Il cielo sopra i Grandi Laghi

Isaac Kiyaka sj è il direttore regionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati nell’Africa dei Grandi Laghi. È un gesuita ugandese. All’indomani dell’elezione di Papa Francesco sul soglio pontificio, primo gesuita nella storia della Chiesa, ho scambiato quattro chiacchiere con lui. Eccone il resoconto.

Padre Kiyaka, habemus Papam. Commenti?
Non sono affatto sorpreso dall’elezione di Papa Francesco. La Chiesa aveva bisogno di uomo come lui, dotato di qualità come l’integrità e la semplicità e che sia in grado di essere un buon pastore. Sono convinto che con il suo stile di vita potrà avvicinare la gente semplice alla Chiesa e che riuscirà a dimostrarsi vicino alle persone più povere, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dove vive la maggior parte dei cattolici.

In che modo l’essere gesuita di Papa Francesco potrà incidere sul suo pontificato?
Il fatto che il nostro attuale Papa sia un gesuita vuol dire che a guidare la Chiesa e i cristiani è stato chiamato un uomo che si è formato nello spirito delle passate Congregazioni Generali della Compagnia di Gesù, che in particolare hanno posto l’accento sul legame tra fede e giustizia e sull’opzione preferenziale per i poveri.

Anche Papa Benedetto XVI, tra l’altro, aveva sottolineato l’importanza della missione alla frontiera dei gesuiti nel mondo. Prossimità verso gli ultimi, fede viva e impegno per la giustizia saranno i tratti caratterizzanti del suo pontificato.

In molti si chiedono se Papa Francesco sarà più un conservatore o un innovatore. Lei che idea ha?
Rispondo ritornando sulla provenienza gesuitica del Papa. Le ultime Congregazioni Generali della Compagnia di Gesù si sono rivelate molto innovatrici e aperte agli aspetti del sociale. Per questo, essendo stato formato in tale spirito, Papa Francesco avrà senz’altro una mentalità aperta in grado di confrontarsi con le sfide del mondo contemporaneo. Per esempio, sono convinto che fin da subito si mostrerà disponibile al dialogo della Chiesa cattolica con le altre religioni.

Di cosa ha bisogno la Chiesa in questo momento storico?
La Chiesa ha bisogno anzitutto di unità e il fatto che Papa Francesco non provenga dai Paesi tradizionali di cui di solito sono originari i Pontefici lascia ben sperare che potrà lavorare per unire la Chiesa. Venire da un luogo alla fine del mondo, come ha simpaticamente detto subito dopo la sua elezione, e, soprattutto, da un Paese in via di sviluppo, lo rende un Papa universale in grado di stare più vicino alla gente semplice.

Inoltre, spero che il Papa faccia del servizio pastorale il marchio distintivo della sua missione perché oggi si avverte forte la necessità che la Chiesa si faccia portavoce delle istanze dei poveri e di restare accanto ai bisognosi.

Sperava in un Papa africano o ancora i tempi non sono maturi?
No, non speravo in un eletto in particolare. E sono più che contento che Papa Francesco sia oggi alla guida della nostra Chiesa. Detto questo, penso che l’Africa sia ben pronta per dare alla Chiesa un Papa che venga dal nostro continente. Credo che un Papa africano, quando succederà che venga eletto, sarà in grado di portare all’interno della Chiesa un senso di comprensione profonda delle dinamiche della Chiesa in Africa e delle condizioni reali in cui vivono le persone qui.

E poi credo fermamente che potrebbe contribuire, finalmente, al raggiungimento della pace e della stabilità in Africa. Già, un Papa africano potrebbe essere un catalizzatore della pace nel nostro continente.