Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi (Credit: Tpi)

«Chi di golpe ferisce, di golpe perisce». Da militare esperto qual è, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi sa che un colpo di stato “fatto bene”, come quello che nell’estate del 2013 gli permise di strappare il potere ai Fratelli musulmani, lascia comunque in sospeso dei conti che prima o poi andranno saldati.

È per questa ragione che, da quando ha assunto la guida dell’Egitto, ha ristretto la cerchia degli uomini di cui può fidarsi, riducendola oggi a pochissimi suoi compagni d’armi e, soprattutto, ai suoi figli.

Si tratta di una strategia non nuova in Africa. Sempre in Egitto, l’ex presidente Hosni Mubarak, al potere per trent’anni prima di essere rovesciato sull’onda delle primavere arabe nel 2011, preparava da tempo il terreno per la successione al figlio Gamal. Al-Sisi sta seguendo un copione simile puntando sul suo primogenito, Mahmoud al-Sisi.

Trentotto anni, laureato all’Accademia militare del Cairo nel 2003, il primo dei quattro figli del presidente egiziano viene mandato a farsi le ossa nelle basi militari che sorvegliano i traffici nel Canale di Suez. Diventa poi ufficiale dell’esercito prestando servizio nella penisola del Sinai.

Dopo aver seguito le orme del padre facendo la trafila nell’intelligence militare, passa al Gis (General intelligence service). Dal 2018 nel più potente dei mukhabarat egiziani, servizio responsabile della sicurezza interna e del controspionaggio, la sua ascesa è inarrestabile al punto che, all’inizio del 2020, ne diviene il numero due alle spalle del direttore Abbas Kamel.

Oltre che per diritto di stirpe, Mahmoud al-Sisi ha guadagnato queste promozioni in serie anche sul campo. Nei giorni caldi del dopo golpe del 2013, è lui a ordinare la mano pesante sui manifestanti di piazza Tahrir. Non solo.

Secondo voci interne ai servizi di intelligence egiziani citate da Jeune Afrique, sarebbe stato lui la mente della riforma della Costituzione, promulgata nel 2019, che ha allungato da 4 a 6 anni il secondo mandato presidenziale del padre e che gli permetterà di correre per una terza volta. E sarebbe stato sempre lui a supervisionare l’assetto della coalizione “Il futuro della nazione” (Mostaqbal Watan), che ha sostenuto il presidente alle elezioni parlamentari di ottobre-novembre 2020, trionfando come era prevedibile.

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Negli ultimi anni un altro pallino fisso di Mahmoud al-Sisi è stato il controllo dei media. Di lui in rete circolano pochissime immagini, le sue apparizioni in pubblico sono centellinate, pochi conoscono il timbro della sua voce e, addirittura, si dice che in Egitto sia pericoloso parlarne in pubblico. Con lui al Gis la censura di giornali e siti non allineati al regime si è fatta ancora più serrata.

Nonostante tutte queste “precauzioni”, il figlio del presidente ha lasciato comunque in rete qualche traccia di sé. Nel novembre del 2019 il sito egiziano Mada Masr, attualmente bandito in patria ma ancora accessibile attraverso siti mirror (copie identiche del sito originale, ospitati su server e domini differenti), ha scritto di una sua sospetta missione diplomatica a Mosca.

Stando all’organo di informazione, Mahmoud al-Sisi sarebbe stato spedito al Cremlino dal padre per tenerlo lontano dalle critiche degli oppositori, montate nel settembre del 2019 dopo che l’imprenditore Mohamed Ali, attualmente esiliato a Barcellona, aveva denunciato il sistema corruttivo creato da suo padre. Un sistema al cui centro vi sarebbe proprio Mahmoud al-Sisi.

Una mossa decisa anche per sedare i malumori crescenti all’interno del Gis. Dal 2014 circa 50 responsabili di alto livello del servizio sono stati licenziati dal presidente, compreso l’ex numero uno Khaled Fawzy, in quanto considerati fedeli a Omar Suleiman, potente capo dell’intelligence nell’era Mubarak. Un repulisti attuato per fare largo sempre a Mahmoud al-Sisi.

Tra i passi falsi compiuti dal primogenito del presidente, il più grave ricondurrebbe all’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuto a inizio 2016, sul quale il governo egiziano si ostina a fare ostruzionismo. Nel luglio dello stesso anno L’Espresso, citando delle segnalazioni arrivate alla sua rete protetta RegeniLeaks, ha collegato Mahmoud al-Sisi all’uccisione di Regeni in quanto, per il ruolo che ricopriva al Gis, non poteva non sapere della sua “scomparsa”.

Inoltre, come sottolinea sempre Jeune Afrique, i 5 sospettati identificati nel 2018 dagli inquirenti italiani sono tutti membri del controspionaggio egiziano e, dunque, sotto la sua direzione. Questa pista è stata confermata a Nigrizia da una fonte egiziana, un ricercatore costretto da anni a vivere all’estero e che per motivi di sicurezza chiede di rimanere anonimo: «La linea di difesa nei confronti degli accusati dell’omicidio Regeni da parte del governo egiziano è ormai chiara. Io credo che ci sia una relazione diretta di Mahmoud al-Sisi con l’assassinio di Giulio».

Questa prossimità alla scena del delitto spiegherebbe il perché l’establishment militare, a distanza di 5 anni, continui a depistare le indagini sul caso. Un coinvolgimento provato di Mahmoud al-Sisi in questa storia significherebbe trascinare nel caos la cerchia familiare del presidente. Uno scandalo che Abdel Fattah al-Sisi non può di certo permettersi.