Cop27: l’Africa difende l’energia fossile - Nigrizia
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I paesi del continente considerano i combustibili fossili necessari all'espansione delle loro economie
Cop27: l’Africa difende l’energia fossile
Fronte comune delle nazioni africane a sostegno dello sfruttamento di petrolio, gas e carbone per lo sviluppo interno e per l’esportazione. Una posizione che fa comodo all’Europa e a tutte le economie industrializzate, alla ricerca di nuovi partner
05 Ottobre 2022
Articolo di Redazione
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Miniera di carbone in Sudafrica (Credit: Cnn)

La tendenza era già chiara da mesi, come raccontato da Nigrizia anche nella sua ‘Bussola’ di ottobre, ma adesso è stata per la prima volta “istituzionalizzata”. I paesi africani utilizzeranno i colloqui sul clima della Cop27, in programma a novembre nell’egiziana Sharm El-Sheikh, per sostenere una posizione energetica comune che consideri i combustibili fossili necessari per l’espansione delle loro economie.

Ad affermarlo è stata ieri la commissaria dell’Unione Africana (Ua) per le infrastrutture e l’energia, l’egiziana Amani Abou-Zeid. «La nostra ambizione è quella di avere economie in rapida crescita, competitive e industrializzate», ha dichiarato la massima funzionaria dell’energia per il continente a Reuters a margine dell’Africa Oil Week 2022 a Città del Capo. Questo «non è il momento di escludere, ma è il momento di personalizzare le soluzioni in base ad ogni contesto».

E quindi via libera alla ricerca e allo sfruttamento di risorse come petrolio, gas naturale, carbone e energia nucleare, affiancati a fonti rinnovabili, di cui il continente è altrettanto ricco. Uno sfruttamento destinato all’esportazione, ma anche al sostegno energetico del continente, in cui circa 600 milioni di persone che vivono senza elettricità e quasi 1 miliardo senza accesso a energia per cucinare.

Una scusa, secondo alcuni, per continuare ad arricchire corrotte élite politiche a scapito dei cittadini, la cui vita invece peggiora continuamente, come avviene da decenni in Angola e Nigeria, primi produttori di greggio del continente.

In ogni caso, a confermare queste politiche, peraltro già ampiamente in atto, è anche uno studio tecnico realizzato a giugno dalla stessa Ua con la partecipazione di 45 paesi africani, che evidenzia come petrolio e carbone siano destinati a svolgere un “ruolo cruciale” nell’espansione dell’accesso moderno all’energia nel breve e medio termine.

Gli africani denunciano inoltre le mancate promesse fatte al precedente vertice di Glasgow sul clima (Cop26) e in particolare la penuria di finanziamenti che le nazioni ricche devono ai paesi meno inquinanti, rimasti molto al di sotto dei 100 miliardi di dollari promessi ogni anno dal 2020.

Una posizione che certo non agevola passi avanti nella lotta globale al cambiamento climatico, anche perché promette vantaggi non trascurabili per le economie industrializzate, alla disperata ricerca di nuove fonti energetiche.

Un caso su tutti quello della Repubblica democratica del Congo, nella cui capitale si è conclusa ieri la Pre-Cop, una due giorni di incontri preparatori al vertice in Egitto. Il caso riguarda la ferma volontà di Kinshasa di portare avanti il suo progetto di ricerca ed estrazione petrolifera e di gas (30 blocchi di esplorazione già assegnati) in vasti appezzamenti di territorio della foresta tropicale della Cuvette centrale.

Un progetto contestato da organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, ma contro il quale pochissimi paesi occidentali si sono espressi pubblicamente. Gli unici a intervenire sono stati, già dallo scorso agosto, gli Stati Uniti, proponendo quantomeno un quadro di scambio che limiti i danni ambientali.

Trattative e incontri culminati nel bilaterale di ieri tra il segretario di stato americano Antony Blinken e il presidente Felix Tshisekedi e con la decisione di formare un gruppo di lavoro che esaminerà specifici programmi di sviluppo economico, compatibili con la protezione del prezioso polmone verde del bacino del Congo. (MT)

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