Burkina Faso Politica e Società
Il presidente Roch Marc Christian Kaboré agli arresti
Burkina Faso, i veleni del golpe
I militari che hanno preso il potere chiedevano più mezzi per combattere il jihadismo e cambiamenti ai vertici dell’esercito. E la crescente insicurezza ha alimentato l’astio popolare contro il governo e la Francia
25 Gennaio 2022
Articolo di Redazione
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Burkina Faso golpe
Il capitano Sidsoré Kader Ouedraogo mentre annunciava alla nazione l'avvenuto golpe (Credit: Rtb Tv)

Il colpo di stato militare maturato tra domenica 23 e lunedì 24 gennaio in Burkina Faso è figlio della crescente inquietudine che serpeggiava all’interno dell’esercito e del malcontento diffuso tra la popolazione. Un malessere che si è acuito negli ultimi mesi e che è sintetizzabile nell’accusa che sia la piazza sia i militari hanno ripetuto al presidente Roch Marc Christian Kaboré: non essere in grado di far fronte alle violenze jihadiste che dal 2015 rendono insicure vaste aree del paese.

I militari, guidati dal colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, dicono che non c’è stato alcun spargimento di sangue (come avvenuto in Mali nell’agosto 2020 e in Guinea lo scorso settembre), ma in queste ore non è ancora chiaro dove sia detenuto il presidente Kaboré, al potere dal 2015 e rieletto nel novembre 2020 per un secondo mandato.

I golpisti si sono limitati a rassicurare che «in un tempo ragionevole» ci sarà il ritorno a un ordine costituzionale. Nel frattempo hanno sciolto governo e parlamento, sospeso la Costituzione, chiuso le frontiere e instaurato il coprifuoco notturno.

I prossimi giorni diranno se si innescheranno o meno rese dei conti tra gli altri gradi dell’esercito. I militari avevano infatti chiesto in più occasioni al governo di avere più mezzi per combattere i jihadisti, specie al nord nella regione delle tre frontiere (Mali, Niger, Burkina Faso), e soprattutto avevano reclamato consistenti cambiamenti in seno allo stato maggiore.

Per ora i golpisti incassano il sostegno di settori della popolazione e manifestazioni in loro favore si sono tenute nella capitale Ouagadougou. Manifestazioni non inaspettate, se si tiene conto che il secondo mandato del presidente Kaboré non è mai stato in sintonia con i cittadini burkinabè.

Modello Mali

Solo il 20 gennaio scorso, il sindaco di Ouagadougou aveva vietato, per ragioni di sicurezza, due mobilitazioni previste per il 22 gennaio. La prima – lanciata dal movimento della società civile Sauvons le Burkina – voleva chiamare in causa «l’incapacità del governo» nell’arginare le azioni terroristiche compiute da milizie affiliate ad al-Qaida e al gruppo Stato islamico.

Una situazione di insicurezza che ha provocato in sette anni oltre 2.000 morti e 1,5 milioni di profughi. La seconda, indetta dalla Coalizione dei patrioti africani, era a favore della giunta militare che governa il Mali e per indurre la Comunità economica dell’Africa occidentale – che chiede si chiuda la transizione iniziata un anno e mezzo fa e che il potere ritorni nelle mani dei civili – a togliere le sanzioni contro il paese.

Da non dimenticare poi che lo scorso 20 novembre ci sono state mobilitazioni per impedire il passaggio di un convoglio logistico dell’esercito francese (60 camion) proveniente dalla Costa d’Avorio e diretto in Niger.

Una protesta che dice della diffidenza nei confronti di Parigi e che ritiene di dubbia efficacia la presenza francese nel Sahel, in funzione anti-jihadista, con la missione Barkhane: iniziata nel 2013, conta 5.000 uomini e entro il 2023 il dispositivo militare sarà dimezzato. Dunque, come in Mali, anche in Burkina Faso sta montando un sentimento antifrancese di cui dovranno tener conto anche i golpisti di Ouagadougou. (RZ)

 

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