Con 32 esecuzioni e 435 sentenze capitali anche nel 2019 l’Egitto è stato il paese africano che ha usato in modo più sistematico la pena di morte come strumento di repressione. A confermare questo inquietante primato è il nuovo rapporto di Amnesty International su condanne a morte ed esecuzioni registrate nel mondo lo scorso anno.

In Nordafrica primato per l’Egitto di al-Sisi

Nella classifica generale l’Egitto, guidato dal 2013 dall’ex generale Abdel Fattah al-Sisi, è quinto per numero di esecuzioni effettuate, dietro solo a Cina (dove si stima siano stati migliaia i giustiziati, anche se il computo ufficiale è coperto dal segreto di stato), Iran (almeno 251), Arabia Saudita (184) e Iraq (almeno 100).

Rispetto al 2018 nel paese nordafricano si è riscontrato un calo sia del numero di persone mandate al patibolo (2 anni fa erano state 43, lo scorso anno come detto 32) che delle sentenze capitali (-40%, da 717 a 435). Nonostante ciò, nella dittatura egiziana permane un clima di terrore per chi prova ad alzare la testa contro i militari.

Le voci di dissenso vengono spesso soffocate dietro generiche accuse di reati connessi al terrorismo, tentato omicidio del presidente e incitamento alla violenza. E chi finisce in carcere nella maggior parte dei casi è costretto con la tortura a confessare crimini che non ha mai commesso. 

In Algeria 3 delle 4 sentenze capitali emesse nel 2019 sono servite al governo per fare un repulisti all’interno dei servizi segreti. I destinatari delle sentenze sono stati, infatti, ufficiali dell’intelligence accusati di «avere rivelato segreti di stato» e «comunicato con parti straniere».

In Marocco, nell’anno delle celebrazioni del 75° anniversario del manifesto di indipendenza, re Mohammed VI ha commutato una sentenza capitale in ergastolo.

Non possono, invece, esserci dati ufficiali su quanto avvenuto in Libia, dove lo stato di guerra civile permanente lascia però credere che siano frequenti le esecuzioni sommarie sia a Tripoli, controllata a fatica dal Governo di Accordo Nazionale del premier Fayez Al-Serraj, che nel resto del paese in mano al generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

In Africa subsahariana maglia nera alla Somalia

In tutta l’Africa subsahariana Amnesty International ha trovato traccia di 25 esecuzioni, contro le 24 del 2018. Una cifra che andrebbe rivista nettamente al rialzo, considerate le drammatiche situazioni della sicurezza in paesi come la Somalia, la Repubblica democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan, o impantanate nella lotta contro il terrorismo di matrice jihadista come la Nigeria. Stati in cui si registra il più alto numero di persone detenute nel braccio della morte (2.700).

I dati raccolti vedono in testa la Somalia, dove le esecuzioni compiute tramite fucilazione sono state 12.  In Sud Sudan l’aumento delle esecuzioni rispetto al 2018 è stato del 57% (da 7 a 11). Qui rischia di essere impiccato Magai Matiop Ngong, oggi diciottenne. Quando è stato condannato il giovane aveva quindici anni, nonostante la pena capitale contro i minorenni al momento del reato fosse proibita tanto dalle leggi internazionali sui diritti umani quanto dalla Costituzione transitoria del Sud Sudan, emanata nel 2011. Resta alta la tensione anche in Sudan del dopo Omar El-Bashir, dove il Consiglio militare di transizione, nel tentativo di calmare le piazze, ha concesso 25 provvedimenti di grazia. E dove è stata eseguita una sola pena capitale. Una esecuzione capitale anche in Botswana, considerato una delle migliori democrazie africane, ma che su questo tema non riesce ad esserlo del tutto.

Segnali incoraggianti

Da diversi paesi africani arrivano comunque segnali incoraggianti che presto potrebbero tradursi nell’abolizione della pena capitale. Nel marzo del 2019 il presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica Centrafricana, Laurent Ngon-Baba, ha annunciato la decisione di istituire una commissione congiunta per esaminare un progetto di legge sull’abolizione della pena capitale. Stesso annuncio è stato fatto, ad aprile, dal presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema, anche se ad oggi non si sa se l’iniziativa sia stata effettivamente presentata al parlamento.

In Gambia a novembre la Commissione di revisione costituzionale ha pubblicato una bozza di riforma della Costituzione. Tra gli interventi proposti vi è anche la «rimozione della disposizione che prevede la pena capitale come eccezione al diritto alla vita». In Kenya, una task force istituita per revisionare la legge sulla pena di morte ha presentato a ottobre un rapporto in cui ha raccomandato al parlamento di abolire completamente la pena sostituendola con l’ergastolo. In questa direzione stanno provando a muoversi anche Zimbabwe, Uganda e Tanzania. Paesi in cui, però, la strada si preannuncia ancora lunga e tortuosa.