La tensione tra Spagna e Marocco si è progressivamente ridotta nel corso della giornata di ieri, 19 maggio, e il governo spagnolo ha espresso la sua soddisfazione quando la polizia marocchina ha ripreso la consueta sorveglianza della frontiera con l’enclave spagnola di Ceuta.

Nella notte tra il 19 e il 20 maggio alcune centinaia di giovani migranti marocchini hanno nuovamente fatto pressione in direzione della frontiera e si sono scontrati con la polizia di Rabat. L’enclave spagnola di Ceuta, sulla costa mediterranea del Marocco, è stata oggetto tra il 17 e il 18 maggio di un flusso di diverse migliaia di migranti, sia marocchini sia provenienti dall’Africa subsahariana.

Madrid ha immediatamente mobilitato l’esercito, dopo che la polizia era stata sopraffatta dall’afflusso di circa 8mila persone in due giorni, per poi respingerle progressivamente, 5.600 secondo l’agenzia spagnola Efe. Sarebbero oltre 740 i minori finora identificati ma potrebbero essere un migliaio in totale, e comunque pongono il problema al governo di Madrid per la loro distribuzione poiché non possono essere respinti. Il ministero degli esteri sta tentando di trovare un accordo con Rabat per il ritorno volontario dei minori alle loro famiglie di origine. 

Le enclave di Ceuta e Melilla, sono i due soli territori dell’Ue in Africa, e per questo sono da decenni uno dei punti di passaggio per l’Europa. In modo particolare Ceuta, la più vicina alla costa spagnola, è quella sottoposta alla maggiore pressione. Madrid ha eretto a difesa del confine dell’enclave una doppia barriera metallica, costantemente sorvegliata dalla polizia spagnola da una parte e da quella marocchina dall’altra.

In tal modo i continui tentativi individuali o di piccoli gruppi di superare le frontiere sono solitamente respinti con successo, usando le maniere forti. Ciò che ha permesso il passaggio in massa, via mare, è stato il venir meno della sorveglianza da parte delle autorità del Marocco. Perché?

Non è la prima volta che Rabat apre la valvola della migrazione, anzi è una misura ricorrente ogniqualvolta il Paese deve regolare i conti con la Spagna o con l’Europa. Il Marocco usa i flussi migratori come mezzo di scambio, riceve infatti ingenti somme dall’Ue per “sorvegliare” le migrazioni, giocando costantemente al rialzo (35 milioni di euro nel 2016, 102 milioni nel 2019) con un occhio all’infausto modello dell’Europa nei confronti della Turchia, dove i flussi migratori sono però più importanti.

Inoltre, le migrazioni sono mezzi di ricatto per piegare la politica dell’Ue e della Spagna ai suoi interessi. Capita regolarmente, ad esempio al momento dei negoziati per il rinnovo degli accordi commerciali, in modo particolare agricoltura e pesca che sono di esclusiva competenza comunitaria, oppure più sporadicamente per ricordare a Madrid che Ceuta e Melilla sono installate su un territorio geograficamente appartenente al Marocco e sono pertanto un residuo del periodo coloniale.

Nessuno di questi motivi è però nell’agenda attuale della diplomazia del Marocco, che martedì 18 maggio ha richiamato in patria il proprio ambasciatore a Madrid “per consultazioni”, e soprattutto la pressione migratoria non aveva mai raggiunto la dimensione di 8mila persone in soli due giorni. 

Le ragioni vanno cercate nei precedenti passi diplomatici di Rabat. In un intervista rilasciata il 1° maggio dal ministro degli esteri del Marocco, Nasser Bourita, all’agenzia spagnola Efe, si chiedeva alla Spagna “se desidera sacrificare la sua relazione bilaterale” al caso del leader del Polisario.

Brahim Ghali, segretario generale del movimento di liberazione sahrawi e presidente della Rasd (la Repubblica proclamata dal Polisario nel 1975) era stato infatti ammesso nell’ospedale spagnolo San Pedro di Logroño, vicino a Saragozza, il 18 aprile, perché colpito dal Covid-19, e subito il Marocco aveva chiesto spiegazioni al governo di Madrid.

In mancanza di una risposta “soddisfacente”, Rabat ha iniziato ad alzare il tono della sua protesta, tanto più che il governo spagnolo aveva reso pubblico in ritardo, e solo a seguito di una fuga di notizie, senza aver prima informato la diplomazia marocchina, l’arrivo di Brahim Ghali sul suo territorio ed esclusivamente per ragioni “umanitarie”

La presenza di Brahim Ghali è stata rivelata per primo dal settimanale Jeune Afrique il 22 aprile e subito confermata dal Polisario, mentre il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato dettagli sul suo arrivo, con passaporto diplomatico ma con altra identità per ragioni di sicurezza. Tutto ciò ha contribuito ad alimentare la polemica in Marocco.

Intanto, la giustizia spagnola ha convocato a testimoniare il leader del Polisario a seguito di una denuncia presentata per presunte gravi violazioni dei diritti umani da parte di una associazione sponsorizzata da Rabat. Ha respinto tuttavia qualsiasi misura cautelare nei confronti di Brahim Ghali.

La presa di posizione del Marocco si inquadra in una fase di irrigidimento della diplomazia marocchina, mai conosciuta prima, e con al centro sempre la questione del Sahara Occidentale.

All’inizio di marzo Rabat aveva sospeso tutti i contatti diplomatici con la Germania a seguito della sua presa di distanza dall’iniziativa di Trump di riconoscere, a dicembre, poco prima della fine del sua presidenza, la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, in cambio dell’apertura delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele. Gli effetti si sono subito visti anche nella guerra del Sahara Occidentale, ripresa lo scorso 13 novembre dopo che il Marocco aveva occupato la località di Guerguerat nella no man land al confine tra il Sahara Occidentale e il Marocco. Il Polisario ha infatti denunciato l’uso da parte dell’esercito marocchino di droni forniti da Tel Aviv. 

Inoltre, Berlino lascia, come del resto in tutta Europa, che le istituzioni e la società civile si esprimano a favore dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale, come richiesto da trent’anni ininterrottamente dall’Onu.

Il Marocco contava di capitalizzare l’iniziativa di Trump per convincere l’Ue e gli stati europei ad abbandonare la linea della legalità internazionale. A questa illusione si è aggiunto, all’inizio di maggio, l’imbarazzo di gestire le fresche relazioni diplomatiche con Israele, nel momento delle espulsioni di palestinesi da alcune case a Gerusalemme (il re Mohammed VI è teoricamente presidente del Comitato Al Qods per la protezione dei luoghi santi di Gerusalemme) e della sua offensiva militare contro i missili di Hamas e i civili palestinesi a Gaza.

Quello che è certo è che, in queste giravolte della diplomazia marocchina e dell’inazione delle istituzioni internazionali – Onu e Ue in primo luogo -, a farne le spese sono palestinesi e sahrawi, accomunati nell’attesa infinita di una compiuta autodeterminazione, oltreché i migranti, persone senza diritti e privati della dignità.