La Cop 27 nella tana del regime militar-industriale - Nigrizia
Ambiente COP 27 Egitto Pace e Diritti
Ambiente e diritti umani non possono essere separati
La Cop 27 nella tana del regime militar-industriale
L’Egitto, che ospita la Conferenza mondiale sul clima, è in mano a un apparato di potere che gestisce l’insieme delle attività economiche, si disinteressa del clima e non tollera nessuna forma di dissenso. Non saranno tollerate manifestazioni e proteste fuori dagli spazi stabiliti
07 Novembre 2022
Articolo di Giovanni Piazzese
Tempo di lettura 7 minuti
(Credit foto: shutterstock)

Si sono aperti il 6 novembre i lavori della ventisettesima Conferenza mondiale sul clima (nota anche come Cop 27) nella città costiera di Sharm el-Sheikh, in Egitto.

L’evento, sostenuto dall’agenzia Onu per il cambiamento climatico, si protrarrà sino al 18 novembre e prevede la partecipazione di capi di stato, di governo e ministri provenienti da 197 paesi, esperti del clima, giornalisti, e organizzazioni non-governative, oltre ad attivisti e associazioni operanti nel settore energetico, agroalimentare, e in quello dello sviluppo sostenibile.

Durante la conferenza saranno trattati diversi temi che spaziano dal ruolo centrale della finanza a sostegno delle iniziative sul clima, all’incentivazione della de-carbonizzazione, dalla necessità d’includere le donne e valorizzare il loro contributo nella lotta al cambiamento climatico, all’urgenza di adottare misure efficaci che contrastino la carenza d’acqua, la dipendenza da fonti fossili e la distruzione di terre coltivabili.

Più in generale, Cop 27 mira a proseguire il lavoro svolto durante la precedente conferenza sul clima, tenutasi a Glasgow nel 2021, e a rinsaldare i quattro macro-obiettivi delineati in occasione della conferenza di Parigi del 2015: mitigare l’aumento della temperatura globale fino ad un massimo di 1.5° Celsius; rafforzare le misure e le politiche di adattamento e adeguamento per proteggere la popolazione mondiale dal cambiamento climatico, specialmente nelle zone più vulnerabili; garantire un’allocazione globale annua di 100 miliardi di dollari per contrastare il cambiamento climatico; rafforzare la collaborazione internazionale per il raggiungimento degli obiettivi sul clima attraverso l’attuazione del Regolamento di Parigi.

Obiettivi e ritardi

Nonostante i nobili intenti espressi da leader politici e rappresentanti del mondo industriale e imprenditoriale, nel corso degli ultimi 30 anni i dati sul clima hanno rivelato un evidente cortocircuito tra obiettivi dichiarati e sforzi perpetrati per il loro raggiungimento.

L’emergenza climatica, che dalla conferenza di Parigi è assurta a priorità strategica con tempistiche ben definite che puntano entro il 2030 ad una riduzione del 55% dei gas serra rispetto ai livelli del 1990, non ha impedito che le emissioni inquinanti potessero crescere senza soluzione di continuità, passando dai 38 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessi nel 1990 ai 59 miliardi del 2019.

Sebbene nell’ultimo decennio il tasso medio di crescita annuo sia diminuito all’1.3% (rispetto al 2.1% del 2010), nello stesso periodo il valore assoluto delle emissioni di gas serra è aumentato del 12%. Inoltre, con la crisi del mercato energetico iniziata sul finire del 2021, e aggravata dall’invasione russa dell’Ucraìna, ci sono già stati segnali evidenti di come rinvii, ritardi e ripensamenti possano compromettere le politiche destinate ad un distacco dalle fonti di energia fossili.

L’innalzamento del livello dei mari e i danni all’ecosistema marino sono stati attestati dagli accorati appelli fatti da capi di stato e popolazioni le cui isole rischiano di scomparire a causa dei cambiamenti climatici.

Analogamente, la deforestazione – che con i suoi 6.6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica contribuisce all’11% del totale rilasciato nell’ambiente – ha un impatto enorme sulle comunità locali e sulla biodiversità del pianeta.

Secondo un rapporto del Systems Change Lab, solo nel 2021 sono stati deforestati o destinati ad altro utilizzo 5.7 milioni di ettari di terreno, mentre il ritmo della riforestazione a livello globale è attualmente insufficiente per scongiurare il superamento della temperatura terrestre di 1.5°.

Le proiezioni contenute nel rapporto indicano che entro il 2030 il pianeta dovrebbe registrare una perdita netta non superiore a 1,9 milioni di ettari annui per raggiungere gli obiettivi di Parigi, ma si tratta di una riduzione esponenziale che difficilmente potrà essere raggiunta nei tempi prefissati e che supererebbe al ribasso i 2,7 milioni di ettari annui di foresta persi tra il 1990 e il 2000.

L’economia di al-Sisi

Ma oltre che sul terreno ambientale, le sfide che Cop 27 è chiamata ad affrontare si giocano anche su quello dei diritti in senso più ampio: al cibo, al lavoro, alla giustizia sociale, e a quello delle libertà individuali.

Oggi più che mai, infatti, la sfida posta dal cambiamento climatico dovrebbe essere intesa non solo come una lotta per il pianeta, ma anche come una lotta per la salvaguardia della vita così come lo conosciamo e che in tempi non troppo brevi potrebbe non esserci più.

Questa battaglia dovrebbe altresì favorire una riscrittura più stringente dei parametri all’interno dei quali certe logiche predatorie del capitalismo contemporaneo vengono privilegiate per favorire scelte che distruggono habitat naturali, inquinano fiumi e mari, e stravolgono intere comunità allontanandole dalle proprie terre, talvolta ammantando queste misure come viatici necessari dei processi di modernizzazione.

Il contesto stesso in cui si svolgerà Cop 27 è rivelatore di quanto ambiente e diritti umani non possano essere separati se si vuol comprendere la portata del problema climatico i molteplici risvolti che esso ha.

L’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi è un paese che ha deliberatamente scelto di concentrare gli investimenti più importanti in settori altamente inquinanti come la produzione di cemento e di fertilizzanti, ha sostenuto senza remore il settore edilizio attraverso l’attuazione di mega-progetti, come quello della nuova capitale, la riqualificazione forzata di aree del paese a scapito dei residenti locali e la promozione di progetti di sviluppo – come il progetto Toshka per espandere le aree agricole nel deserto occidentale – privi di un’adeguata valutazione del loro impatto ambientale.

L’apparato militar-industriale egiziano assorbe una larga fetta di questi investimenti attraverso una vasta gamma di imprese operanti nel settore edilizio, il turismo, la sanità e nella produzione di beni di consumo.

La presenza di queste imprese nel mercato egiziano altera la concorrenza e conferisce loro un chiaro vantaggio competitivo, come dimostrato dalla Società nazionale della pesca e l’acquacoltura, un’impresa associata alle forze armate egiziane che nel 2018 ha ottenuto una serie di diritti esclusivi nel mercato ittico e che gode di molti vantaggi, tra cui l’esenzione dell’Iva e delle tasse sugli utili.

Chi prova a contestare la presenza invasiva di queste imprese, e più in generale delle forze armate, in qualsiasi ambito della vita civile e politica egiziana, rischia di essere arrestato, torturato e condannato da un tribunale militare le cui sentenze sono inappellabili.

Conferenza blindata

Sebbene negli ultimi anni il regime egiziano si sia distinto per le innumerevoli violazioni alla libertà di espressione, in occasione della conferenza di Sharm el-Sheikh le autorità hanno assicurato di voler garantire il diritto a manifestare, purché all’interno di specifiche zone della città. Viceversa, le proteste organizzate al di fuori dell’area stabilita non saranno tollerate.

Il costo del pernottamento durante i giorni della conferenza ha subìto una impennata inusuale per gli standard di Sharm el-Sheikh, con una stanza in un hotel a 2 stelle che può essere prenotata per non meno di 120 dollari e una in un hotel a 5 stelle per almeno 500. Secondo diversi giornalisti e attivisti, questo stratagemma, oltre ad essere discriminatorio verso coloro i quali non hanno adeguate risorse economiche, permetterebbe anche d’impedire l’ingresso a potenziali contestatori e critici del regime.

La prova più evidente del clima esclusivo e ristretto di questa conferenza è stato l’arresto dell’attivista indiano Ajit Rajagopal, detenuto per 24 ore insieme al suo avvocato il 30 ottobre, mentre stava svolgendo una marcia solitaria di 260 km dal Cairo a Sharm per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici. Oltre a lui, dozzine di attivisti sono finiti in manette nei giorni precedenti il summit, denuncia Human Rights Watch.

Con queste premesse, è lecito chiedersi che tipo di consapevolezza sull’ambiente potrà scaturire da questa conferenza. Se una maggiore coscienza dei problemi climatici costituisce la premessa di qualsiasi azione, individuale e collettiva, un’informazione fortemente controllata e imbavagliata dagli apparati dello stato su questo argomento creerà una consapevolezza solo parziale e servirà soprattutto a mascherare l’impatto negativo di certe scelte politiche ed economiche, e a garantire lauti profitti concentrati nelle mani di pochi imprenditori e uomini delle forze armate.

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