Prima Sarajevo, poi Belgrado. Stando a quanto riportato da Africa Intelligence, a metà giugno una delegazione dei servizi segreti dell’Etiopia è volata nei Balcani per annusare le proposte di forniture militari, avanzate dai governi bosniaco e serbo.

Nella lista della spesa la delegazione di Addis Abeba avrebbe segnato sistemi tecnologici anti drone, sistemi di comunicazione tattica, dissuasori e barriere antiterrorismo e attrezzature per blindare i convogli su cui viaggiano funzionari governativi e amministratori delle regioni più turbolente del Paese.

Obiettivo del blitz è mettere al più presto possibile i militari della Forza di difesa nazionale etiopica nelle condizioni di rispondere alle sortite ribelli nella regione settentrionale del Tigray. Dove dall’offensiva militare lanciata nel novembre scorso il governo del premier Abiy Ahmed Ali ha finora ricavato ben poco.

Mostrando, piuttosto, una impreparazione militare evidente, poco o nulla coperta dal supporto dell’esercito eritreo e dei combattenti della regione etiope di Amhara, e soprattutto profonde carenze di armi ed equipaggiamenti.

Il risultato è che dopo otto mesi di combattimenti, ondate di sfollati, crimini di ogni tipo su civili inermi e annunci roboanti, il Fronte di liberazione popolare del Tigray non è stato schiodato dalla regione. Anzi, puntualmente, dal distretto montuoso di Kola Tembien, si lancia in avanzate improvvise alla riconquista di sempre più ampie porzioni di territorio. E la sua leadership, su cui la campagna del premier Abiy Ahmed aveva puntato il mirino per sedare l’insurrezione, non ha subìto particolari perdite.

Del 30 giugno è la notizia di un ennesimo colpo di scena, con Abiy Ahmed che ha comunicato il ritiro delle truppe etiopiche dalla capitale regionale, Macallè, perché la città “non sarebbe più in cima alle preoccupazioni del suo governo”.

Una versione che contraddice completamente quanto sostengono invece i capi del Fronte di liberazione popolare del Tigray. I quali la settimana scorsa avevano rispedito al mittente l’ordine di un cessate il fuoco unilaterale nella regione, e adesso sbeffeggiano Abiy Ahmed dicendo che le truppe etiopiche non si sono ritirate, ma sono state cacciate dai ribelli.

Difficile prevede cosa accadrà nei prossimi giorni e settimane. Secondo diversi analisti che monitorano da mesi l’andamento del conflitto, dopo aver respinto l’offensiva su Macallè il Fronte del Tigray potrebbe addirittura provare a spingersi oltre per mettere pressione sui confini eritrei e impensierire il presidente Isaias Afewerki, che sta approfittando della guerra per accaparrarsi nuovi territori.

Altri ritengono che il ritiro da Macallè sia in realtà la spia di un’altra dinamica regionale, con l’Etiopia interessata a non perdere la prova muscolare con il Sudan per il controllo dell’area di al-Fashaga, particolarmente fertile, situata al confine tra i due Stati e formalmente sotto il controllo di Khartoum.

Considerata la débâcle nel Tigray, aprire un nuovo fronte di guerra per Abiy Ahmed sarebbe a dir poco azzardato. A meno che dal loro viaggio nei Balcani gli uomini della sua intelligence non siano tornati in patria con carichi di attrezzature militari in grado di cambiare le sorti dei conflitti – in corso e potenziali – che destabilizzano l’intera regione.

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