È l’attacco più sanguinoso dal 2015 e nella storia del paese, quello effettuato da uomini armati non identificati (presunti jihadisti?) che nella notte tra il 4 e il 5 giugno hanno assaltato il villaggio di Solhan (nel nordest del paese) facendo 160 morti (tra loro anche 20 bambini), sepolti sabato stesso in tre fosse comuni dalla gente del posto.

Solhan – località di 3mila abitanti a una quindicina di chilometri da Sebba, capoluogo della provincia del Yagha, nel nordest del paese – che negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi gli attacchi dei jihadisti di al-Qaeda e dello Stato islamico, al centro com’è della zona detta “delle tre frontiere“, tra il Burkina, il Mali e il Niger – è diventato un villaggio fantasma.

Burkina Faso: provincia del Yagha (Wikipedia)

Le forze di sicurezza hanno subito preso posizione ma intanto gli assalitori avevano distrutto tutto, incendiando case, mercato, scuola, dispensario… e portato via quanto potevano.

I Volontari per la difesa della patria (giovani armati che affiancano a livello locale l’esercito burkinabè) potrebbero essere la ragione dell’attacco da parte di uomini armati. La loro azione è molto controversa e certo non gradita ai gruppi jihadisti. L’attacco è cominciato proprio contro il loro avamposto.

Ma il Jnim, il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, diretto da Iyad Ag Ghaly, primo sospettato dell’attacco, ha smentito di aver commesso questo massacro. In un comunicato, il gruppo armato, legato ad al-Qaida, condanna anzi la strage che «non ha nulla a che vedere con l’islam nel jihad e la lotta in nome di Dio». A oggi l’attacco non è stato rivendicato, nemmeno dallo Stato islamico che opera nella zona.

Comunicato del Jnim

La popolazione, che ha perso tutto nell’incendio delle proprie case e beni, è fuggita in massa da Solhan (il governo parla di oltre 7mila famiglie, l’Unhcr di oltre 3.300 persone, tra cui 2mila bambini e 500 donne) verso le vicine Sebba e Dori.

Il presidente Roch Marc Christian Kaboré e tutta la classe politica burkinabè hanno condannato l’attacco definendolo “atto ignobile”. Kaboré assicurava al suo popolo che l’esercito e le forze di sicurezza erano già sul campo per «neutralizzare i terroristi», e invitava tutti «a rimanere uniti e saldi contro le forze oscurantiste».

E come sempre, dopo fatti così deprecabili, abbiamo assistito alla condanna unanime dell’attacco da parte della comunità internazionale. Il Segretario generale dell’Onu António Guterres ha sottolineato «la necessità urgente che la comunità internazionale rafforzi il suo sostegno a uno dei suoi membri in questa lotta contro la violenza estremista e il suo bilancio umano inaccettabile».

L’Unione europea, da parte sua, oltre alla condanna di «questi attacchi vigliacchi e barbari», chiede che si faccia il possibile «per assicurare alla giustizia gli autori di simili atti».

L’attacco massiccio di Solhan avviene dopo quello della sera del 4 giugno contro un villaggio della stessa regione, Tadaryat, in cui almeno 14 persone avevano trovato la morte. Una settimana prima c’erano stati altri due attacchi nella stessa zona che avevano fatto 4 morti. E ancora: il 17 e il 18 maggio, 15 persone e un soldato erano stati uccisi in due assalti contro un villaggio e una pattuglia nel nordest del paese.

Tutto ciò dimostra quanto le forze di sicurezza burkinabè non arrivino a sradicare la spirale di violenze jihadiste che dal 2015 hanno fatto più di 1.400 morti e un milione di sfollati, in fuga dalle zone di violenza.

Il Burkina Faso, paese saheliano povero che confina con Mali e Niger, da 6 anni si trova a combattere contro forze jihadiste che attaccano in maniera sempre più frequente e sanguinosa. Nonostante diverse offensive, le forze francesi di Barkhane (5mila uomini) e quelle del G5 Sahel (Mali, Niger, Ciad, Mauritania e Burkina) non arrivano a contenere l’imperversare dei jihadisti.

L’obiettivo militare è proprio “la zona delle tre frontiere”. E la priorità è lo Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs). A un anno e mezzo dal vertice di Pau in cui, il 13 gennaio 2020, il presidente francese Emmanuel Macron aveva riunito i capi di Stato del G5 Sahel, la forza Barkhane dice di aver colpito pesantemente i gruppi jihadisti. Doveroso però riconoscere che i ripetuti attacchi dei jihadisti in Mali, Burkina e Niger dicono che rimane ancora molto da fare per riportare sicurezza da quelle parti d’Africa.

Ma non sarebbe forse giunto il momento di riscoprire la parola “dialogo”, anche con chi oggi ancora è considerato il “nemico da abbattere”?