Convivere con la paura

Continui raid aerei tengono in scacco le comunità di Kauda e di Yabus. Colpiti anche ospedali, scuole, moschee, chiese. Così Khartoum punta a fare terra bruciata nelle aree controllate dall’opposizione armata.

Kauda, nei Monti Nuba (Sud Kordofan) e Yabus, contea di Kurmuk (Nilo Azzurro) non potrebbero essere più diverse dal punto di vista socioeconomico, del territorio e perfino nel modo di gestire l’emergenza creata dal conflitto con il governo di Khartoum, che dura ormai da quasi quattro anni.

Eppure hanno anche moltissimo in comune. Intanto sono controllate dal movimento di opposizione armata, l’Splm-n, che di fatto le amministra e le governa con l’appoggio della popolazione. Hanno un lungo confine con il Sud Sudan, che ospita centinaia di migliaia di profughi in campi che fungono anche da aperture sul mondo evitando l’isolamento totale, da base per gli aiuti alla popolazione rimasta sotto assedio, da mercati per lo scambio di beni di prima necessità. E questo risulta evidente man mano che si approfondisce la conoscenza della situazione sul campo.

Quello che si nota immediatamente, invece, è la struttura, identica, delle abitazioni: ogni capanna ha la sua piccola trincea, la cui funzione viene chiarita subito dopo i primi saluti: «Qui non ci sono aerei amici; se senti il rumore di un aereo, buttati immediatamente nel buco e cura che nessuna parte di te rimanga esposta, in modo che le schegge di eventuali bombe non possano colpirti», dice senza giri di parole Najwa, direttrice di Nuba Recovery, Rehabilitation and Development Organization (Nrrdo), una delle ong locali del Sud Kordofan. È la presenza incombente dell’“Antonov” (così sono chiamati tutti gli aerei che sorvolano il territorio) a scandire la quotidianità. Solo nel mese di novembre 2014, l’ultimo di cui si hanno dati pubblici, ci sono stati, nella zona, 11 raid aerei che hanno scaricato almeno 100 bombe su 12 villaggi.

Nelle vicinanze di Kauda sono stati ripetutamente colpiti perfino i due ospedali, gestiti dalla Chiesa cattolica e da Medici senza frontiere, entrambi ben conosciuti e riconoscibili. E poi scuole, moschee, chiese. Ci sono stati bombardamenti anche alla vigilia di Natale e attorno a Capodanno. Eppure il villaggio sembra condurre una vita normale. Le donne fanno la fila davanti al mulino per macinare il sorgo, il mercato è colorato da pile di pomodori, cipollotti e manghi, frutto del lavoro di sostegno alla sicurezza alimentare delle ong locali, che continuano a fornire servizi alla popolazione e a programmare il futuro, ma le trincee protettive sono sempre visibili e raggiungibili in pochi passi, a testimoniare che la normalità è solo apparente. Tanto apparente che, nel viaggio di ritorno, verso il confine con il Sud Sudan, l’atmosfera è tesa nel fuoristrada mimetizzato. Il giorno prima, 18 bombe sono state scaricate nelle immediate vicinanze della pista su cui stiamo viaggiando. Villaggi e campi coltivati sono stati distrutti. Noi speriamo che l’Antonov si riposi almeno un giorno.

Capanne e trincee.
A Yabus, per meglio proteggersi, la popolazione rimasta si è dispersa nella foresta, creando piccoli insediamenti provvisori e ben mimetizzati. Anche a Yabus ogni capanna ha nelle vicinanze un riparo dai bombardamenti. (…)

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