In corteo ad Algeri le donne del Coordinamento nazionale degli universitari algerini per il cambiamento (algerie9.com)

Al grido di “Via il sistema”, migliaia di donne algerine hanno protestato lo scorso 8 marzo ad Algeri, chiedendo l’abrogazione del codice di famiglia, come parte integrante del movimento di contestazione anti-sistema Hirak che va avanti, con un periodo di pausa dovuto alla pandemia, dal 2019.

Dietro uno striscione che recitava “8 marzo 2021: siamo in strada per il cambiamento”, il corteo, partito dalla centrale via Didouche-Mourad si è diretto, come di consueto, verso piazza della Grande Poste.

Tra gli altri slogan scanditi durante la protesta: “Abrogazione del codice dell’infamia” (in riferimento al codice di famiglia, ndr) e “Uguaglianza tra uomini e donne”. Approvato nel 1984 e rivisto nel 2005, il codice di famiglia, ispirato in parte alla legge islamica, è stato duramente criticato, come anti-costituzionale, dai movimenti per la difesa dei diritti delle donne. 

Una mobilitazione, tante rivendicazioni

Hanno partecipato al corteo anche storiche figure del femminismo algerino, come Louisette Ighilhariz, 84 anni, combattente nella guerra di indipendenza e militante dell’Hirak, insieme alle madri degli scomparsi durante la guerra civile (1992-2002). Proprio lo scorso 9 marzo, il presidente francese Emmanuel Macron, ha confermato la volontà di velocizzare la pubblicazione dei documenti secretati sulla guerra di indipendenza algerina (1954-1962).

Tra le critiche avanzate a gran voce dalle donne algerine, ci sono prima di tutto le violenze contro le donne. Molte manifestanti hanno mostrato immagini di vittime di femminicidi nel paese. In particolare l’associazione Algeria Femminicidi ha censito almeno cinquanta morti di donne per femminicidio nel 2020 e 70 nel 2019. Un numero ben al di sotto delle stime reali, secondo molti attivisti.

Al di là delle richieste di uguaglianza, le manifestanti hanno duramente criticato anche un recente progetto di legge che prevede di togliere la cittadinanza algerina a chi commette all’estero “atti che arrecano pregiudizi agli interessi dello stato”. L’iniziativa del ministro della giustizia Belkacem Zeghmati, ha scatenato una levata di scudi tra gli oppositori politici e i militanti dell’Hirak che considerano la bozza di legge come un modo per controllare la vasta diaspora algerina all’estero.

Al corteo erano presenti anche le donne del movimento islamista Rachad che dall’inizio dell’Hirak partecipa a un dialogo politico sulla lotta contro il sistema con le altre componenti del movimento. «Nonostante le prove di dialogo, Rachad mantiene le sue posizioni conservatrici. La sua presenza in massa alla manifestazione dell’8 marzo rappresenta una vera e propria prova di forza. Per esempio, le donne di Rachad non chiedono l’abrogazione del codice di famiglia», ci ha spiegato la giornalista e attivista algerina Makaci Thinehinane.

«La loro presenza l’8 marzo è stata una sorpresa. Di solito partecipano alle manifestazioni del venerdì. Non sono mancati alterchi tra femministe e manifestanti del movimento Rachad durante la marcia. Il clima resta ancora molto teso. Molti si rendono conto che l’accordo in vigore tra democratici e conservatori, la separazione delle rivendicazioni dei diritti delle donne e delle questioni socio-economiche dalle richieste più generali dell’Hirak di mettere ‘fine al sistema’ non sta giocando a favore del movimento», ha aggiunto Makaci.

Alcune componenti del corteo dell’8 marzo hanno scandito anche altri slogan, rivolti al presidente algerino Abdelmajid Tebboune che alla vigilia del secondo anniversario del movimento, lo scorso 22 febbraio, aveva annunciato lo scioglimento del parlamento, elezioni legislative anticipate e il rilascio di 66 attivisti in prigione: “Tebboune è al potere con la frode, stato civile e non militare”.

Piccoli alterchi con la polizia che si è schierata in gran numero alle porte dell’Università e all’ingresso di via Hassiba Ben Bouali hanno avuto luogo alla fine della manifestazione, in seguito all’intervento dei poliziotti che hanno obbligato alcune manifestanti a lasciare il centro di Algeri. Simili manifestazioni hanno avuto luogo anche a Tizi Ouzou e Bejaia in Kabilia. Le manifestanti portavano bandiere e scandivano slogan come “Chiediamo la libertà”, “Via il codice della famiglia”, secondo quanto riportato dai media locali.

Il manifesto di Oussedik e Salih

La mobilitazione delle donne algerine ha coinvolto anche importanti esponenti della società civile del paese, tra cui la sociologa Fatma Oussedik e la sindacalista Soumia Salih. E ha messo in luce anche i legami delle nuove generazioni di attiviste con storiche figure del femminismo algerino: Djamila Bouhired, Louisa Oudarene, Yamina Cherrad, Drifa Benmehidi e Bouziane Louisa. In particolare, nel manifesto delle donne algerine, scritto a quattro mani da Oussedik e Salih, e pubblicato dal quotidiano Liberté, si fa riferimento a quanto il movimento femminista algerino preceda l’Hirak e sia l’espressione di una richiesta più generale di uguaglianza.

Grazie alle campagne organizzate dalle lavoratrici del sindacato Unione generale dei lavoratori algerini (Ugta), attraverso seminari e campagne di denuncia, le lavoratrici algerine hanno denunciato una costante precarizzazione, disoccupazione e sfruttamento nei posti di lavoro.

Il 25 novembre è diventato il giorno di protesta contro la violenza sulle donne e contro il femminicidio in Algeria. Esempi di indignazione sollevati dalle violenze contro le donne sono le numerose maratone di solidarietà popolare che si sono tenute a Magra nel 2015, dopo il femminicidio di Razika Cherif, uccisa dal suo stalker, fino al caso della giovane runner, Ryma, aggredita verbalmente nel 2018 con il pretesto di accusarla di fare sport all’aperto durante il Ramadan.

Non solo. Vari sono i casi di donne che sono state arrestate o aggredite dalla polizia algerina durante le manifestazioni negli ultimi anni. Uno su tutti è quello di Amel Hadjadj. L’attivista per i diritti delle donne e i diritti Lgbt è stata vittima di un arresto arbitrario e di abusi da parte della polizia il 21 novembre 2019.

“Se ammettiamo che le violenze istituzionali, fisiche, morali e simboliche sono la regola nel nostro paese, se osserviamo la diffusione di messaggi sui social network che incitano alla violenza contro le donne che portano abiti sportivi […] si può comprendere l’urgenza della nostra lotta, il dovere delle donne algerine di organizzarsi”, si legge nel manifesto.

Non mancano i passi avanti che confermano molte femministe algerine, come la presenza sempre più numerosa di donne nello spazio pubblico, nelle università, nella gestione urbana, nella vita economica, nonostante l’uguaglianza e la partecipazione femminile nei ruoli decisionali sia ancora minoritaria.  

Le donne algerine hanno partecipato in massa al movimento Hirak sin dai suoi esordi, nonostante le resistenze di conservatori e democratici nel porre al centro delle rivendicazioni politiche i diritti delle donne. La pandemia di Covid-19 ha colpito moltissimo le donne algerine che hanno perso il lavoro più degli uomini e hanno visto crescere i tassi di aggressioni, violenze domestiche, coniugali e familiari, fisiche e morali.