Egitto
Egitto / Il fake-film “La storia di Regeni”
La “macchina del fango” di al-Sisi contro la memoria di Regeni
Un film costruito ad hoc, da autori sconosciuti, per infangare il nome del ricercatore italiano, rafforzando la propaganda del regime egiziano. Ѐ girato sul web per qualche giorno alla fine di aprile, prima che i canali social sui quali era diffuso fossero disattivati. In Italia, ha fatto discutere la presenza all’interno del video di esponenti del mondo politico, dell’informazione e delle forze armate
13 Maggio 2021
Articolo di Giovanni Piazzese
Tempo di lettura 9 minuti
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È rimasto in rete appena pochi giorni, ma abbastanza da suscitare la forte condanna di chi, negli ultimi cinque anni, continua a chiedere verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni, lo studente italiano dell’università di Cambridge trovato morto, al Cairo, con segni di torture sul corpo nel febbraio 2016.

La storia di Regeni (The story of Regeni) è un video di 50 minuti apparso sul web lo scorso 26 aprile in cui l’autore, o gli autori – sconosciuti – tentano di ricostruire gli ultimi istanti di vita dello studente italiano prima della sua sparizione, avvenuta il 25 gennaio 2016. Quattro giorni dopo, però, il canale Youtube e la relativa pagina Facebook dove poter guardare il documento sono stati disattivati, sebbene il video continui a circolare nei blog e sia stato messo in onda dalla rete televisiva filo-governativa egiziana Ten Tv lo scorso 30 aprile.

Montaggio di congetture contraddittorie

Presentato come un documentario, in realtà sarebbe più corretto chiamarlo film, dal momento che non documenta con l’ausilio di prove, ma si limita a dare spazio a congetture e supposizioni contraddittorie. Un film che, tuttavia, ha il chiaro scopo, se non di depistare, quanto meno di rafforzare in seno all’Egitto la narrazione del regime che ha sempre difeso le forze di sicurezza dichiarandole estranee all’omicidio. Non è un caso che il video sia comparso tre giorni prima dell’inizio del processo in Italia contro i quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati dell’omicidio, poi rinviato al 25 maggio.

Al carattere semi-professionale delle inquadrature e delle musiche fanno da contraltare errori grossolani nella trascrizione dei nomi, nella traduzione, e una scelta contenutistica di bassissimo livello in cui Regeni è descritto come un individuo ambiguo, intento a fare domande strane, contestualmente vicino sia ai Fratelli musulmani che ai servizi d’intelligence britannico e statunitense.

Non vi è traccia, invece, di approfondimenti che facciano luce non solo sulla sparizione di Giulio, ma anche sulla brutalità e la violenza dei servizi di sicurezza egiziani, mentre la greve voce narrante collega gli eventi con un incidere sospettoso, quasi a voler rafforzare l’alone di mistero attorno allo studente e alla sua presunta attività di spionaggio.

«Non c’è alcun dubbio che dietro questo film ci sia il coinvolgimento, diretto o indiretto, delle autorità egiziane. Ci sono riprese fatte con dei droni e solo chi ha ottenuto un’autorizzazione ufficiale può usarli senza correre il rischio di essere arrestato» dice Ahmed Samih Farag, noto attivista egiziano e difensore dei diritti umani fuggito dall’Egitto nel 2016.

Lo scandaloso appoggio delle voci italiane

In Italia, ha fatto discutere la presenza all’interno del video di esponenti del mondo politico, dell’informazione e delle forze armate – come il senatore Maurizio Gasparri, l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, il giornalista Fulvio Grimaldi e l’ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Leonardo Tricarico – che hanno espresso più di un dubbio sull’attività di ricerca di Regeni, il suo background e i suoi scopi in Egitto, prestandosi, consciamente o inconsciamente, ad uno stomachevole gioco di sponde con la propaganda del regime di al-Sisi.

La scelta delle voci e i contenuti espressi durante le interviste hanno scatenato le reazioni del mondo politico e istituzionale, a partire dal presidente della Commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto, il quale ha definito ignobile il contenuto del video. Sorpresa anche il legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, la quale non era a conoscenza del video, secondo quanto riportato da Wired.

Peraltro, sia l’ex ministra Trenta che l’ex generale Tricarico hanno riferito allo stesso organo d’informazione di essere stati intervistati da un individuo presentatosi come collaboratore di Al-Jazeera e Al-Arabiya, senza ricevere ulteriori dettagli sulla produzione del “documentario” e su chi l’avrebbe trasmesso.

Inoltre, non sarebbe stato comunicato il vero focus dell’intervista, stando a quanto dichiarato dall’ex ministra della Difesa, la quale sarebbe stata contattata per discutere i rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto ma aveva espresso l’intenzione di non parlare né di Regeni né del caso Zaki. Ma oltre alla poca trasparenza e all’atteggiamento ingannevole di chi ha prodotto tale video, sono le allusioni rivolte contro lo studente, la sua tutor a Cambridge e il suo presunto ruolo di collettore tra i Fratelli musulmani all’estero e i cittadini egiziani all’interno del paese a suonare inaccettabili.

Grimaldi, in linea con le sue già note teorie complottiste sulla guerra in Siria e la pandemia globale, fa capire senza possibilità di errore che Regeni, in virtù del suo background, si sia recato in Egitto per raccogliere informazioni per conto dei servizi segreti occidentali e per condurre quello che lui definisce “un progetto contro il governo”.

In altri passaggi, sia il senatore Gasparri che Tricarico s’interrogano sul ruolo dell’università di Cambridge, definita a tinte fosche come l’istituzione moralmente responsabile della morte dello studente “per averlo mandato” a condurre una ricerca pericolosa. Già questo basterebbe per rilevare la scarsa conoscenza dell’ambiente accademico britannico, e non solo, dal momento che sono gli studenti a decidere dove recarsi per svolgere le loro ricerche.

L’idea stessa che Giulio possa aver passivamente accettato di svolgere delle indagini in un luogo non scelto da lui, “mandato” da qualcuno, a condurre pericolosi progetti sovversivi non solo è falsa, ma ha anche un retrogusto paternalista che mira a rimarcare gli errori commessi da Giulio e la sua sprovvedutezza, omettendo volutamente il contesto repressivo in cui è avvenuta la sua morte.

La vera faccia del regime

Tralasciare o minimizzare questo aspetto, trattandolo come un difetto collaterale comune a molti regimi autoritari, impedisce di comprendere perché, oggi, in Egitto ci sono circa 60mila prigionieri politici, centinaia di sparizioni forzate ogni anno, una sistematica violazione dei diritti umani e delle libertà civili, nonché una repressione senza precedenti che colpisce trasversalmente, senza distinzioni di credo, appartenenza politica o ceto sociale, chi si oppone al regime.

I rapporti pubblicati da diverse organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, e il Committee to Protect Journalists, restituiscono l’immagine di un paese dove si può essere arrestati per un post online, per aver protetto la libertà d’informazione, per aver promosso i diritti delle donne, o per aver difeso un imputato.

Così come non è sufficiente dire che fare certe ricerche in Egitto sia pericoloso senza ricordare l’esistenza di un accordo di cooperazione tecnica e scientifica tra Italia ed Egitto che ha permesso lo scambio di studenti tra i due paesi sin dal 1975.

Nell’ultimo decennio, sono stati rinnovati diversi protocolli per la mobilità del personale accademico e dei ricercatori di entrambi i paesi, mentre il sostegno italiano al settore scolastico egiziano è proseguito sino ai giorni nostri, come dimostrato dall’accordo siglato nell’aprile 2020 tra l’ambasciatore Cantini e la ministra della cooperazione internazionale egiziana.

Prima del caso Regeni, gli stranieri che si presumeva potessero condurre attività sospette, inclusi giornalisti e ricercatori accademici, venivano trattenuti per qualche ora dalla polizia e rilasciati con il suggerimento di lasciare il paese, oppure rispediti indietro con un visto d’espulsione.

L’evoluzione della propaganda 

«In Egitto, il regime potrà avvalersi del film e delle testimonianze di ex ministri e alti funzionari pubblici italiani per sostenere ancora di più la sua versione dei fatti e compattare i suoi sostenitori alla luce del processo contro i quattro agenti egiziani. Non solo. La condotta ingannevole di chi ha voluto produrre il video e il coinvolgimento di figure pubbliche all’estero sembra rappresentare un’evoluzione della propaganda del regime» sostiene Farag.

Una propaganda che, da un lato, ruota attorno all’illogicità e assurdità delle circostanze in cui è avvenuta la sparizione e il successivo ritrovamento di Giulio, come dichiarato all’interno del video da un ex assistente del ministero dell’Interno, il generale Farouk el-Makrahy. Secondo el-Makrahy, divenuto senatore nel 2020 per volere di al-Sisi e noto per le sue posizioni dichiaratamente filo-governative, le forze di polizia egiziane non sono così incompetenti da lasciare un cadavere in una strada trafficata, vicino a degli edifici ministeriali e in concomitanza della visita di una delegazione diplomatica italiana al Cairo.

Dall’altro lato, la propaganda del regime punta a screditare il lavoro della procura italiana e ad esaltare la trasparenza e la professionalità di quella egiziana. Soprattutto, el-Makrahy contesta alla procura di Roma l’utilizzo di fonti “anonime” che non vengono contemplate come prove dalla controparte egiziana.

Eppure, il panorama giudiziario egiziano è pieno di casi in cui l’utilizzo di fonti anonime e segrete da parte della procura hanno comportato, nel migliore dei casi, problemi nel posto di lavoro e nel peggiore di essi la detenzione o la morte. Ad esempio, lo scrittore e giornalista Ahmed Naji ha trascorso due anni in carcere per il contenuto di un suo libro che, secondo le prove della procura egiziana, aveva profondamente scosso un anonimo lettore provocandogli tachicardia e abbassamento della pressione.

Analogamente, la prova dell’illogicità non regge quando si osserva che sono proprio le istituzioni egiziane a rendersi protagoniste di avvenimenti illogici, se non assurdi. Ad esempio, nell’aprile 2014 una corte di primo grado egiziana ha condannato a morte 683 persone per aver assaltato una stazione di polizia in cui un agente è rimasto ucciso.

Allo stesso modo, è assurdo che un bambino di 4 anni possa essere stato, seppur erroneamente, condannato a morte nel 2016 e che un uomo abbia ricevuto una pena di tre anni di reclusione poiché ritenuto un cecchino, benché fosse cieco.

Oppure ancora, è assurdo che nel settembre 2020 la compagnia televisiva filo-governativa Egypt Media Group abbia organizzato una finta protesta contro al-Sisi, con tanto di slogan, comparse e urla, per attirare l’interesse di canali invisi come Al-Jazeera e Al-Sharq Tv, spingerli a diffondere quelle immagini e dimostrare la loro scarsa professionalità e cattiva fede. Il controsenso insito in un siffatto modo di agire è quello di voler combattere le informazioni false producendone altre, ma è rivelatore anche di quanto il regime controlli, con poche eccezioni, tutti gli organi d’informazione.

Se è di assurdo che si vuol parlare si cominci allora dal contenuto di questo video e da chi, specialmente in Italia, ha contribuito a dare credibilità alle menzogne del regime egiziano.

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