Moschee

La fede musulmana continua a non essere praticabile nella “normalità”, in luoghi di culto decorosi e riconosciuti. Complici l’allarme che suscita la deriva fondamentalista, che i media raccontano in modo inadeguato, l’inerzia delle istituzioni e l’ambiguità di gruppi islamici organizzati.

La pluralizzazione del paesaggio religioso italiano è ormai un fatto, ma la sua percezione e la gestione del fenomeno ai vari livelli contribuiscono a mantenere una situazione di eccezionalità e di (falsa) emergenza da cui deriva in pratica uno stallo totale. A livello più immediato e concreto, ossia la presenza di numerose persone di altra fede rispetto a quella cattolica dominante e delle minoranze storiche autoctone (quali gli ebrei e i valdesi), non sembra che la cosa rappresenti un problema né desti meraviglia per quasi più nessuno.

Pragmaticità e buon senso si sono imposti gradualmente nei quartieri, nelle scuole e negli stessi oratori frequentati da bimbi e adolescenti di svariatissime provenienze. Tipiche forme di disagio inizialmente legate all’abbigliamento, ad abitudini alimentari, a determinate festività “esotiche” e al diverso ruolo degli adulti in base al genere hanno prevalentemente trovato modalità di mutuo riconoscimento e di bilanciamento senza più troppi scossoni.

Se passiamo però al livello della rappresentazione mediatica le cose cambiano sensibilmente. Predominano toni allarmistici quando non apocalittici, come se fosse in atto una vera e propria invasione per lo più abbinata a fatti di cronaca nera o a tragedie domestiche del resto non poi così rare anche tra gli autoctoni… (…)

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Le 35 “moschee” di Roma 

Le moschee, che in Italia sono in gran parte semplici sale di preghiera, svolgono un significativo ruolo sociale. Rappresentano il primo impatto con l’Italia per i migranti appena arrivati, uno scudo identitario che protegge dallo spaesamento, un rifugio prezioso nella prima fase dell’esperienza migratoria. Sopperiscono alle carenze statali in materia di welfare e di sostegno economico per i più disagiati. A molte di esse gli immigrati si rivolgono per sbrigare pratiche burocratiche, come il rinnovo del permesso di soggiorno, per cercare un lavoro o un’abitazione.

A Roma spicca per importanza la Grande moschea. Inaugurata nel 1995, è sede del Centro islamico culturale d’Italia, riconosciuto come ente morale dallo stato italiano sin dal 1974, il cui consiglio di amministrazione è costituito da 15 dei 28 ambasciatori di vari paesi musulmani che si alternano. Se da un lato la Grande moschea ha il pregio di essere una delle poche vere moschee architettonicamente ed esteticamente edificate in Italia – un monumento islamico – assieme a quelle di Segrate, Brescia, Ravenna, Colle di Val d’Elsa e Catania, e di costituire un punto di riferimento per le istituzioni, ha il difetto di non avere capacità e possibilità di convogliare le tante anime dell’islam romano. Il suo situarsi in un’area come Monte Antenne, vicina alle ambasciate e al quartiere Parioli ma distante dalle aree popolari e periferiche dove molti immigrati musulmani risiedono e lavorano, rappresenta ulteriore difficoltà.

Nella ricerca sul campo, che come Centro Astalli stiamo conducendo dal 2012, sui musulmani e luoghi di culto nel Comune di Roma ci siamo dedicati, piuttosto che a cercare parametri che definiscano l’appartenenza di un fedele alla umma, quali siano i numeri inerenti le presenze effettive riscontrabili in media nella jum’a, preghiera principale del venerdì. Abbiamo così contato 13.550 unità, di cui quasi la metà, 6.550, di nazionalità bangladese.

L’islam della capitale si caratterizza per la prevalenza del Bangladesh sia in quanto presenze di fedeli che come gruppi dirigenti dei centri di preghiera: delle trentacinque moschee non ufficiali censite (per via della mancata intesa con lo stato italiano, si trovano in magazzini, garage, capannoni), sono ventuno quelle guidate da associazioni culturali con un consiglio di amministrazione composto esclusivamente da cittadini del Bangladesh. Si tratta di moschee “etniche”, in cui la khutba (sermone) si tiene in lingua bangla.

Dieci moschee sono a direzione nordafricana: anche in questo caso si tratta di luoghi di culto “etnici”, in cui i praticanti sono perlopiù marocchini, egiziani, tunisini. Da un punto di vista più ideologico, i musulmani arabofoni non sempre guardano di buon occhio quelli bangladesi, cui si rimprovera scarsa conoscenza della lingua araba.

Tra le altre moschee se ne distingue una turca e un’altra che sorge in un palazzo di Tor Vergata, occupato da rifugiati e richiedenti asilo eritrei, sudanesi e somali. Non manca un centro frequentato da sciiti duodecimani, mentre tra i vari ordini sufi (che in genere si ritrovano in abitazioni private) spicca la Tariqa Burhaniya per la sua moschea presso Valle Aurelia. Le presenze italiane tra i musulmani di Roma non sono trascurabili: ne abbiamo contate centocinquanta tra le varie moschee. Un ultimo dato su queste sale di preghiera: dodici su trentacinque sono state inaugurate tra 2011 e i primi mesi del 2015. (Carmelo Russo)

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