Risorse a perdere

Per l’Africa resta lo schema coloniale: sfruttamento delle miniere e pochi benefici sul territorio. Ma i danni ambientali dell’attività estrattiva sono ormai notevoli. Lo scambio economico è diseguale e il gioco truccato.

Lo sfruttamento delle risorse minerarie ha conosciuto uno sviluppo considerevole negli ultimi 15 anni, acquistando una maggiore importanza strategica. Da una parte, queste risorse sono al centro delle discussioni e delle strategie di sviluppo e di crescita in diversi stati del sud e nelle istituzioni finanziarie internazionali. Dall’altra, giocano un ruolo preponderante nelle dinamiche delle relazioni commerciali globali e dei conflitti, localizzati o generalizzati, latenti o espliciti.

Questa crescita è tanto più significativa in quanto si inserisce in un trend positivo che dovrebbe durare ancora nel tempo. L’aumento dei prezzi dei minerali è stato costante negli ultimi anni, tanto che alcuni economisti non hanno esitato a identificare questa tendenza come un “superciclo”, che può durare ancora anni. La spettacolare crescita della domanda globale di risorse naturali – in 30 anni, è aumentata del 50% – si spiega, in gran parte, con quella parallela dei paesi emergenti – India, Brasile e, naturalmente, Cina – avidi di materie prime per garantire la loro crescita interna.

Se si leggono questi fenomeni stando sulla sponda africana, si vede che il continente – a causa della debolezza degli stati, della mancanza di controllo sui mercati e dell’assenza di un’adeguata industrializzazione – non consuma i minerali che estrae. La produzione d’oro è 16 volte superiore al suo consumo; lo stagno, 12; il ferro, 8 e il rame, 7. Proporzionalmente, si vede lo stesso fenomeno in America Latina e in alcuni paesi asiatici. Questo squilibrio è aggravato dalla concentrazione delle riserve mondiali di alcuni beni in certi paesi, dal tipo di sfruttamento e dalla loro gestione. Il Cile, ad esempio, detiene oltre un terzo delle riserve mondiali di rame; la Rd Congo, più di un terzo delle riserve di cobalto; il Sudafrica, più di tre quarti delle riserve di platino. Senza trascurare il fatto, poi, che una quota rilevante della produzione globale è controllata da multinazionali assai imponenti, che dispongono di capacità tecnologiche e, soprattutto, degli investimenti necessari per lo sfruttamento intensivo.

Maledizione per chi?
L’espressione “maledizione delle risorse” si è diffusa per illustrare il paradosso di popoli poveri che vivono in paesi ricchi di risorse naturali e minerarie. Ciò è particolarmente evidente in Africa subsahariana, dove più della metà della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La “maledizione” produce effetti negativi sulla società e sull’ambiente. Le ricchezze sembrano rivoltarsi contro i paesi e le persone che le detengono. Non è raro, poi, che lo sfruttamento delle risorse naturali (soprattutto minerali) sia legato all’emergere, all’accentuarsi o al prolungarsi di conflitti. Secondo l’Unep (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), «dal 1990, almeno 18 conflitti violenti sono stati alimentati dallo sfruttamento delle risorse naturali. Recenti ricerche indicano come almeno il 40% dei conflitti interni avvenuti negli ultimi 60 anni abbia un legame con le risorse naturali». (…)

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Nella foto in alto una miniera di Coltan in R.D.Congo. Sopra elefanti nel  parco di Dzanga Sangha nella Repubblica Centrafricana.

Le foreste ritrovate

Le foreste continuano a ridursi a vantaggio dell’agricoltura intensiva, mentre aumenta la popolazione mondiale. Tuttavia negli ultimi 25 anni il tasso di deforestazione globale netto si è ridotto. Lo afferma il rapporto di valutazione globale della Fao, The Global Forest Resources Assessment 2015, presentato a Durban (Sudafrica) lo scorso dicembre al Congresso mondiale sulle foreste.

Dal 1990 a oggi sono andati perduti circa 129 milioni di ettari di foresta, soprattutto ai tropici. Nel periodo 2010-2015, Africa e Sudamerica hanno registrato la più alta perdita annuale netta di foreste, rispettivamente con 2,8 e 2 milioni di ettari, ma il tasso di perdita è «notevolmente diminuito» rispetto al quinquennio precedente.

Nei paesi temperati l’area netta di foreste è aumentata e non vi sono stati cambiamenti rilevanti nelle regioni boreali e subtropicali. Nel 1990 le foreste costituivano il 31,6% del territorio mondiale: 4.128 milioni di ettari. Nel 2015 siamo al 30,6%: 3.999 milioni di ettari. Nel frattempo, il tasso annuo netto di perdita di area forestale è rallentato passando dallo 0,18% dei primi anni ’90 allo 0,08% nel periodo 2010-2015.

Oggi il 93% della superficie forestale del mondo è foresta naturale – una categoria che comprende aree forestali primarie dove è stata minima l’interferenza umana, e aree forestali secondarie che si sono rigenerate naturalmente.

Il settore forestale contribuisce con circa 600 miliardi di dollari l’anno al prodotto interno lordo mondiale e dà lavoro a più di 50 milioni di persone. «Le foreste svolgono un ruolo fondamentale nella lotta contro la povertà rurale, garantendo la sicurezza alimentare e fornendo mezzi di sostentamento». Così il direttore generale Fao, José Graziano da Silva.

Le foreste naturali contribuiscono a mantenere la composizione di specie arboree naturali fornendo habitat vitali a specie animali in pericolo; aiutano a ricostituire le falde freatiche cruciali per l’acqua potabile e per l’agricoltura; proteggono anche i terreni da erosione, valanghe e frane. Ricche di diversità biologica, ospitano più della metà delle specie terrestri d’animali, piante e insetti necessari all’equilibrio del pianeta. La superficie forestale designata per la conservazione della biodiversità rappresenta il 13% delle foreste del mondo. Tra il 2010 e il 2015, l’Africa ha registrato il più alto incremento annuo di foresta per la conservazione; gli incrementi meno consistenti si sono verificati in Europa, Nord e Centro America. (Stefano Squarcina)

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