Quello che sta avvenendo nel sud del Madagascar può essere considerato il primo caso di carestia legato alla crisi climatica. È quanto ritiene l’Onu, che sottolinea che questo sia l’unico luogo oggi al mondo in cui condizioni di carenza alimentare di tale portata sono riconducibili solo al clima e non ad un conflitto. Le carestie in altre parti del mondo, come lo Yemen, il Sud Sudan o la regione del Tigray, in Etiopia, sono infatti il risultato indiretto di conflitti armati.

Il Programma alimentare mondiale, braccio operativo delle Nazioni Unite, sta lanciando l’allarme da mesi ormai, mentre già da un anno la fame imperversa e con tutta probabilità – dicono gli esperti – si aggraverà nei prossimi mesi. A meno che non si intervenga con aiuti massicci alla popolazione. Una toppa in un vestito che si sta lacerando. Ma almeno salverebbe vite umane.

Va considerato che lo stato di siccità perdura da ormai quattro anni e alla perdita dei raccolti non si può più supplire (e ormai da tempo) con scorte. A determinare l’estrema siccità – che si è sommata negli anni scorsi alle tempeste di sabbia e alle invasioni di locuste – sarebbe il riscaldamento globale, di fatto fuori controllo.

Almeno 1,3 milioni di persone (ma secondo alcuni sarebbero molti di più) hanno bisogno di assistenza alimentare di emergenza, di queste già 30mila sono colpite dalla carestia. Circa mezzo milione di bambini nella regione soffrono di malnutrizione e 110mila rischiano di perdere la vita se non riceveranno subito assistenza.

Molte le testimonianze di persone che per sopravvivere mangiano qualunque cosa: dagli insetti ai fiori dei cactus rossi, a ogni tipo di tubero. E la stagione di magra, quella che va dalla semina ai raccolti (di cui ora pare non ci sia grande speranza), è appena cominciata. Ovviamente tale situazione, aggravata dalla pandemia e dall’isolamento che questa ha determinato, si ripercuote su vari ambiti della vita quotidiana, dalla salute all’istruzione, visto che molti bambini non vanno più a scuola.

Secondo il Programma alimentare mondiale servono almeno 69 milioni di dollari per finanziare quegli aiuti umanitari che sono indispensabili per affrontare (anzi, in realtà per tamponare) una tale situazione di emergenza. Il Madagascar, quarta isola più grande del mondo, è oltretutto particolarmente esposto ai cicloni per la sua posizione geografica nell’Oceano Indiano. 

Si calcola che in media, 1,5 cicloni colpiscono la costa malgascia ogni anno e che ognuno di questi mega-eventi colpisca in media 700mila persone. Ora, dicono i climatologi, questi numeri stanno aumentando a causa del riscaldamento globale. La regione del sud ne risulta particolarmente colpita. E si tratta dell’area più povera del paese che soffre di una cronica mancanza di infrastrutture e investimenti pubblici. 

Ma nel complesso è tutto il paese a dover fare i conti con una situazione difficile, basti pensare che il 77% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e ancora un 77% della popolazione urbana vive in baraccopoli. Anche qui, come nelle aree colpite da siccità – anche se per motivi diversi – scarseggia l’acqua così come l’elettricità, i servizi igienici e sanitari. Mentre la scarsità di cibo, causata dalla mancanza di mezzi, determina una condizione di malnutrizione acuta per migliaia di bambini.

L’Africa il continente più colpito

Oggi è il Madagascar. Domani sarà un altro paese, altre popolazioni. Nessun presagio di disgrazia a buon mercato. Facciamo parlare le osservazioni e le analisi scientifiche. L’ultimo decennio in Africa è stato il più caldo mai registrato (temperatura di circa 1,2°C più alta della media) e si prevede che molti paesi – certamente quelli fino a 15 gradi di latitudine dall’equatore – sperimenteranno (e stanno sperimentando) ondate di calore più frequenti.

In particolare, Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica del Congo, le regioni costiere dell’Angola settentrionale e della Repubblica democratica del Congo, ma anche – in Africa orientale – Uganda, Etiopia e Kenya. Una situazione legata al manifestarsi di eventi climatici estremi, aumentati nell’Africa subsahariana più velocemente che nel resto del mondo. Eventi che minacciano già 120 milioni di persone, secondo l’ultimo report dell’Organizzazione meteorologica mondiale.

Una prova di tutto ciò è data dallo scioglimento dei ghiacciai dell’Africa orientale, che subiranno la completa deglaciazione in soli due decenni a partire da ora. Rispetto agli anni ’70 – leggiamo su africacenter.org –  la frequenza della siccità è quasi triplicata, le tempeste quadruplicate e le inondazioni decuplicate. Più del 20% delle inondazioni e più di un terzo delle siccità registrate sul pianeta negli ultimi dieci anni si sono verificate nell’Africa subsahariana.

Tutto questo si ripercuote sulle colture e sulla capacità dell’essere umano di gestire una terra costantemente violentata e incapace di adattarsi velocemente a situazioni climatiche così estreme. Un aumento della temperatura di 1°C – afferma ancora il report di africacenter – è associato a una diminuzione del 2,7% della produzione agricola.

Gli effetti saranno ancora più gravi nel continente africano, appunto, dove il sostentamento di milioni di famiglie dipende esclusivamente da attività sensibili ai fenomeni meteorologici: colture, allevamento, pesca. La diminuzione della produzione alimentare alla fine vuol dire la fuga, il tentativo di milioni di persone di cercare rifugio e salvezza altrove.

È stato calcolato che, nello scenario peggiore del riscaldamento globale, più di 86 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana si metterebbero in marcia, diventando di fatto degli sfollati. E con 19,3 milioni di sfollati, ovvero circa il 9% della popolazione, si stima che sarà il nordafrica la regione più colpita, in gran parte a causa della crescente scarsità d’acqua.

Se il trend attuale – fatto di crisi climatiche a cui si aggiungono quelle sociali, dovute ai conflitti e anche alla pandemia – continuerà, tra meno di dieci anni 840 milioni di persone nel mondo saranno affamate. Oggi sono 768 milioni, mentre 1 miliardo di persone non hanno cibo a sufficienza. Ovviamente si trovano tutti nei paesi a basso e medio reddito.

Le aree più critiche – evidenziate nella HungerMap – oltre a quelle in conflitto, l’India e zone del sud-est asiatico, si trovano nel continente africano. 8 dei 15 paesi in condizione di grave crisi alimentare sono in Africa. E non vanno dimenticati i “moltiplicatori di crisi”, i conflitti appunto – come quello in corso nel Tigray – quello civile in Camerun (che ormai va avanti da 5 anni) o le situazioni di instabilità, come quella in Sudan e nel Sahel, o dove sono molto attivi gruppi terroristici, come in Nigeria.

Secondo l’ND-GAIN Country Index, dei 20 paesi ritenuti più vulnerabili ai cambiamenti climatici, 16 si trovano in Africa. E la maggior parte di questi vive anche condizioni di forte precarietà sociale, sul fronte economico e della sicurezza.

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