Il Marocco è apparso fin da subito in prima pagina nello scandalo della sorveglianza dei cellulari col software Pegasus della società israeliana Nso, svelato il 18 luglio dal consorzio di testate Fobidden Stories. La sorveglianza non si sarebbe limitata ai giornalisti marocchini, come vedremo, ma appare a più ampio raggio. Il Marocco è infatti sospettato di essere implicato perfino nello spionaggio del telefono del presidente francese Macron, fatto che Rabat si è affrettata a smentire.

Due testate francesi, la piattaforma Mediapart e il giornale satirico Le Canard enchaîné hanno sporto denuncia contro i servizi marocchini sospettati di aver spiato alcuni loro giornalisti, e la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta.

Altri cittadini francesi sono stati spiati dal Marocco, secondo l’inchiesta di Radio France, che fa parte del consorzio e che, attraverso il Security Lab di Amnesty International, ha fatto verificare i cellulari di coloro che sostengono l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, la vera ossessione del regime.

Sarebbero così caduti nella rete Claude Mangin e Philippe Bouyssou. Claude Mangin è la moglie del detenuto politico sahrawi Naama Asfari, condannato a 30 anni di prigione per la partecipazione all’accampamento di Gdeim Izik, nel Sahara Occidentale, la prima delle proteste popolari che toccheranno nel 2010-11 il mondo arabo.

Philippe Bouyssou è il sindaco della città dove Claude Mangin vive, Ivry-sur-Seine, comune solidale con i sahrawi. Il 30 giugno di quest’anno presiede un consiglio comunale a porte chiuse perché la polizia lo informato di una manifestazione di marocchini pro-monarchia, all’ordine del giorno è infatti previsto un sostegno ai bambini sahrawi nei campi profughi; pochi minuti dopo la conclusione del consiglio il discorso di una consigliera del partito di Macron, contraria alla solidarietà con i sahrawi, è diffuso sui siti marocchini.  

L’Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura (Acat) ha sostenuto le accuse contro Rabat per le torture inflitte a Naama Asfari davanti ad un tribunale francese nel 2014 e successivamente al Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite, che per questo aveva condannato Rabat; oggi si scopre, secondo Radio France, che il cellulare dell’avvocato francese Joseph Breham, che ha sostenuto questa causa, è stato sorvegliato.

La stessa Radio ha fatto verificare il cellulare del rappresentante del Fronte Polisario in Europa, Oubi Bachir Bouchraya, e l’ha trovato “infetto”. L’ambasciata del Marocco a Parigi si è affrettata a smentire ogni implicazione e ha sostenuto che Amnesty International è stata incapace di trovare qualsiasi relazione tra il Marocco e la società israeliana Nso.

I sospetti sul Marocco nella sorveglianza di cittadini francesi non devono però sorprendere e diciamo subito che non hanno nulla a che vedere con la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele nel dicembre scorso. Pegasus era già entrato negli usi ed abusi della monarchia marocchina, prima che lo scandalo scoppiasse a livello internazionale.

Omar Radi e gli altri

Omar Radi è un giovane reporter marocchino indipendente impegnato nel giornalismo d’inchiesta. Nel dicembre 2019 viene arrestato a Casablanca dalla polizia, ufficialmente perché sei mesi prima aveva criticato con un tweet i giudici per le pesanti condanne inflitte ai leader dell’Hirak (“movimento” in arabo) del Rif, la regione settentrionale del Marocco a prevalenza berbera attraversata da una vasta rivolta popolare nel biennio 2016-17.

L’arresto suscita un’ondata di proteste in Marocco e da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, e Omar Radi è rilasciato dopo pochi giorni dietro cauzione. Processato nel marzo successivo, viene condannato a 4 mesi con la condizionale e a una ammenda.

Tre mesi più tardi, nel giugno 2020, Amnesty International denuncia l’uso di Pegasus da parte del Marocco per sorvegliare il cellulare di Radi. Rabat smentisce, ma Amnesty tiene il punto.

È l’inizio di una cascata di cellulari, di nomi, di oppositori e di attivisti media che via via vengono svelati dalle inchieste di Amnesty International e del consorzio Fobidden Stories. Tra circa i 180 giornalisti finora individuati come possibili vittime a livello internazionale, il consorzio ne elenca 7 marocchini: Taoufik Bouachrine, Aboubakr Jamai, Hicham Mansouri, Soulaimane Raissouni, Ali Amar, Omar Brousky, Maria Mokrim.

La rivelazione di Amnesty International intanto costa a Omar Radi gli interrogatori e poi nuove accuse fabbricate ad arte, come ad esempio quella di stupro, per demolirne la reputazione e mettere in difficoltà la solidarietà con i perseguitati, un’arma non a caso usata anche contro altri oppositori e giornalisti (Soulaimane Raissouni, Taoufik Bouachrine, Imad Stitou, Chafik Omerani), come denunciato da Amnesty.

Omar Radi (Twitter)

Censura e repressione

Se la monarchia marocchina ha deciso di impiegare Pegasus per sorvegliare media e opposizioni è perché, da quando è salito al trono, nel 1999, Mohammed VI, se da una parte ha attenuato alcune violazioni dei diritti umani, come la scomparsa, cara al suo predecessore, ma non la tortura, dall’altra ha rafforzato il controllo sull’informazione.  

In primo luogo il re sacralizza la propria figura e quella della famiglia reale, facendo condannare qualsiasi allusione irrispettosa. Così nel 2009 per una vignetta satirica il quotidiano francese Le Monde e quello spagnolo El Pais sono stati censurati e il direttore del quotidiano Akhbar Al Youm condannato.

Mohammed VI conferma inoltre l’altro grande tabù, il Sahara Occidentale, la cui “marocchinità” (smentita dalla Corte internazionale dell’Aia cui la monarchia stessa aveva fatto ricorso) non può essere messa in dubbio. Ne sa qualcosa Aboubakr Jamaï (anche lui nel mirino di Pegasus), fondatore del settimanale Le Journal e la sua edizione araba Assahifa, chiusi per aver pubblicato un’intervista con l’allora leader del Polisario Mohamed Abdelaziz, nell’aprile 2000.

Mohammed VI

Ma sul Sahara Occidentale dovrebbe essere aperto un capitolo a parte: i giornalisti e gli osservatori indipendenti non vi sono ammessi o espulsi, mentre i giornalisti sahrawi sono duramente repressi. Per questo motivo Reporters sans frontières ha definito il Sahara Occidentale “il buco nero dell’informazione”. 

Più in generale, sono le critiche al regime della monarchia che non vengono più tollerate. Nel 2005 il giornalista Ali Lmrabet, fondatore del settimanale Demain, è condannato ad una pena non prevista da alcuna norma, quella della proibizione di esercitare la professione per 10 anni, costringendolo a esiliarsi in Spagna per continuare l’attività di giornalista.

La lista dei giornalisti e delle testate colpite dalle diverse modalità di censura è molto lunga. Una delle armi preferite, per evitare troppi clamori, è quella delle ammende, di tale importo da costringere le testate alla chiusura o a sottomettersi al regime.

Il Marocco è andato così scivolando verso il basso nella classifica di Reporters sans frontières per la libertà di stampa, oggi è al 136° posto su 180 paesi, era al 130° cinque anni fa. 

La repressione diretta, estesa anche agli attivisti dei social, è diventata una costante. Nel 2016 la revisione del Codice della stampa ha teoricamente tolto l’incarcerazione dei giornalisti tra le pene possibili, mantenuta però nel codice penale. Di fatto i giornalisti marocchini sono continuamente arrestati, sbattuti in prigione e condannati.

Omar Radi e Soulaimane Raissouni hanno dovuto, nella primavera 2021, iniziare uno sciopero della fame per attirare l’attenzione sui loro casi. Soulaimane Raissouni, redattore capo del giornale Akhbar Al Yaoum, è in prigione dal maggio 2020 con accuse inventate, solo perché critico nei confronti della monarchia e solidale con Omar Radi.

E se nessun giornalista è stato assassinato, in compenso si assassinano i giornali indipendenti, privandoli della pubblicità e degli aiuti pubblici. L’ultimo della serie è proprio il quotidiano arabofono indipendente Akhbar Al Youm, fondato nel 2009 e costretto a chiudere nel marzo di quest’anno, dopo un percorso accidentato fin dall’inizio poiché il suo fondatore, Taoufik Bouachrine, era stato arrestato e infine condannato, nell’ottobre 2019, a 15 anni di prigione.

Quella dell’informazione appare dunque, sempre più, per il regime, una battaglia strategica.

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