“Uno stato civile, non uno militare”. È uno degli slogan che viene maggiormente ripetuto ogni venerdì da migliaia di algerini per le strade della capitale e delle principali città del paese, sottolineando che le richieste più importanti, sollevate da quando è nato il movimento popolare dell’Hirak – il 22 febbraio del 2019 – sono ancora valide, perché l’esercito e le forze di sicurezza dello stato controllano il governo civile e si rifiutano di passare il testimone.

Alla vigilia delle elezioni anticipate del 12 giugno si surriscalda la tensione sociale e aumenta il rifiuto popolare. Il parlamento era stato sciolto lo scorso febbraio. Tra milioni di algerini c’è la ferma convinzione che il regime cerchi, attraverso il voto, di imporre una maggioranza fedele al presidente Abdel Majid Tebboune.

Solo così, infatti, si faciliterebbe l’attuazione del piano strategico di preservazione dello status dei militari, redatto dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito, il maresciallo Ahmed Qaid Saleh, morto per arresto cardiaco alla fine del 2019.

Le ramificazioni dell’esercito rappresentano le ruote dello stato e il suo forte apparato di sicurezza interno mantiene un rigido controllo sulla vita pubblica, nonostante la parvenza di qualche concessione all’Hirak per smorzare la protesta. Vanno in questa direzione sia lo scioglimento del parlamento, eletto con la frode durante il governo dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, e l’arresto di diverse figure chiave del vecchio regime corrotto.

La magistratura algerina ha ricevuto chiare indicazioni dai nuovi vertici militari: sono state inflitte pene severe agli ex primi ministri Ahmed Ouyahia e Abdel Malek Sallal (12 anni di reclusione ciascuno), e un gran numero di ex ministri e uomini d’affari – componenti di un gruppo chiamato “gang” – è stato imprigionato con l’accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici, corruzione e gestione fraudolenta dell’economia e degli investimenti del paese.

Le divisioni governative

I nuovi vertici istituzionali sembrano intenzionati a completare il piano che prevede l’organizzazione delle elezioni legislative, ma si trovano ad affrontare una situazione esplosiva, e non solo nelle piazze. Mentre il regime, con i suoi apparati militari e civili, appare compatto di fronte al movimento popolare, deve tuttavia fare i conti con forti divisioni e fazioni all’interno della compagine governativa.

Ed è una storia che si ripete ciclicamente in Algeria. Se ripercorriamo gli eventi politici che il paese ha vissuto in questi anni, vediamo che, anche in mezzo a forti tensioni tra una fazione nell’esercito e l’establishment politico, l’Esercito popolare nazionale rimane l’istituzione più potente del paese e l’attore di spicco sulla scena politica algerina.

Ha sempre imposto la sua autorità al paese, senza governarlo direttamente, e la situazione continuerà così anche in futuro. Nonostante i conflitti interni riguardino anche i generali e i vari rami dei vertici militari, l’esercito nel suo insieme è consapevole di dover agire in modo compatto in difesa dei propri interessi e della stabilità del sistema di governo, di cui rappresenta la spina dorsale.

Nel frattempo peggiorano gli indicatori economici, con l’aumento dell’inflazione e il deprezzamento del dinaro. Forti segnali che, in assenza di vertici legittimati dalla volontà popolare, indicano come sarà sempre più difficile tenere le briglia del paese.

Consenso a tutti i costi

Il regime al potere deve ottenere pertanto, a tutti i costi, il consenso dei cittadini, convincendoli a tirare la cinghia in vista di nuove misure di austerità per affrontare la crisi economica, aggravata dall’aumento delle spese sanitarie per far fronte alla pandemia e dal crollo dei prezzi del petrolio. Con oltre 3mila decessi e più di 130 casi confermati a metà maggio, il governo fatica ad arginare il Covid-19 e a gestire la crisi sanitaria ed economica.

Su quest’ultimo fronte l’esecutivo sta cercando di compensare il forte calo dei proventi delle esportazioni di petrolio con il ricorso alle sue riserve estere. Ed è probabile che, mentre la pandemia galoppa, continui a farlo, mettendo a serio rischio la tenuta economica del paese.

Negli ultimi sei anni, infatti, le riserve sono state gravemente e pericolosamente spolpate, scendendo dai 194 miliardi di dollari del 2013 ai soli 62 del 2020. Calo vertiginoso che può portare, secondo gli analisti, alla scomparsa delle riserve estere entro la metà del 2021, se non si inverte la rotta.

Del resto è nettissima la dipendenza del paese dagli idrocarburi e non ci sono alternative in vista. Il presidente Tebboune si avventura, spesso, in discorsi che mirano alla diversificazione dell’economia. Ma è solo retorica. Quando, invece, auspica lo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas nel sud del paese, è probabile che questo tentativo porti a un conflitto molto acceso con le popolazioni di quelle terre davvero sensibili alle questioni ambientali.

Per due decenni, dalla fine della guerra civile nel 1999, la maggiore preoccupazione degli algerini è stata quella di uscire definitivamente dal vortice degli attentati terroristici che hanno a lungo insanguinato il paese. Oggi, invece, chiedono la democrazia e non sono più disposti a tollerare una facciata democratica legittimata da elezioni apparentemente svoltesi regolarmente, ma che, invece, sono manovrate dalla lunga mano dei militari.

Ora non è più possibile, a meno di una netta svolta, preservare nella pace il contratto sociale che dura da tanti anni nel paese. Ma richiederà molto tempo il passaggio a un sistema che garantisca davvero la sovranità popolare in Algeria; in particolare non sarà immediata la nascita di un nuovo rapporto tra civili e militari, così come una rinnovata gestione di importanti sfide regionali.

L’Algeria, infatti, rimane un potenziale hotspot per il passaggio in Europa dei migranti provenienti dal versante occidentale dell’Africa subsahariana. La sua posizione strategica è spesso stata un pretesto, da parte delle autorità del paese, per denunciare “rischi esterni”, in modo da giustificare il rifiuto per qualsiasi cambiamento interno.

Un modo, poi, per avere mano libera per accusare chi chiede il cambiamento di essere «agenti di mani esterne che cercano di minare la stabilità dell’Algeria», e poter così incarcerare un gran numero di suoi oppositori, in particolare gli attivisti del movimento Hirak. Gli ultimi arresti solo ieri, alla vigilia del voto anticipato del 12 giugno.

(Articolo pubblicato sul numero di giugno di Nigrizia)

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