Mancano due anni e mezzo alle elezioni parlamentari e presidenziali e già l’attenzione dei partiti politici e della società civile congolesi è rivolta a quella scadenza. La preoccupazione di molti è che il prossimo scrutinio sia gestito da un arbitro il più possibile indipendente e imparziale.

Per evitare che si ripeta quanto è avvenuto con le elezioni di fine 2018, quando la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) ha stravolto ogni sondaggio e i dati dei 40mila osservatori elettorali (messi in campo dalla Conferenza episcopale nazionale congolese – Cenco) che davano in testa il candidato della coalizione Lamuka, Martin Fayulu, attribuendo la vittoria presidenziale a Félix Tshisekedi.

Tshisekedi ha poi dato vita a due governi traballanti: il primo nato da un’alleanza impropria con il partito del presidente uscente Joseph Kabila, in sostanza il sostenitore del cambiamento ha dato la mano al capo del vecchio regime; il secondo, varato pochi mesi fa, con la costituzione di una nuova compagine governativa sostenuta da un miscuglio di deputati e senatori pescati in tutte le aree politiche, denominato Union Sacrée. Di “cambiamento” con Tshisekedi se n’è visto ben poco, ma è certo che il presidente si ricandiderà nel 2023.

Ed è per questo che, quando si tocca il tasto della Ceni, si avverte un certo nervosismo. Come è accaduto il 1 agosto nella capitale Kinshasa, dove un gruppo di giovani non identificati, ha lanciato pietre e urlato slogan denigratori contro l’arcivescovado; mentre, lo stesso giorno, nella provincia del Kasaï, 11 chiese sono state profanate, al punto che il segretario generale dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale, il partito di Tshisekedi, ha condannato pubblicamente questi atti.

Tempi stretti

Che cosa viene contestato alla Chiesa cattolica nella quale si riconosce il 40% dei congolesi? Semplicemente di non condividere, insieme ai protestanti, il candidato alla presidenza della Ceni sul quale concordano 6 confessioni: la Chiesa del Risveglio, gli ortodossi, i musulmani, i kibanguisti, l’Esercito della salvezza e le Chiese indipendenti.

Il nome che gira è quello di Denis Kadima, un esperto in processi elettorali che ha lavorato anche con l’Onu, considerato troppo vicino al presidente Tshisekedi. La discussione è ancora aperta e c’è la possibilità di trovare un consenso intorno ad altre figure. Si aspetta la fumata bianca…

Certo i tempi sono stretti se si vuole, come è nelle intenzioni del governo, arrivare per metà agosto all’approvazione da parte del parlamento dei membri della Ceni. Va ricordato che il 4 giugno (camera) e l’11 giugno (senato) hanno approvato la legge di riforma delle Ceni, legge promulgata dal presidente (che controlla il parlamento) il 3 luglio.

Con la nuova legge, il numero dei membri della Commissione elettorale è passato da 13 a 15: 5 sono designati dalla società civile, 6 dalla maggioranza politica e 4 dall’opposizione. Secondo questa legge, ma anche con la precedente, il presidente della Ceni deve essere espresso dalle maggiori confessioni religiose del paese.

 

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