Giustizia ambientale

Paga salato il riscaldamento globale. Subisce l’inquinamento dell’industria petrolifera ed estrattiva. È devastato dall’accaparramento delle terre. Le ecomafie lo tengono nel mirino. Si comprende perché il continente è chiamato spesso in causa nell’enciclica Laudato si’, che chiede al mondo un cambio di rotta.

Nella bellissima preghiera dedicata alla «nostra terra» con cui si chiude l’enciclica Laudato si’, papa Francesco evoca due figure di Dio. La prima è quella di un Dio onnipotente, che tutti conosciamo. La seconda, meno consueta, è quella del «Dio dei poveri», che viene invocato «affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo, affinché seminiamo bellezza e non inquinamento e distruzione», ma anche perché tocchi «i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri della terra».

Dopo l’analisi del “paradigma tecno-economico”, dopo l’illustrazione dei meccanismi attraverso cui i dispositivi messi in atto da quest’ultimo operano per procurarsi tutti i vantaggi offerti dall’ambiente scaricandone i costi sui “poveri”, appunto, il papa dà voce in forma di preghiera al bisogno di giustizia ambientale che sale dagli ultimi, mettendo tra questi anche le generazioni future. Gli ultimi, depredati prima della loro ricchezza ambientale e condannati poi a pagarne i costi in termini di mancato godimento, degrado della qualità della vita, attentato alla salute.

Non è affatto un caso che l’Africa sia il continente più citato nell’enciclica, assieme all’America Latina. E dunque come si dispiegano in Africa le filiere della espropriazione dei diritti ambientali delle popolazioni? Infinite modalità, che si colgono a diverse scale: villaggi e megalopoli, piccoli territori e grandi spazi. A volte queste filiere affondano le loro radici nel passato coloniale. Pensiamo allo sfruttamento forestale, ad esempio, nato all’insegna di una “scienza coloniale” piuttosto prudente, ma via via diventato, sotto la spinta degli appetiti del profitto, sempre più aggressivo e indiscriminato, con conseguenze negative non solo sulla flora legnosa e non legnosa, ma anche sulla piccola e grande fauna nonché sulla tessitura dei suoli e la loro fertilità.

Le misure conservative, messe in atto già dal colonialismo e poi continuate nella postcolonia con il concorso delle grandi organizzazioni internazionali (Onu e Iucn, Bm, Fmi), raggiungono i loro scopi solo parzialmente, e comunque puntando a obiettivi di tutela anche benemeriti – pensiamo agli ecosistemi vulnerabili – senza tuttavia tener conto dei bisogni delle popolazioni locali, che posseggono i diritti d’uso sulle aree messe a riserva.

A volte i procedimenti espropriativi hanno origini più prossime, riflettendo in qualche modo i giochi egemonici delle potenze globalitarie e dei conglomerati multinazionali. Vale la pena ricordarne alcune, di portata generale su tutto il continente.

La forma più recente, ma anche più eclatante di ingiustizia ambientale riguarda quella complessa fenomenologia che va sotto il nome di “cambiamento climatico”. Le cause umane del climate change sono molteplici, ma una sembra prevalere sulle altre, vale a dire il rilascio di CO2 e altri gas serra nell’atmosfera, ad opera soprattutto dei paesi industriali con il relativo iperconsumismo dei loro abitanti. L’Africa non ha responsabilità alcuna in tutto ciò, eppure subisce e ancor più subirà in pieno dalle conseguenze del global warming, al pari di tutti gli altri paesi e anzi, date le sue fragilità economiche, sociali e territoriali, in misura maggiore persino dei più inveterati inquinatori. Così, l’Organizzazione mondiale della sanità stima che mentre la mortalità direttamente imputabile ai cambiamenti climatici è di 0-2 persone per milione/abitante, negli Stati Uniti e di 2-4 in Cina, in paesi come il Mali, l’Egitto o Madagascar varierà da 4 a 70, mentre sarà superiore a 70 e fino a 120 in Etiopia, nel bacino congolese in Costa d’Avorio o in Mozambico.

Petrolio e degrado
L’Africa è investita da numerose forme di inquinamento, strettamente legate alle dinamiche del “paradigma tecno-economico”. Si tratta di un’alterazione nociva degli equilibri naturali, grave perché agisce in profondità, a volte irreversibile, a volte smaltibile ma solo nel lungo periodo e dopo aver causato danni pesanti all’habitat ecologico, alla salute umana, alla stabilità emotiva delle comunità, alle stesse possibilità di sviluppo sostenibile dei paesi coinvolti. (…)

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Sopra una cartina del continente africano che indica la vulnerabilità di fronte ai cambiamenti climatici. Questo indicedi rischio, elaborato dall’Univwersità di Notre Dame (Indiana, Stati Uniti), si basa su sei fattori di rischio: cibo, acqua, salute, ecosistema, habitat umano, infrastrutture.

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