Il primo ministro Abiy Ahmed in uniforme militare (tesfanews.net)

Nel 2019, il neo-primo ministro Abiy Ahmed dava il proprio imprimatur al primo gesto di rottura con l’ordine etnico-federale ereditato dal precedente governo. La creazione dello stato regionale del Sidama, rispondeva ufficialmente al desiderio di auto-determinazione etnica dell’omonima comunità, ma certificava anche l’emergere di nuovi equilibri tra il governo federale e i centri di potere sub-nazionali nel sud del paese.

Non deve dunque sorprendere se, nelle ultime settimane, si siano rincorse voci di un’analoga rivisitazione territoriale nel nord, a discapito di quel Tigray ancora teatro del conflitto tra esercito federale e forze armate del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf).

Secondo un portavoce dell’amministrazione regionale dell’Amhara, l’esecutivo federale sarebbe in procinto di riconoscere formalmente la sovranità di Bahr Dahr sul Tigray occidentale, sottoposto ad un regime d’occupazione de-facto delle forze di sicurezza Amhara sin dal novembre 2020.

La notizia ha sollevato le immediate proteste dell’amministrazione ad interim del Tigray, la quale ha accusato il vicino di sfruttare il conflitto con il Tplf per espandere extra-legem i propri confini. La disputa non incide soltanto sull’evoluzione dei rapporti tra Addis Abeba e Macallè, ma investe il più ampio tema della ridefinizione della mappa interna del paese e del rapporto tra costituenti etniche.

L’ipotesi di una rivisitazione delle sfere d’influenza regionali nel bassopiano occidentale non giunge come un fulmine a ciel sereno: i distretti del Wolkait, Kafta Humera, Tselemti e Tsegede, sono da tempo al centro di una disputa territoriale tra gli stati regionali del Tigray e dell’Amhara.

L’origine della discordia può essere fatta risalire al processo di re-mappatura amministrativa, intrapreso dal Tplf all’indomani della caduta del Derg, quando la coalizione di governo del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Ethiopian people’s revolutionary democratic front – Eprdf) ridisegnò le regioni in ossequio al principio di auto-determinazione etnica.

L’estremità nord-occidentale dell’Etiopia, lungo il confine internazionale con Eritrea e Sudan, venne sottratta alla giurisdizione dell’allora regione del Begemder e del suo capoluogo Gondar, per essere assegnata al neonato stato regionale del Tigray. Il Tplf giustificò questa scelta sulla base della natura prevalentemente tigrinofona dell’area, liquidando le pretese di controllo di Gondar come un retaggio del “colonialismo interno” Amhara: retaggio che il federalismo etnico si proponeva di destrutturare.

Le ragioni profonde di questa scelta potevano essere ricondotte a due ordini di fattori. Innanzitutto, il dato economico: i distretti ricompresi nell’odierno Tigray occidentale sono ricchi di terre fertili e abbondanti corsi d’acqua, tanto da essere divenuti uno dei principali serbatoi produttivi di semi di sesamo – il secondo prodotto d’esportazione del paese, dopo il caffè – su scala nazionale.

Nel corso degli ultimi trent’anni, il controllo del bassopiano ha offerto al Tigray una preziosa valvola di sfogo per il surplus di popolazione nell’altopiano: qui ha avuto luogo uno dei principali programmi di smobilitazione di ex soldati del Tplf, a seguito della trasformazione di quest’ultimo da movimento di liberazione, in partito politico.

I distretti contesi hanno inoltre rappresentato un’importante fonte di entrate per il conglomerato parastatale a guida tigrina Effort, beneficiario di una serie di concessioni agricole e commerciali nell’area. L’espansione verso ovest ha risposto anche a fattori di ordine politico: tramite la nuova riorganizzazione amministrativa, infatti, il Tigray acquisiva una seconda finestra d’accesso ai confini internazionali dell’Etiopia.

La creazione di un collegamento diretto con il Sudan si era già rivelata dirimente per il Tplf durante gli anni della guerriglia, quando il bassopiano sudanese era divenuto la principale via di rifornimento per lo sforzo bellico nell’altopiano.

La sua utilità era stata ribadita a seguito del conflitto con l’Eritrea (1998-2018), allorquando la via sudanese era stata eletta a sbocco commerciale di riferimento – insieme a Gibuti – per le merci transitanti tra l’Etiopia settentrionale e i mercati internazionali. Così facendo, il Tigray aveva inoltre potuto assumere una rinnovata centralità nel reticolo di rotte commerciali tra l’entroterra etiopico e il Mar Rosso.

La rettifica dei confini operata dal Tplf nei primi anni ’90 venne immediatamente contestata dai gruppi d’interesse legati alla nuova amministrazione regionale Amhara, implicitamente designata quale erede delle regioni “storiche” del Begemder e del Goggiam. Le ragioni di questa opposizione erano speculari a quelle del Tigray. Da un punto di vista economico, l’élite di Gondar perdeva le prerogative di controllo sui ricchi territori del bassopiano.

Inoltre, la nuova mappa etnico-federale riduceva sensibilmente l’esposizione internazionale della neonata regione Amhara, privandola di parte del confine sudanese e, soprattutto, di un accesso diretto all’Eritrea. Tale disagio aveva assunto la forma delle proteste di piazza nei principali centri urbani dell’Amhara nel corso del 2016, inserendosi nel più ampio fenomeno di contestazione dell’esecutivo federale targato Dessalegn Hailemariam.

Se confermato, il trasferimento de jure del bassopiano occidentale alla giurisdizione Amhara, ripristinerebbe lo status quo pre-1991, soddisfando così le ambizioni irredentiste di Bahr Dahr. La rivisitazione confinaria sarebbe inoltre funzionale al progetto di Abiy Ahmed di riattivare la partnership commerciale tra Asmara e Addis Abeba, poiché collocherebbe la porzione occidentale del confine eritreo sotto l’autorità di un’amministrazione regionale alleata dell’esecutivo federale.

La formalizzazione del dominio Amhara, tuttavia, potrebbe accendere nuovi scontri in altri territori contesi dell’arena politica sub-nazionale etiopica, come nel Benishangul o nell’Afar. Il riconoscimento ex post di situazioni maturate attraverso il ricorso allo strumento militare, rappresenterebbe un incentivo all’attivismo delle forze di sicurezza regionali e un’ulteriore sfida al primato del governo federale, acuendo il processo di delocalizzazione della forza armata, all’interno del territorio nazionale.