Oro sporco. Quello scavato, venduto, distribuito in modo illecito. Contrabbandato, insomma. Un mercato fiorente, in crescita, e che neanche la pandemia ha fermato. Lo rivela una ricerca di Global Initiative Against Transational Organized Crime (Gi-Toc): Mercati illeciti dell’oro nell’Africa orientale e meridionale. Il lavoro degli esperti si concentra su Kenya, Sud Sudan, Uganda, Zimbabwe e sul Sudafrica, esaminate le dinamiche del mercato e i flussi commerciali di quello che è il ciclo di approvvigionamento dell’oro illecito.

Ne risulta, quindi, che il settore dell’estrazione dell’oro artigianale e su piccola scala (Asgm) fa affidamento su catene di approvvigionamento transnazionali che collegano le attività minerarie rurali ai centri internazionali dell’oro, come gli Emirati Arabi. Il fatto è che l’aumento delle attività illecite di estrazione e vendita dell’oro ha minato il potenziale socio-economico di questo bene prezioso: quello di essere un catalizzatore per lo sviluppo dei mercati regionali africani e un sostentamento per molte comunità.

Come sottolinea il report, antiche miniere e commercio del prezioso nell’Africa orientale e meridionale si possono far risalire a quasi mille anni fa. Ma nel corso dei secoli, i mercati si sono evoluti in risposta alla scoperta di nuovi giacimenti, l’ingresso di nuovi attori, l’influenza dei mercati internazionali e al cambiamento dei regimi normativi, sia nazionali che esteri. Oggi, l’estrazione dell’oro artigianale e su piccola scala è governata da precise normative che però hanno reso forti i più forti e deboli i più deboli.

Inoltre, le attività illecite hanno cambiato le carte in tavola. In gioco sono entrati attori criminali che sfruttano le vulnerabilità del sistema, fanno uso di corruzione e violenza. Tutto questo mentre gli operatori minerari che agiscono in modo regolare faticano a rispettare le normative.

Un problema significativo che alimenta i mercati illeciti dell’oro – si legge nel lavoro di Gi-Toc – è l’accesso alla terra e ai diritti minerari. I quadri normativi possono rendere difficile per i piccoli operatori sfruttare legalmente i giacimenti d’oro, creando le condizioni per la formazione di mercati illeciti. Senza catasti chiari, aggiornati e funzionali per definire i diritti di proprietà sui giacimenti minerari, violenza e corruzione diventano gli strumenti per controllare l’estrazione.

Ed è qui che entrano in gioco coloro che occupano posizioni di potere, in particolare attori statali come funzionari e politici. Posizioni privilegiate che possono usare per agevolare o vietare lo sfruttamento dei giacimenti auriferi. La pandemia da Covid-19 è stata anche un’ulteriore prova di quanto i mercati illegali riescano ad operare indisturbati in qualunque situazione.

Mentre le operazioni legali di estrazione dell’oro, e quindi le attività di acquisto, erano stati chiusi in molti paesi, il commercio illegale ha risentito solo in minima parte delle restrizioni. Anzi, molti acquirenti hanno risposto a questa interruzione accumulando oro a prezzi stracciati (con conseguenti alti profitti quando sono stati in grado di rivenderlo).

Inoltre, minatori dipendenti da questa attività per la propria sopravvivenza hanno continuato a scavare, aumentando la loro vulnerabilità sia rispetto alle forze dell’ordine a cui erano costretti a pagare tangenti per chiudere un occhio, sia rispetto a chi aveva in gestione la miniera.

I dati sono raccolti per tutto il 2020 e hanno interessato vari punti della filiera. Le estrazioni su base artigianale impiegano da piccoli gruppi familiari a centinaia di persone che lavorano in un unico sito. L’attrezzatura può variare da pentole in metallo o plastica a macchine per la lavorazione meccanizzata. In Sud Sudan, le tecniche di estrazione e lavorazione dell’oro sono più rudimentali di quelle verificate altrove, con minatori che mancano persino dell’attrezzatura più elementare.

Al contrario, le operazioni minerarie in parti del Kenya e dello Zimbabwe sono molto sviluppate, con centinaia di persone presenti nei siti e l’utilizzo di processi altamente meccanizzati. In Sudafrica, invece, avviene qualcosa di diverso da quello che accade in altre parti del continente. La maggior parte dei minatori si infiltra illegalmente in pozzi minerari commerciali su larga scala abbandonati ma attivi.

Si tratta, in tutti i casi, di attività assai rischiose. Ad esempio, intorno a Kapoeta nel Sud Sudan, crolli di trincee uccidono fino a quattro persone al mese. Allo stesso modo, 29 minatori sono rimasti uccisi in Zimbabwe nel 2019 quando si verificò un allagamento dei tunnel minerari dove si stava estraendo. Altri 20 corpi di sospetti minatori illegali sono stati rinvenuti solo poche settimane fa in Sudafrica. E come si sa tale lavoro può anche essere molto dannoso per la salute dei minatori. Per esempio per l’uso diffuso del mercurio. Tale commercio è strettamente legato al commercio illecito di oro.

Per non parlare dei danni ambientali aumentati con l’introduzione di nuove tecniche o tecnologie che amplificano gli impatti ambientali negativi. È, ad esempio, il caso dello Zimbabwe, dove il governo consente l’estrazione mineraria in zone protette come i parchi nazionali di Matobo e Umfurudzi, e dove è stato recentemente revocato il divieto sull’estrazione mineraria in alveo, pratica che consente l’estrazione dal letto del fiume e persino in collaborazione con la Società statale per lo sviluppo minerario dello Zimbabwe.

Altro elemento critico è la costante violazione dei diritti umani perpetrata da reti criminali e riscontrata soprattutto in Sudafrica e soprattutto nei confronti degli zama zamas, così viene chiamata la manovalanza dei minatori. Si stima che il 70% di questi siano cittadini stranieri, provenienti principalmente dai paesi limitrofi: Zimbabwe, Mozambico, Lesotho e dagli ambienti socio-economici più poveri. Si tratta di individui vulnerabili e sfruttati dalle bande criminali.

A volte possono persino non sapere di essere stati reclutati per estrarre illegalmente fino a quando non arrivano sul sito e possono essere costretti a lavorare sottoterra per settimane, e talvolta mesi, prima di riaffiorare in superficie. Questi minatori sono anche esposti a omicidi, migrazioni forzate, riciclaggio di denaro, corruzione, racket, droga e prostituzione.  

Una recente analisi sul traffico di bambini è stata collegata a un numero crescente di minorenni salvati dal lavoro forzato nelle miniere negli ultimi due o tre anni. Secondo Gi-Toc, optare per il lavoro nelle miniere, nonostante i rischi e i pericoli, rappresenta per molti l’unica soluzione per la sopravvivenza, una necessità aumentata nel corso della pandemia e a causa del calo della produttività agricola – dovuta anche alla crisi climatica – e dall’elevata disoccupazione nelle zone rurali.  

Nel suo report, Gi-Toc suggerisce una serie di misure per affrontare la questione, tra cui “sanzioni mirate contro attori chiave impegnati nell’acquisto e nel contrabbando“. Inoltre, un sistema catastale elettronico indipendente e affidabile sarebbe fondamentale per fare chiarezza nell’attività mineraria su piccola scala. Infine, la politica suggerita dall’organizzazione di esperti che ha prodotto lo studio, è quella di massimizzare il potenziale di sviluppo del settore dell’oro, ma a favore delle comunità locali. 

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