LETTERE DA NIAMEY 2019
Mauro Armanino

Il presidente del consiglio italiano ha soggiornato 24 ore a Niamey, il 15 di gennaio, e poi è partito per N’Djamena, la capitale del Ciad. Prima di Giuseppe Conte erano già passati da queste parti Paolo Gentiloni, Federica Mogherini, Angela Merkel, Emmanuele Macron e molti alti funzionari dell’Occidente.

Conte ha confermato, nel breve e inoffensivo passaggio a Niamey, la narrazione che, senza colpo ferire, è assunta come l’unica possibile. Per lui come per altri prima di lui, ci si ostina a recitare un’unica “Conte-stabile” narrazione che si spaccia per autentica. Non si sbagliava George Orwell quando, nel suo romanzo 1984, affermava che, nel sistema totalitario che dipinge, «la menzogna diventava verità e passava alla storia». Di certo l’autore non conosceva il Sahel e non poteva immaginare che qui la storia è raccontata solo dalla sabbia. Lo stesso ha fatto Conte che ha liquida in poche ore la complessità e i drammi di cui il Niger e il Sahel incarnano l’attualità.

«L’ignoranza è forza», dice Orwell nel libro menzionato. Solo l’ignoranza di ciò che da anni si vive nel Sahel può spingere a credere che il problema principale sia quello del controllo dei migranti o del terrorismo jihadista. L’edificio dell’orwelliano «ministero della verità», diffuso in buona parte dei parlamenti del Sahel, è lo specchio di quanto l’Occidente vuole che eseguano i dirigenti africani. Fossimo davvero interessati ad evitare i migranti morti nel Sahara e nel Mediterraneo, come riaffermato da Conte, lasceremmo colare a picco le politiche che li escludono e li criminalizzano.

«La guerra è pace». Un altro degli slogan del libro e di coloro che hanno accompagnato il viaggio e gli incontri bilaterali di Conte e del suo seguito diplomatico. Sconfessando il recente anniversario della promulgazione della Carta costituzionale, l’Italia si conferma un paese guerrafondaio. L’esportazione di armi, di personale per la formazione e la prossima base militare nel Niger confortano questa inedita posizione nel Sahel.

Variegati i progetti evidenziati dal discorso presidenziale a Conte che spaziano dall’ambito agricolo alla formazione professionale, delle infrastrutture all’acqua, dalla salute all’autonomia delle donne. L’unità di interessi culmina nell’impegno alla lotta contro il terrorismo e le organizzazioni criminali, specie quelle che operano nell’ambito della tratta dei migranti. Quest’ultimo punto è enfatizzato dal presidente Mahamadou Issoufou che, da tempo, messo in vendita il paese.

«La libertà è schiavitù», il terzo slogan del sistema dittatoriale illustrato da Orwell, si conferma pure nel Sahel. La mobilità, segno di libertà e dignità umana, è affidata al controllo e all’esperienza della sabbia. Ci si vanta di aver ridotto, mutilato e confiscato i sogni di 150mila giovani che transitavano nel paese per cercare altrove il futuro desiderato. Ora gli organismi e le autorità parlano di «appena» 10mila migranti in transito. Un successo per la schiavitù del pensiero e della narrazione dominante.

E a noi qui, da anni ambasciatori della Costituzione tradita da Conte e dalle politiche italiane, non è stata data la parola. Qui non abbiamo bisogno di soldi ma di rispetto. Per questo continueremo a “Conte-stare” la narrazione che falsifica la storia e calpesta i volti di sabbia del Sahel.

Nella foto Giuseppe Conte con il presidente della Repubblica del Niger, Mahamadou Issoufou.