PAROLE DEL SUD – dicembre 2010
Giampietro Baresi

Alla fine, Luiz Inácio “Lula” da Silva ce l’ha fatta a portare alla vittoria la sua candidata, Dilma Rousseff, la prima donna presidente del Brasile. Solo alla fine, però, perché Dilma ha dovuto affrontare il ballottaggio, mentre tutto indicava un suo trionfo già al primo turno.

La campagna elettorale era cominciata con Dilma in netto svantaggio. Ma un Lula scatenato, con la popolarità alle stelle, aveva rapidamente ridotto le distanze dall’avversario José Serra, corteggiato dal mercato (era il candidato preferito dei trust e dei grandi gruppi finanziari del paese) ed esponente del Partito della social-democrazia brasiliana (Psdb). Strana social-democrazia, a dire il vero, perché in cattiva compagnia del partito di estrema destra. In ogni caso, Serra non era candidato da disprezzare. Oltre a poter sfoggiare la qualifica “doc” di esule ai tempi della dittatura, vantava una lunga esperienza politica: ministro della pianificazione, ministro della salute, sindaco della megalopoli di São Paulo, governatore dello stato di São Paulo…

Serra aveva già tentato di arrivare alla presidenza nel 2002, come candidato del Psdb, contro Lula, un poveraccio del nord-est brasiliano, divenuto sindacalista, con scarsa cultura accademica e con poca esperienza politica, ma perse la sfida al secondo turno. Questa volta era convinto che fosse finalmente arrivata l’ora della rivincita. Si è presentato sicuro di sé, composto, garbato, cortese. Del resto, doveva competere (soltanto) con una donna, con un passato giovanile di militanza nella lotta contro la dittatura e con limitata esperienza di governo. Quando, però, a poche settimane dal primo turno, si prospettava una seconda e definitiva sconfitta, lui e tutto il suo entourage hanno abbandonato la compostezza che si addice a rappresentanti della borghesia e sono partiti per la tangente, adottando la politica dell’“ogni regola è buona”, compreso il gioco sporco.

Hanno cominciato a vomitare accuse di corruzione contro personalità di primo piano del governo Lula. Vere o inventate, poco importava: l’importante era che fossero ben orchestrate da tutti i grandi mezzi di comunicazione, ovviamente tutti schierati con lui.

Poi, ci si è messa anche la religione. Un superzelante vescovo di una diocesi della Grande São Paulo, prendendo le distanze dalla linea adottata dalla Conferenza episcopale, è partito per la crociata, brandendo, in maniera semplicistica e autoritaria, la spada dell’antiabortismo e chiedendo ai fedeli di non votare per Dilma. Alcuni vescovi e preti si sono uniti a lui. Ma la reazione del mondo cattolico non si è fatta attendere: la Conferenza episcopale ha ricordato che «la scelta è un atto libero e consapevole di ogni cittadino». Ma l’atmosfera non è più stata del tutto serena. La confusione che ne è seguita è stata alquanto dolorosa. Si è giunti perfino a minacciare denunce contro il Papa.

La campagna elettorale si è, così, trasformata in un indecente spettacolo religioso-politico, con personaggi di tutte le religioni e le denominazioni coinvolti. Una manna dal cielo per José Serra: perduto nel deserto della conquista del potere, si è tuffato nelle acque benedette di tutte le fedi, ostentando una presenza devota a molte messe, accostandosi alla comunione, baciando statuette di santi e facendo promesse di vantaggi per tutti; ad accompagnarlo c’erano sempre bande di esaltati “difensori della vita”.

Dilma non è stata con le mani in mano: anche lei ha inondato i giornali con foto che provavano la sua religiosità. Una squallida lotta, che ha contribuito ad arrivare al ballottaggio.

La guerra vera è scoppiata alla vigilia del voto del secondo turno. Consapevole o no, Benedetto XVI ha fornito una potente arma ai crociati fondamentalisti, con dichiarazioni che i mezzi di comunicazione hanno ampiamente diffuso, presentandole come un chiaro appoggio a Serra. Possibile che nessuno abbia avvertito il Papa del pericolo che le sue parole venissero cosi maledettamente manipolate?

Ora, smontati gli archi di trionfo dei vincitori e conclusi i riti funebri dei vinti, incomincia per il Brasile la nuova stagione di lotta contro la maggiore sfida di sempre: ridurre la più scandalosa disuguaglianza sociale al mondo. Per la chiesa, continua l’impegno di fedeltà alla missione di sempre: sostenere la vita, dare la vita per la vita, lasciando da parte le crociate e facendo alleanza con chi dedica l’intera esistenza a questo ideale.