Mire regionali

Terzo produttore armiero d’Africa, il Sudan si muove sia in funzione anti-Israele sia a sostegno di milizie islamiche in Centrafrica e in Libia. Ma Khartoum nega tutto.

Lo scorso febbraio, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, alla Fiera internazionale dell’industria della difesa (Idex), lo stand della Military Industry Corporation (Mic), la compagnia sudanese fondata nel 1994 che agisce sotto la giurisdizione del ministero della difesa, ha mostrato in modo inequivocabile la diversificazione e il livello tecnologico raggiunto dal Sudan nella produzione di armi. In almeno cinque complessi industriali si fabbricano armi leggere e munizioni, ma anche veicoli militari, carri armati, artiglieria pesante e perfino armi altamente tecnologiche e sistemi di comunicazione.

Ormai il Sudan, secondo gli esperti del settore, è il terzo produttore di armi africano, dopo Egitto e Sudafrica. Il portavoce della Mic, Ali Osman Mahmoud, ha sottolineato che le armi sudanesi sono altamente competitive quanto al prezzo e molto ben sperimentate, visto che sono già in uso nelle zone di conflitto. La produzione di armi ha avuto una forte spinta a causa dell’embargo internazionale dei primi anni Novanta (ancora in vigore), che ha costretto il paese a fare da sé. Aiutato da Iran, alleato strategico, e Cina. È sui brevetti di questi due paesi che si è sviluppata la produzione e il commercio bellico.

Quanto il settore della produzione di armamenti sia rilevante lo testimonia anche la presenza di El-Bashir all’Idex, unico capo di stato a visitare la fiera. Del resto il Sudan ha notevoli problemi di bilancio a causa della contrazione dei profitti del petrolio dopo la secessione del Sud Sudan, e dunque il rafforzamento dell’esportazione di armamenti può contribuire a rimpinguare le casse dello stato.

Ma la produzione di armi è anche un importante strumento di azione “politica” nella regione. Da molto tempo esperti dell’area sostengono che una parte degli armamenti andrebbe a rifornire i gruppi islamisti del Medio Oriente, in Libano e Palestina in particolare, Hezbollah, Hamas, e il movimento islamico jihadista palestinese, in una guerra per interposizione volta a sfiancare Israele. Khartoum nega, ovviamente, ma Israele è sicuro che le armi sudanesi raggiungono i suoi nemici attraverso le rotte del deserto del Sinai e perciò non ha esitato negli ultimi anni a bombardare diverse volte la penisola.

Nel 2012 venne presa di mira direttamente la fabbrica di materiale bellico di Yarmouk, vicino Khartoum. Nel 2011 un missile telecomandato fece saltare in aria un’automobile nei pressi di Port Sudan: con tutta probabilità l’obiettivo era un intermediario. Nel 2009 fu bombardato un convoglio di camion sulle piste che portano all’Egitto lungo la costa del Mar Rosso: morirono un centinaio di persone, perlopiù migranti che facevano da copertura inconsapevole al traffico. Khartoum accusò sempre Israele; non risulta che Israele abbia mai smentito.

Bangui e Tripoli
Più recentemente armi sudanesi sono state trovate anche in paesi africani fortemente instabili o in preda a guerre civili. All’inizio di quest’anno l’organizzazione inglese Conflict Armament Research Group, specializzata nel tracciare il traffico illegale di armi, ha pubblicato un rapporto sulle armi in circolazione nella Repubblica Centrafricana in cui si afferma che molti indicatori fanno pensare che alle milizie Seleka, in gran parte musulmane, molte armi siano arrivate dal Sudan, qualche volta anche in violazione degli accordi con il paese produttore. (…)

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