Laboratorio Brasile

Indios, discendenti di schiavi africani, immigrati europei, giapponesi e più recentemente anche latinoamericani. Come governare questa varietà umana senza discriminazioni razziali ed economiche?

«Ho 4 nipoti, e cinque figli. E poi c’è Gabriel, il mio figlio bianco». Difficile dire quanti anni abbia Deuziane: ne dimostra più di 50 anni, ma potrebbero essere molti meno. Questa corpulenta ed energica signora afro-brasiliana è una delle leader di una piccola comunità di 140 famiglie nata da pochi mesi su un fazzoletto di terra inutilizzato nel municipio di Contagem, terza città dello stato di Minas Gerais, a pochi chilometri dalla capitale Belo Horizonte.

140 famiglie senza un posto dove stare come tante altre in tutto il Brasile, sfrattate da altri luoghi, arrivate da stati più poveri, attirate dalla possibilità di un lavoro nella ricca Bei aga, come viene chiamata Belo Horizonte dai suoi cittadini. Le famiglie hanno individuato il terreno, l’hanno occupato e hanno diviso equamente gli spazi, poi hanno iniziato a costruire le loro nuove baracche, scavare i fossati, piantare le recinzioni per delimitare i loro spazi. Non hanno fatto tutto da soli: ad aiutarli c’era Brigada Populares, organizzazione indipendente che si occupa soprattutto del diritto alla casa. Gabriel è uno dei responsabili della sezione locale. Ed è diventato il filho branco adottivo di Deuziane, che per lui prepara pranzi vegetariani, tra le quotidiane risatine del resto della famiglia.

Gabriel è il “figlio bianco” perché, in tutta la comunità, famiglie di discendenza europea praticamente non ce ne sono. E spiega: «Noi non lavoriamo su questioni razziali: ci occupiamo di problemi abitativi, dai senza tetto in città alle favelas sotto sfratto, fino all’occupazione di terreni e case inutilizzati. Lavoriamo con le comunità perché ottengano il riconoscimento dalle istituzioni e per chiedere che vengano attivati servizi, dai trasporti agli acquedotti. I nostri progetti sono finanziati soprattutto dall’estero: Olanda, Svezia, Norvegia. Però devo ammettere che tutte le nostre attività vedono come destinatari quasi sempre brasiliani neri. Sono loro che compongono la fascia sociale più povera del Brasile».

 

Censimenti su misura

La população negra abita nei quartieri periferici, compone le favelas, frequenta le scuole pubbliche e vive soprattutto di lavoro informale. Anche a Belo Horizonte, anche nel Minas Gerais, che si vanta di essere lo stato federale in cui le tre principali componenti etniche (discendenza europea, indigena e africana) sono meglio integrate tra loro. Quello minero è il secondo stato federale per cittadini che si dichiarano neri o pardos – meticci (20milioni), dopo quello di San Paolo (41 milioni), e appena prima di Rio de Janeiro (16 milioni) e Bahia (14 milioni). In base all’ultimo censimento del 2010, la popolazione bianca, con il 47,73%, non è più la componente predominante del Brasile.

Considerato che il censimento è auto-compilato, gli analisti dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge) affermano che è in atto un’inversione di tendenza: sta tornando l’orgoglio delle proprie radici africane, e più gente è disposta a dichiararsi negra o parda. Questo sorpasso però potrebbe essere viziato da ragioni economiche: nell’agosto 2012, dopo 13 anni di dibattito, è stata promulgata la normativa che riserva il 50% dei posti negli atenei federali a studenti provenienti dalle scuole pubbliche, identificando delle “quote” per neri, meticci e indios. Per assicurare una possibilità in più ai propri figli, molti genitori preferiscono rivalutare le loro origine africane, in alcuni casi davvero remote. Pur introducendo anche un criterio economico, per favorire l’accesso agli atenei anche alle famiglie con un reddito inferiore ai 1000 R$ al mese, la normativa tutela soprattutto l’origine razziale.

Ma identificare la propria origine in Brasile è più complicato di quanto si possa pensare, basti un caso come esempio: Gisela vive a Campo Grande, favela di Rio de Janeiro, e fa la commerciante. «So di non avere la pelle nera, ma mi sento culturalmente più vicina alla cultura afro, nella mia famiglia ci sono molti negros. Quindi nell’ultimo censimento mi sono dichiarata parda». Gisela è sposata da 7 anni con Luiz Carlos de Oliveira, nero. «Abbiamo due figli, il più grande ha 8 anni, è nato prima che conoscessi mio marito, e il padre naturale era bianco, come me. Lui è registrato come branco. La mia seconda, Milena, ha due anni, e la sua pelle è color caramello. È bem misturada!» (…)

 

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