Pesca illegale / Rapporto Greenpeace
Flotte di pescherecci cinesi stanno spostando le loro attività lungo le coste dell'Africa occidentale è hanno ripetutamente pescato illegalmente in questi mari. Lo ha denunciato l'ong Greenpeace in un'inchiesta in cui si parla di 114 casi di pesca illegale in soli 8 anni. Fenomeno in crescita laddove i controlli sono scarsi e le leggi facilmente aggirabili e che sta devastando l'ambiente e mettendo in ginocchio i pescatori locali.

Da tempo ormai il gigante Cina si è accorto che nelle sue acque la sfrenata pesca intensiva sta provocando l’esaurimento delle risorse ittiche e ha cominciato a vietare le pratiche più distruttive. Così le flotte cinesi, spinte dal crollo delle catture vicino a casa e dalle possibili restrizioni di Pechino, hanno cominciato ad affollare le lontane acque dell’Africa occidentale. Proprio lì, dove i controlli sono carenti e le leggi aggirabili o del tutto assenti.
Sono centinaia le imbarcazioni cinesi che pescano illegalmente nelle acque dell’Africa occidentale e il fenomeno è in crescita esponenziale negli ultimi anni. È stata l’ong ambientalista Greenpeace a denunciarlo la scorsa settimana pubblicando una sua inchiesta secondo la quale nel 1985 a pescare illegalmente in quei mari erano 13 imbarcazioni battenti bandiera cinese o di proprietà cinese, mentre nel 2013 il loro numero è salito a 462. Per l’Ong equivarrebbe a circa un quinto dell’intera flotta di pesca d’alto mare che la Cina possiede all’estero. Secondo Greenpeace è Pechino ad incoraggiare molte aziende a navigare più lontano offrendo generosi sussidi governativi.
Nei periodi 2000-2006 e 2011-2013, l’ong ha identificato 114 casi di pesca illegale di aziende cinesi avvenuti a largo di Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Mauritania, Senegal e Sierra Leone. Si passa dalla grande azienda di stato China National Fisheries Corporation (Cnfc) fino alle piccole e medie aziende private. Di questi casi documentati, il 41% riguardavano pesca in acque interdette, 38% per la pesca senza licenza e il 14% per le dimensioni delle reti illegali.
Di tutti questi casi rilevati da Greenpeace il 31% delle navi avevano commesso attività di pesca illegali più di due volte nel corso dello stesso periodo. Inoltre, 60 di questi casi (il 33% del totale delle violazioni cinesi documentate) hanno la firma della stessa azienda, la sopracitata compagnia statale Cnfc.

Stratagemmi illegali
Da quanto emerge dall’inchiesta, molte imbarcazioni al loro rientro nella Repubblica popolare dichiarano un tonnellaggio inferiore rispetto a quello effettivo per “nascondere” il carico proibito. La Cnfc avrebbe “truccato” la stazza lorda di 44 dei suoi 59 pescherecci che operano in Africa occidentale, secondo il rapporto, una pratica che consente alle aziende di eludere costi di licenza e che potrebbe significare che  stavano pescando in zone proibite.
In alcuni dei casi riportati da Greenpeace, le imbarcazioni cinesi avrebbero inviato comunicazioni ingannevoli sulla loro effettiva posizione manipolando il sistema di localizzazione satellitare obbligatorio  Automatic Identification System (Ais), segnalando la loro presenza in Messico o in porto, invece che nel oceano atlantico davanti alle coste africane.

Ebola, epidemia che conviene
I casi rilevati di recente, alla fine del 2014, dimostrano come questa situazione continui e sembri ormai cronica nella regione. Dal 26 ottobre al 21 novembre 2014, Greenpeace ha documentato attività illegali di compagnie cinesi mentre nazioni africane, come la Guinea in particolare, stavano lottando per combattere l’epidemia di Ebola e approfittando del fatto che queste nazioni non potevano assolutamente monitorare le loro acque in quel periodo. In totale sono stati contati 16 casi in acque vietate commesse da 12 navi battenti bandiera della Repubblica popolare.
L’ong non esita a sottolineare nel rapporto che questi casi, come i precedenti, molto probabilmente rappresentano solo la “punta dell’iceberg” di ciò che è accaduto, e accade, nella realtà.

Crisi persistente
In tutto questo chi perde, oltre all’ambiente, sono i pescatori locali africani. Con sempre meno catture e l’aumento dei costi devono lottare ogni giorno e rischiare sempre di più allontanandosi dalle coste per sopravvivere. La pesca è un settore fondamentale per la popolazione delle nazioni dell’Africa occidentale, soprattutto in termini di mezzi di sussistenza e per ciò che riguarda la sicurezza alimentare. Non da lavoro solo ai pescatori, ma genera anche un indotto non trascurabile, dal trasporto del pesce fino alla sua lavorazione e alla vendita. Intere economie sono aggrappate a questo settore. Eppure ora è in grave pericolo.
Secondo la Sea Shepherd Conservation Society, l’Africa occidentale è la zona del mondo più soggetta al fenomeno della pesca illecita. Il 37% della pesca illegale internazionale si concentrerebbe qui. Oltre ai pescherecci cinesi, ci sarebbero quelli russi e anche molti europei.

Cina-Africa, relazione ambigua
Si riapre così il vecchio dibattito su quale sia il vero ruolo che Pechino vuole assumere nel continente africano. Generoso benefattore portatore della politica degli affari in cui “si vince entrambi” oppure furbo stratega geo-economico e con obiettivi di neocolonialismo?
Di certo c’è che «in un momento in cui la Cina parla ardentemente di “partnerhip reciprocamente vantaggiosa” con i governi africani, questo tipo di pratiche che permette non aiutano a migliorare la sua immagine internazionale» come ha detto Rashid Kang, responsabile di Greenpeace per la campagna in Asia orientale.
Ovviamente la colpa è anche dei governi delle nazioni africane coinvolte. Perché lo sfruttamento esterno può avvenire solo se di fronte si ha una cattiva gestione interna. Vuoti legislativi, mancati controlli e accordi svantaggiosi in Africa occidentale ne sono la prova.
La Cina dice di voler esportare sviluppo nel continente. Per ora l’unica cosa che pare abbia attecchito, sembra essere la politica di sfruttamento scellerato delle risorse naturali per ottenere i soliti “soldi facili” che arricchiscono i pochi al potere. All’Africa forse, per iniziare, basterebbero giustizia e onestà.

Nella foto in alto dei pescherecci cinesi. (Fonte: Afp). Nelle foto sopra, tipiche imbarcazioni di pescatori africani sulle coste del Senegal e una cartina della costa con in evidenza le coste dell’Africa occidentale.