L’ex presidente algerino Adbelaziz Bouteflika è stato inumato ieri, 19 settembre, nello spiazzo dei “martiri” del cimitero El-Alia di Algeri che accoglie le tombe dei leader della guerra di liberazione e degli ex-presidenti. Erano presenti il presidente Tebboune e le più alte cariche civili e militari dello Stato.

Una decisione non scontata dopo che la notizia del decesso di Bouteflika, 84 anni, era stata data nella tarda serata di venerdì 17 dalla presidenza della repubblica, ripresa da un banner alla tv, e solo il giorno dopo in modo molto scarno dall’agenzia ufficiale, prima di essere via via arricchita da una biografia essenziale e poi dalla decisione del governo di ordinare tre giorni con le bandiere a mezz’asta, ma senza proclamare il lutto nazionale. Le cerimonie ufficiali dopo il decesso sono state dunque più contenute rispetto ai suoi predecessori, segno di un evidente imbarazzo.

Bouteflika era infatti un presidente decaduto. Una fine senza gloria come titola il quotidiano El Watan.  Nel 2019 era stato costretto a dimettersi a furor di popolo e a rinunciare ad un quinto mandato dopo vent’anni alla testa dello Stato. È stata del resto la decisione di ricandidare un presidente visibilmente incapace di governare, dopo l’ictus che lo aveva colpito nel 2013, a rendere evidente il sistema di potere costruito attorno al suo fantasma.

Dal febbraio 2019 la scelta della sua ricandidatura ha scatenato così l’indignazione in tutto il paese del movimento popolare nonviolento Hirak (“movimento” in arabo), che è continuato anche dopo la rinuncia e le dimissioni di Bouteflika, proprio perché l’obiettivo è diventato il “sistema” di potere e non tanto la persona dell’ormai ex-presidente.

Le reazioni alla notizia della morte sono state diverse. Scontata è stata la denuncia della corruzione con cui si era circondato, la sottolineatura del ruolo del fratello Saïd, di fatto il reggente del clan al potere, e finito nel tritacarne della giustizia. I diversi i commenti e gli apprezzamenti sulla sua lunga carriera si susseguono da ieri suoi quotidiani. Non è mancato anche un senso di pietà per un uomo da tempo incapace di decidere del proprio destino.

Tra le condoglianze di capi di Stato, malgrado la recente rottura delle relazioni diplomatiche di Algeri con Rabat, ci sono quelle di Mohammed VI del Marocco, che non ha perso l’occasione di evidenziare, maliziosamente, come Bouteflika fosse nato a Oujda, in Marocco. La città è alla frontiera con l’Algeria, e l’ex presidente è nato da una famiglia algerina.

Dalla militanza militare a quella politica 

Un bilancio della lunga carriera di Bouteflika è esercizio complesso, il più banale è quello di dividerla in due. La prima ha inizio con la sua militanza nei ranghi dell’esercito di liberazione nazionale, durante la guerra d’indipendenza in cui si lega al colonnello Houari Boumedienne, futuro uomo forte del paese.

Nel 1962, a soli 25 anni, fa ingresso, come ministro della gioventù, nel primo governo dell’Algeria indipendente, quello di Ben Bella, per passare poco dopo agli esteri, il più giovane ministro degli esteri dell’epoca. Il legame col colonnello Boumedienne gli assicura la permanenza agli esteri quando il colpo di stato militare (1965) estromette Ben Bella. Sarà l’artefice sulla scena internazionale dell’Algeria anticolonialista, non allineata e terzomondista.

Dopo la morte di Boumediene, nel 1978, l’esercito mantiene le redini del paese, e Bouteflika cade in disgrazia e, dopo una breve parentesi da ministro senza portafoglio, è costretto all’esilio, inseguito da denunce di malversazioni. Ben prima dell’esilio è un mito, non solo per la sua abilità di negoziatore, ma per la sua frequentazione del jet set diplomatico, il buon vivere e la sregolatezza, che hanno alimentato numerose leggende. In questo periodo ha interpretato quella vita libera, ed in parte spericolata, che i suoi giovani connazionali maschi sognano e invidiano.

Bouteflika ritrova la scena nazionale solo alla fine del decennio nero degli anni ’90, che ha visto l’offensiva del terrorismo fondamentalista islamico. L’Algeria stremata fa ricorso ai suoi padri fondatori, a cominciare da Mohamed Boudiaf, uno degli iniziatori nel 1954 della lotta di liberazione nazionale. Richiamato in patria da un lungo esilio, Boudiaf viene assassinato nel 1992, in circostanze mai chiarite, subito dopo essere stato messo alla testa dello Stato. Abdelaziz Bouteflika è l’ultimo di questi padri cui la patria fa appello, nel 1999, quando si presenta alle elezioni e viene eletto a grande maggioranza, con il seguito di brogli elettorali.

Da riconciliatore a ostaggio degli apparati economici e militari

Questa parte della “seconda” vita di Bouteflika inizia col grande ed ambizioso disegno di riconciliare il paese lacerato dalla guerra interna. Nell’anno della sua elezione fa approvare la legge della “concordia civile” completata da quella sulla “concordia civile” che amnistia i due campi, i militari colpevoli di esazioni, da una parte, e i terroristi dall’altra.

Dopo essere stato rieletto una prima volta, nel 2008 fa modificare la Costituzione per togliere il vincolo dei due mandati presidenziali, aprendogli la strada a due nuove conferme, l’ultima quando non è già più in grado di fare campagna elettorale e di governare, e alla più lunga presidenza nella storia dell’Algeria indipendente.

Il declino del paese, sia sul piano interno a causa della crisi economica, che quello internazionale con una diplomazia ridotta al lumicino, si accentua nell’ultimo decennio della sua presidenza. Malgrado ciò, se sotto la sua presidenza l’Algeria non conosce le rivolte popolari degli altri paesi arabi del 2010-11, non è certo merito di una strategia politica di Bouteflika, ma della particolarità delle vicende del paese.

Questi due periodi apparentemente distanti e diversi della vita di Bouteflika, hanno il tratto in comune di un uomo ambizioso legato al sistema di potere, come si è evoluto nel paese, con l’esercito, o meglio gli alti gradi militari, prendere sempre più il controllo sulla società, soprattutto attraverso gli apparati di sorveglianza, e sull’economia.

In questo blocco di potere Bouteflika si inserisce  fin da subito, subisce ad un certo punto l’emarginazione, perché è un sistema in perenne lotta per l’egemonia, ambisce a prenderne il controllo con la rimozione dei vertici militari, fino ad interpretare il sistema stesso mettendo ai posti chiave i suoi fedeli. Ciò gli permette di restare nominalmente al potere anche quando, dal 2013, non è più in grado di esercitarlo.

Malgrado l’elezione di un presidente, l’approvazione di  una nuova Costituzione e le prime elezioni parlamentari dopo la caduta di Bouteflika, è ancora questo il sistema che oggi governa il vertice dello Stato, anche se molti attori sono cambiati. Ed è un sistema che, come quello precedente, si regge sulla repressione che nel frattempo ha messo a tacere la contestazione dell’Hirak.

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