A quasi due mesi dalla notizia del suo arresto e condanna, la vicenda della giovane italo-marocchina Ikram Nazih continua a restare in un preoccupante cono d’ombra mediatico e diplomatico.

Ikram Nazih è stata arresta il 19 giugno scorso al suo arrivo a Marrakech, provenendo dalla Francia, sulla base di una denuncia per blasfemia, di cui ignorava assolutamente l’esistenza, presentata da un’associazione religiosa marocchina. Il motivo? Un post condiviso sul suo profilo Facebook, e subito dopo rimosso, in cui veniva fatta una parodia del versetto 108 del Corano (L’Abbondanza) che nel post diventava quella del whisky. Tradotta in tribunale, il 28 giugno è stata condannata in primo grado a 3 anni e 6 mesi di carcere e a una multa di 50mila dirham (poco meno di 5mila euro).

Ikram è una cittadina italiana nata Vimercate (Monza-Brianza) il 6 maggio 1988 da una famiglia immigrata, conservando la nazionalità marocchina. Si è diplomata al Liceo Falcone di Bergamo nel 2018; le sue insegnanti la ricordano come una ragazza che portava il velo e rispettosa del digiuno. Si è poi trasferita in Francia per continuare gli studi presso l’Università di Marsiglia e, prima dell’arresto, risiedeva ad Avignone.

Le poche notizie ufficiali sono state riportate dal sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, il 28 luglio, rispondendo alle interrogazioni di parlamentari del Gruppo Misto e della Lega. Il ministero degli esteri assicura che Ikram è seguita dalla nostra ambasciata a Rabat e dal nostro consolato. Il riserbo della nostra diplomazia è di prammatica in casi in cui si stia trattando per la liberazione di una nostra connazionale, resa più complessa dalla doppia nazionalità di Ikram che fa sì che in Marocco il tribunale la consideri una suddita della monarchia.

Libertà d’opinione, la grande assente

In attesa di un nuovo pronunciamento del tribunale, previsto a breve, la vicenda di Ikram Nazih evidenzia aspetti solitamente trascurati quando si guarda al Marocco. La libertà di opinione e di espressione non esiste nel regno di Mohammed VI, come dimostrano le persecuzioni di ogni tipo cui sono sottoposti giornalisti, mediattivisti e le testate indipendenti.

L’islam, malgrado l’immagine aperta e dialogante che tenta di dare il re, rimane un tabù, sottratto alla libera interpretazione dei fedeli e affidata al re, che in Marocco ha l’attributo di “comandante dei credenti”. Nel sempre più difficile equilibrio con i movimenti fondamentalisti, che tentano di erodere la prerogativa della monarchia, Mohammed VI non ha altra alternativa che sanzionare quella che da una casta religiosa è considerata blasfemia.

Picardo e un intervento pericoloso

A dare man forte al re è intervenuto Davide Picardo del Coordinamento associazioni islamiche di Milano che gli ha chiesto di concederle la grazia in occasione dell’Aid al Adha (la Festa del sacrificio), il 20 luglio di quest’anno.

La grazia non è arrivata, ma ciò che sorprende è che Ikram venga definita «giovane e scriteriata sorella» e che Picardo dia per scontata la blasfemia, pur facendo appello a «circostanze attenuanti relative alla sua giovane età» e al fatto che le famiglie immigrate non sappiano dare un’educazione islamica ai loro figli. Il reato di blasfemia, che non è una prerogativa del mondo musulmano, viene usato dal Pakistan alla Mauritania, passando per il Marocco e il Maghreb, come mezzo di controllo sociale e repressione delle opposizioni. 

La stampa marocchina ha dato notizia dell’arresto di Ikram con grande discrezione, senza citarne il nome. Tra le associazioni marocchine per la difesa dei diritti umani, l’AMDH ha giudicato quella del potere una mossa strumentale.

La stampa italiana ha avuto a che fare con la comprensibile riservatezza della famiglia che sa perfettamente in quale ingranaggio è stata incastrata la figlia e che la comunità marocchina in Italia è sotto sorveglianza del regime. Il quotidiano Domani ha lanciato su change.org una petizione per la sua liberazione. Contrariamente alle attese, quello di Ikram non è diventato un caso come Giulio Regeni o Patrick Zaki, anche perché da parte del governo italiano c’è il silenzio più totale.

Potere di ricatto

Se la discrezione può essere d’obbligo durante una trattativa, ciò che preoccupa è, da una parte, il potere di ricatto che il regime marocchino non si preoccupa neppure più di nascondere nei confronti dell’Unione europea e dei singoli stati; dall’altra, l’atteggiamento finora tenuto dal governo italiano nei confronti del Marocco.

In occasione del ricovero in un ospedale spagnolo di Brhaim Ghali, il leader del Polisario che si batte per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, oggi sotto parziale occupazione marocchina, Rabat ha scatenato una vile vendetta mandando migliaia di migranti verso Ceuta,  l’enclave spagnola sulla costa mediterranea del Marocco. Ne è nata una grave crisi diplomatica con la Spagna, che a metà luglio ha indotto Madrid a sostituire la ministra degli esteri che si era scontrata con Rabat. La nuova ministra José Manuel Albares si è subito affrettata a precisare che il Marocco è «un nostro grande amico e vicino».

Italia-Marocco ottimi rapporti

L’Italia mantiene tradizionalmente ottimi rapporti politici e commerciali col Marocco. Con la visita a Rabat del ministro degli esteri Luigi Di Maio è stata firmata, il 1° novembre 2019,  una Dichiarazione relativa all’Accordo di partenariato strategico multidimensionale, che prevede meccanismi di consultazione periodica di alto livello nei settori di interesse comune: ambiente, sviluppo, giustizia, sicurezza, Libia, dialogo interculturale, diritti umani, lotta al terrorismo, migrazioni, istruzione e ricerca.

Il sostegno puramente formale del governo italiano al processo di pace delle Nazioni Unite per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale ha posto Roma fuori dal mirino di Rabat. A questo proposito nell’ottobre dello scorso anno in occasione della visita a Roma del ministro degli esteri marocchino Bourita, nel comunicato congiunto si ribadisce, al punto 7, che “Riguardo alla questione del Sahara Occidentale, l’Italia riafferma la sua posizione come già espresso nel documento del Partenariato Strategico Multidimensionale firmato a Rabat il 1° novembre 2019”.

Bourita ha ritenuto opportuno precisare che in quel documento «l’Italia aveva salutato “gli sforzi seri e credibili condotti dal Marocco” in vista della soluzione del conflitto regionale relativo al Sahara marocchino», che è la valutazione reiterata da anni dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla questione sahrawi, se si eccettua quel “marocchino” che l’Onu non ha mai riconosciuto per il Sahara Occidentale.

Successivamente alla Dichiarazione del 1° novembre 2019, e con l’impegno da parte del Marocco di non favorire l’immigrazione illegale verso l’Europa, per i richiedenti protezione internazionale  il paese  è stato inserito tra i “paesi sicuri” nel relativo decreto interministeriale. Chissà se in occasione della sua visita a Rabat la ministra dell’interno Luciana Lamorgese il 27 luglio scorso ha discusso di Ceuta, di diritti umani, e magari di Ikram.

Una cosa è certa in questa calda estate i ministri del governo italiano non sembrano condividere, nelle rispettive villeggiature, le stesse letture dei difensori dei diritti umani. Un’altra estate persa.

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