Giovani manifestanti nella capitale (Credit: Gomolemo Mothomogolo/Newsnote)

Dallo scorso giugno il regno di eSwatini – traduzione in lingua locale di Swaziland, nome inglese con cui era denominato dai tempi coloniali fino al 2018 – è percorso da ondate di dimostranti che chiedono un radicale cambiamento della situazione nel paese. Secondo tutti gli osservatori, è la più grave crisi politica dall’indipendenza, raggiunta nel 1968 dopo quasi un decennio di preparazione sotto il protettorato inglese.

Ce lo conferma anche monsignor José Luis Ponce de Leon, vescovo di Manzini, la più importante città del paese, dopo la capitale Mbabane.

La causa scatenante, ci conferma il vescovo, è stata la morte di uno studente universitario di 25 anni, Thabani Nkomonye, ucciso l’8 maggio dalla polizia. Ben presto le proteste per gli abusi delle forze dell’ordine si sono diffuse in tutto il paese e si sono trasformate in pressanti richieste di democratizzazione. Per controllare la mobilitazione popolare, le autorità hanno schierato l’esercito.

Secondo l’opposizione, nelle repressioni delle manifestazioni delle ultime settimane sarebbero stati impiegati anche mercenari provenienti da paesi stranieri (viene citata la Guinea Equatoriale). Secondo stime di organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Amnesty International, la repressione ha causato finora almeno un’ottantina di morti, centinaia di feriti, migliaia di arresti e gravi danni all’economia e alle infrastrutture del paese.

Sotto accusa è la governance – eSwatini è una monarchia assoluta, l’ultima del continente – e gli abusi che il sistema facilita a scapito dei diritti civili della popolazione e dello sviluppo globale del paese. Il re, Mswati III, ha il controllo sia del potere legislativo che esecutivo. Nomina infatti il primo ministro e parte dei parlamentari.

Gli altri vengono eletti su base personale e non possono rappresentare partiti politici, che sono banditi. Il re riveste anche la carica di comandante in capo dell’esercito e della polizia. Dunque, è ritenuto il responsabile diretto anche delle violenze esercitate durante le dimostrazioni degli ultimi mesi.

Mswati III regna dal 1986 applicando le leggi consuetudinarie degli swazi, il gruppo etnico di gran lunga maggioritario nel paese. Famose sono alcune cerimonie rituali annuali. Di particolare importanza è la Incwala, che si tiene tra dicembre e gennaio, in occasione del raccolto, in cui protagonisti sono i giovani e il re ha un ruolo di primo piano.

Quella forse più famosa è la Umhlanga o Reed Dance (Danza della canna), in cui sono protagoniste le ragazze non sposate e supposte vergini. Sono cerimonie che non hanno nulla di folcloristico. Sono molto sentite dalla popolazione e servono a tenerne salda l’identità culturale di cui il re si serve per esercitare il proprio potere. Ma ormai la sua credibilità è stata erosa dal suo stesso stile di vita.

Il re e la famiglia reale – 15 mogli, quasi tutte scelte durante la Reed Dance ma spesso senza rispettarne le regole codificate dalla tradizione, e 36 figli, più un’estesa corte costituita dai componenti della famiglia allargata che vive nel lusso sfrenato – pesano enormemente sul bilancio statale in quanto i fondi pubblici sono spesso allocati per le loro spese private.

L’economia stessa del paese è monopolizzata dal re, dai componenti della famiglia reale e da poche persone a loro strettamente connessi, anche in termini di contratti non trasparenti, in cui le risorse pubbliche sono utilizzate a fini privati. Ad esempio, il fondo pensioni è servito per iniettare liquidità in affari vicini agli interessi del re, dice Vito Laterza, in un articolo pubblicato da al-Jazeera nell’agosto scorso.

Di contro, più della metà della popolazione vive nella povertà. Secondo statistiche del 2019, il tasso di disoccupazione è del 22%; oltre il doppio (46%) tra i giovani. La percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà era del 51,8%. Esperti stimano che, per l’impatto della pandemia di Covid-19, disoccupazione e povertà aumenteranno ancora, e che ne saranno colpiti anche i ceti medi.

Una simile situazione potrebbe essere affrontata solo con intelligenti riforme, ma sembra che la volontà manchi del tutto. Ancora Vito Laterza dice che, nella sua prima apparizione pubblica dopo i disordini dello scorso luglio, Mswati III non ha dimostrato nessuna intenzione di aprire un dialogo con l’opposizione.

Un chiaro segno è la nomina a primo ministro di Cleopas Dlamini, l’amministratore delegato dello stesso fondo pensioni che aveva investito i soldi dei lavoratori in affari di interesse del re e dei suoi accoliti. Un altro segno è stato l’arresto di due parlamentari che avevano supportato le proteste, accusati di terrorismo, come spesso è successo nel paese agli oppositori.

Alla ripresa delle dimostrazioni, all’inizio di ottobre, il re ha risposto con la proibizione delle manifestazioni pubbliche, la chiusura delle scuole superiori – gli studenti sono stati il cuore delle proteste – e con l’aumento della repressione. Tanto che Wonder Mkhonza, capo di una centrale sindacale del paese, l’Amalgamated Trade Union of Swaziland, ha detto che «Il re sta combattendo per la guerra, sta rendendo il paese ingovernabile…».

Solo negli ultimi giorni, sotto le pressioni dei paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc), re Mswati III ha fatto delle aperture, ritenute però inaccettabili dall’opposizione. Avrebbe rimandato, infatti, il dialogo ad un’occasione tradizionale, il Sibaya, un parlamento popolare da lui presieduto, che dovrebbe tenersi non prima della fine di dicembre.

Si tratterebbe, secondo l’opposizione che ha diffuso un duro documento, di un tentativo di allentare la pressione dei paesi della Sadc manipolando la realtà, ben sapendo la Sibaya non può essere un tavolo negoziale perché non è neutrale e perché troppo lontana nel tempo.

Tuttavia, il dialogo rimane l’unico modo per risolvere questa crisi. Ѐ questo anche il messaggio contenuto nel documento pubblicato il 14 ottobre scorso dalla Conferenza dei vescovi cattolici dell’Africa meridionale (Sacbc). Particolarmente impegnato nel trovare una via che lo renda possibile è il Consiglio delle chiese dello Swaziland (Council of Swaziland Churches) come ci dice ancora monsignor José Luis Ponce de Leon nel file audio che ha inviato a Nigrizia:

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