I COLORI DI EVA – marzo 2011
Elisa Kidané

Non dimenticare. Potrebbe essere l’undicesimo comandamento (o il primo; dipende da quale prospettiva ci si colloca) da inserire nei libri di testo di storia di tutto il mondo. Non dimenticare! Oggi più che mai.

Viviamo tempi contraddittori. Mentre ci possiamo permettere di celebrare ricorrenze, anche di fatti tragici – e questo è un bene –, ci sono fantasmi, e neppure troppo dissimulati, che si aggirano per il mondo. Ricordare, mantenere viva la memoria, non abbassare la guardia, tramandare gli errori e gli orrori… diventa oggi imperativo per tutti. Per questo non è più sufficiente relegare questi eventi a mere giornate di commemorazione. Occorre rimanere vigili, perché ci sono segnali inquietanti da non sottovalutare.

“Non dimenticare”. Due parole che da tempo mi tornano assiduamente alla mente, soprattutto dopo la visita, nel novembre scorso, all’isola di Gorée, in Senegal. Un’isola tanto minuscola quanto immensa per la storia che contiene. Pare impossibile che in quel fazzoletto di terra, circondato da un mare splendido, possa essere accaduto ciò che è accaduto. Lì sono stati abortiti i sogni dell’Africa e del suo diritto di essere, di crescere e di vivere. Lì si è dato avvio alla scelleratezza più assurda dell’umanità: la tratta schiavista. Rendere schiavo un uomo è considerarlo inferiore. Rendere schiavi interi popoli è voler distruggere la memoria della loro storia. A Gorée ebbe inizio una emorragia di cui ancora oggi l’Africa porta i segni e le conseguenze.

Prima di entrare nella “Casa degli schiavi”, la guida ci avvertì che stavamo visitando un museo. «Qui non ci si improvvisa fotoreporter per portarsi via il ricordino. Qui sono state commesse atrocità inenarrabili. Non servono immagini. Indelebile in voi dovrà rimanere ciò che vedrete e udirete. Qui è concentrata una storia che niente e nessuno dovrà mai cancellare».

Ho sentito un bisogno impellente di silenzio, quasi a voler ascoltare, confuso con il sciabordio delle onde, il mormorio di uomini e donne che guardavano sbigottiti loro simili capaci di tanta malvagità. E ho avuto un brivido di angoscia, constatando che noi, una decina in tutto, faticavamo a muoverci in quegli spazi angusti, dove però erano stati ammassati numeri spropositati di uomini, donne e bambini, ridotti in schiavitù. Nella Casa degli schiavi ci sono cartelli davanti a ogni cella. Indicano chi ci veniva rinchiuso: bambini, donne, uomini, giovani… Davanti all’entrata della più angusta e bassa si legge: “Per i recalcitranti”. C’era, quindi, chi si ribellava.

Poi, quando pensi di aver visto il peggio, ecco un vano luminoso. Ti dirigi verso di esso come verso una via d’uscita. E invece è una beffa. Perché ti trovi alla “Porta del non ritorno”. È l’uscita che portava alla nave, alla separazione, alla schiavitù, alla morte. Un cartello recita: “Uno sguardo oltre l’oceano. C’è tutto un dramma. Gorée ne è il simbolo”. Sì, simbolo della misura della malvagità umana.

Non dimenticare è l’imperativo che l’Africa deve esigere da sé stessa e dal mondo tutto. Per ricordare che l’umanità è capace di atrocità, ieri come oggi.

Chi parla oggi di Gorée e del dramma che essa rappresenta? A ricordarsi dei 300 anni di quella tratta schiavistica (dal 1550 al 1850 circa, anno in cui fu abolita l’odiosa pratica) c’è solo l’Unesco, che va ad appendere cartelli commemorativi nei vari luoghi che costellano le coste africane, teatro di rotte infami. Nel frattempo, ci siamo ingegnati a creare nuove schiavitù. Chi dimentica la storia è destinato a ripeterla.

Non basta fare memoria. Bisogna darsi da fare: scrivere, raccontare e, soprattutto, non dimenticare. Ricordare non significa polemizzare su numeri. Non vuol dire confrontare tragedie umane per sapere quale sia stata la peggiore. Né significa disquisire su chi sia stato più colpevole: il mandante o l’esecutore. Fare memoria vuol dire mantenere sempre alta l’indignazione. È troppo comodo nascondersi dietro l’alibi dell’amnesia, o cercare di esorcizzare un passato che, se riportato a galla, potrebbe creare rivendicazioni e richieste imbarazzanti.

Dopo lo schiavismo, c’è stato il colonialismo, seguito dallo sfruttamento neocoloniale. Oggi ci sono i respingimenti in massa. E si ergono ancora monumenti. L’ultimo è quello di Lampedusa, a ricordo degli immigrati ingoiati dall’egoismo e dal Mediterraneo.

Oggi, da più parti si chiede di “abbassare i toni”. E allora abbassiamoli. Ma non per annacquare le verità brucianti, bensì per poter percepire tutti i segnali allarmanti del rigurgito razzista e nazionalista che il chiasso becero e squallido di questi tempi ci impedisce di ascoltare. Perché non si può perdonare l’ennesimo tentativo di manipolare la storia e di insabbiare il diritto che i popoli d’Africa hanno al risarcimento morale.