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Drammatica situazione nel Sahel
Operazione Barkhane: la rabbia delle popolazioni contro i francesi
Bloccati i convogli diretti a Gao. Manifestazioni così violente da rappresentare una prima volta per le dimensioni assunte. La gente si chiede a che cosa serva Parigi se la situazione, sia economica che in termini di sicurezza, peggiora ogni giorno
02 Dicembre 2021
Articolo di Redazione
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barkhane

L’impegno francese nel Sahel è sempre più inviso. Soprattutto dalle popolazioni locali, ostili alla presenza militare di Parigi.

Le mobilitazioni contro il passaggio del convoglio militare transalpino della Operazione Barkhane a Kaya (Burkina Faso) e a Téra (Niger) di metà e fine novembre rappresentano una prima volta per le dimensioni assunte dalla contestazione contro l’intervento francese nelle zone del conflitto.

In precedenza, le manifestazioni erano limitate alle capitali Bamako (Mali) e Ouagadougou (Burkina Faso).

Parigi si dovrà interrogare, ora, sul perché e su come affrontare questo astio da parte delle popolazioni, più o meno influenzate dai gruppi armati jihadisti.

I fatti

Ma che cosa è accaduto? Dal 2013, data di inizio dell’intervento francese in Mali, i materiali, i viveri, le munizioni della missione arrivano al porto di Abidjan (Costa d’Avorio) e vengono poi trasportati su strada a Gao (Mali), dove si trova il centro dell’Operazione Barkhane.

In linea d’aria, questo viaggio è di 1.200 km, ma su strada bisogna percorrerne più di 2mila, attraversare gran parte della Costa d’Avorio, del Burkina Faso, fare una deviazione via Niamey in Niger, per raggiungere la meta finale.

Fino allo scoppio degli incidenti, tutti quei convogli avevano attraversato questi paesi senza grossi incidenti, ad eccezione del periodo in cui la Costa d’Avorio, nel 2011, era in preda alla guerra civile.

La svolta

Ma lo scorso novembre la situazione è totalmente sfuggita di mano. Partito il 14  novembre da Abidjan, il convoglio è stato rallentato una prima volta durante la traversata di Bobo Dioulasso, poi una seconda volta a Ouagadougou in Burkina.

Ma è stato quando è arrivato a Kaya che la situazione è peggiorata. I manifestanti hanno bloccato i 90 camion al grido di “Via la Francia dal paese”. Hanno eretto posti di blocco, lanciato pietre, cercato di aprire i container. L’esercito francese ha atteso stando attento a non aggiungere benzina al fuoco. Tuttavia, durante gli assalti dei manifestanti sono stati sparati colpi di avvertimento e 4 persone sono rimaste ferite. E resta ancora incerto se siano stati colpi sparati da burkinabé o da militari francesi.

Le trattative

La voce, grazie anche ai social network, del convoglio in difficoltà ha iniziato a girare rapidamente. E sono arrivati in molti a ingrossare le fila dei contestatori. Una situazione surreale durata fino al 26 novembre. Ci sono voluti 8 giorni di trattative con le autorità burkinabè affinché la colonna riprendesse il suo viaggio.

Nuovo stop a Téra

Il giorno successivo, sabato 27, a Téra nella regione nigerina di Tillabéri, il convoglio Barkhane, questa volta scortato dalla gendarmeria locale, è stato nuovamente attaccato da manifestanti armati di pietre e bastoni. E si sono replicate le scene dei giorni precedenti.

I soldati hanno sparato colpi di avvertimento per uscire da una situazione complicata. Bilancio: 2 morti e 11 feriti gravi. Due giorni dopo, un terzo uomo è morto per le ferite riportate. Anche in questo caso c’è stato un rimpallo di responsabilità tra francesi e nigerini sulla paternità degli spari.

Le ragioni dell’ira

I morti, i feriti e la negazione di responsabilità ovviamente non hanno calmato le popolazioni locali. Il risentimento antifrancese nella regione non è nuovo, è sempre esistito più o meno dai tempi della colonizzazione. Ma è soprattutto con le guerre del 2011 in Libia e in Costa d’Avorio che è cresciuto.

Infine, il persistente deterioramento della sicurezza in tutta la striscia sahelo-sahariana ha finito per turbare lo stato d’animo delle persone. A cosa serve la Francia se la situazione peggiora ogni giorno, si chiedono le popolazioni? Ancora più morti, sfollati, rifugiati nel corso degli anni… Invece di rispondere a queste domande, Parigi svicola e punta il dito contro la propaganda e le manipolazioni straniere.

È noto come l’Eliseo si sia impegnato a lasciare le basi del nord (Kidal, Timbuctù e Tessalit) e a ridurre la forza militare dagli oltre 5mila soldati di oggi a 2.500 o 3mila entro il 2023.

Mali e Wagner

L’annuncio ha spinto la giunta golpista maliana a interessarsi all’offerta di sicurezza offerta dai mercenari russi di Wagner, innescando gravi tensioni con Parigi. E anche nella capitale maliana sono state organizzate manifestazioni pro-Russia e anti-Francia. L’ex potenza coloniale, che denuncia una campagna di disinformazione russa, ha reagito e a Bamako sono spuntati cartelloni pubblicitari con l’hashtag #OnEstEnsemble e i vertici dell’Operazione Barkhane hanno deciso di pubblicare i loro resoconti settimanali anche in lingua bambara, la lingua locale.

Ma il presidente Emmanuel Macron ha stabilito una linea rossa: i soldati francesi non potranno convivere con la presenza dei mercenari della Wagner nello stesso territorio, che questo sia il Mali o la Repubblica Centrafricana.

Resta un gigantesco problema politico per l’inquilino dell’Eliseo: un brutale disimpegno suonerebbe come un fallimento francese sullo stile degli Usa in Afghanistan. E non se lo può permettere a pochi mesi dal voto delle presidenziali francesi. (Giba)

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