, con la guerra in Ucraìna, ha ritrovato una sua centralità nel Mediterraneo grazie alla scoperta di nuovi giacimenti gassiferi. Con i militari che hanno in mano le redini dello stato
04 Luglio 2022
Articolo di Luciano Ardesi
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algeria

L’Algeria festeggia, il 5 luglio, i 60 anni della propria indipendenza. Il governo ha preparato un logo ufficiale, una serie di manifestazioni, tra cui una parata militare nella capitale Algeri come non accadeva dagli anni ‘80. Per scaldare gli animi è ricorso a un ex-presidente della repubblica, il generale Lamine Zeroual, e ha messo in linea l’informazione.

È ancora un paese giovane, anche se i giovani che hanno fatto la rivoluzione sono anagraficamente in via di estinzione. Scomparso è soprattutto l’entusiasmo che segnò la fine di una lunga guerra di liberazione (1954-62) armata e sanguinosa, rimasta il simbolo di un’Africa indipendente. Come il continente, peraltro non ancora del tutto decolonizzato se si pensa al popolo sahrawi oppresso da un altro stato africano, il Marocco, anche l’Algeria si ritrova 60 anni dopo con enormi cambiamenti, ma con molti identici problemi di fondo irrisolti.

Il più esteso territorio africano

Un rapido cenno a quello che è diventato il più esteso territorio africano (dopo la divisione del Sudan) ci mostra un paese completamente trasformato: urbanizzazione, infrastrutture, industrie. I segni della colonizzazione francese sono ancora visibili qua e là, ma dominano ormai le costruzioni e i grandi lavori pubblici, soprattutto cinesi, a cominciare dalla Grande moschea che sorge a metà della baia d’Algeri. Voluta dal presidente Bouteflika, costretto nell’aprile 2019 a lasciare il potere prima della sua inaugurazione nel 2021, è la più grande moschea in Africa, col minareto più alto del mondo (265 metri).

La via del gas

Nel nuovo scenario internazionale, col Mediterraneo al centro della ricca via del gas per sostituire quello russo, l’Algeria ritrova una nuova centralità, tanto più che da quando la Russia ha iniziato l’invasione dell’Ucraìna, continua la scoperta di nuovi giacimenti. Sessant’anni fa l’indipendenza si è giocata sul petrolio e il gas, la Francia ha sognato fino all’ultimo di tenere per sé il Sahara algerino, dove aveva appena scoperto l’oro nero. Sessant’anni dopo l’Algeria indipendente rimane vincolata a questa ricchezza che contribuisce a mantenere in piedi l’economia del paese.

Pur avendo straordinarie fonti di energie rinnovabili, solare ed eolico, il paese è solo all’inizio della sua transizione ecologica. Il paese è il primo produttore africano di gas, ma il consumo interno ne assorbe buona parte.

Petrolio e gas dovevano diventare anche importanti strumenti di politica estera. Necessità tecnologiche e sbocchi hanno fatto abbandonare all’Algeria, dopo l’ubriacatura socialista (1962-1978), la tentazione autarchica. Ma la gestione di questa ricchezza non si è rivelata semplice, tanto più ora. Il gas doveva riportare la pace con Rabat, col gasdotto Maghreb-Europa (GME) che sbocca in Spagna passando per il Marocco. La rottura delle relazioni diplomatiche tra Algeri e Rabat sulla  questione del Sahara Occidentale, nel’agosto dello scorso anno, e l’aumento delle tensioni tra i due paesi, hanno portato l’Algeria a chiuderete il rubinetti del GME.

Oggi è Madrid a fornire gas a Rabat usando, all’inverso, il gasdotto, mentre Algeri minaccia la sospensione di qualsiasi fornitura se Madrid fornisse gas algerino al vicino.

Ipoteca dell’esercito

Ma è sul piano della politica interna che il paese non riesce a scrollarsi di dosso l’ipoteca dell’esercito che da sessant’anni regge ininterrottamente i destini del paese. Con qualche ritirata strategica sulla scena, come dopo la repressione sanguinosa della rivolta popolare dell’ottobre 1988, che ha consentito il multipartitismo e presidenti della repubblica civili, l’esercito mantiene strettamente in mano le redini del paese. Lo si è visto anche durante l’ultimo infelice tentativo di una rivolta popolare nonviolenta contro il sistema portato avanti per due anni ininterrottamente dal movimento Hirak. La classe politica screditata non avrebbe potuto reggere il colpo senza l’appoggio dell’esercito.

Non è un caso che sessant’anni dopo l’ex partito unico del Fronte di liberazione nazionale (Fln) sia tornato a essere il partito di maggioranza nel parlamento nelle ultime elezioni del giugno 2021.

Il bastone dell’esercito e la carota della rendita petrolifera hanno reso possibile imporre la pace sociale, tranne nei periodi di crisi del prezzo del petrolio. La guerra ucraìna ha ridato nuovo fiato all’economia algerina.

Nel frattempo la popolazione è cresciuta, la disoccupazione giovanile è una piaga persistente, mentre le disuguaglianze si approfondiscono. Il termometro è anche la fuga dei giovani, attraverso l’immigrazione clandestina. Sarà sempre più difficile convincere i giovani che i sacrifici dei loro nonni giustifichino quelli di oggi. Non c’è più nessuna liberazione in vista. E allora i giovani manifestano la loro delusione con rabbia e violenza.

La “nuova Algeria” evocata dal presidente Abdelmadjid Tebboune al momento della sua elezione non ha mantenuto le sue promesse.

 

 

 

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