(Credit: issafrica.org)

La storia contemporanea della Namibia è legata a doppio filo alla questione della terra e della sua distribuzione in rapporto alle comunità indigene, ossia tutte quelle di origine africana. Nel 1884 il controllo della Namibia fu attribuito, secondo la spartizione territoriale ufficializzata dalla Conferenza di Berlino, alla Germania, ma immediatemente dopo la prima guerra mondiale la Lega delle nazioni dette mandato al Sudafrica di amministrare il territorio namibiano.

Decisione confermata anche dopo la seconda guerra mondiale da parte dell’Onu, ma revocata poi nel 1966 in seguito a pressioni, anche di tipo militare, da parte del principale movimento di resistenza locale, lo Swapo (South West Africa People´s Organization), e dichiarata illegittima dal 1971 dalla Corte internazionale di giustizia.

Da quel momento, infinite trattative hanno cercato di dissuadere il potente vicino sudafricano a lasciare la Namibia, di fatto occupata militarmente dalle truppe di Pretoria; circostanza che si è verificata soltanto nel 1990, quando questo paese di circa 2,5 milioni di abitanti ha finalmente ottenuto la sua effettiva indipendenza.

Nelle diverse fasi storiche della Namibia la questione della terra è sempre stata al centro dell’agenda politica dei vari governi, con una costante: la pesante eredità coloniale che fino a oggi sta influenzando l’accesso alla terra delle popolazioni indigene, con particolari svantaggi per quelle San che rappresentano circa il 2% della popolazione namibiana.

Durante la dominazione straniera, prima i tedeschi, poi i sudafricani, hanno incoraggiato l’occupazione di terre fertili da parte di coloni europei e sudafricani, relegando gli indigeni all’interno di riserve, dopo la loro espulsione da terre fertili che tradizionalmente avevano utilizzato.

Tale processo avrebbe dovuto favorire, da un lato l’autosufficienza alimentare delle popolazioni africane, in realtà mai raggiunta, dall’altro il loro controllo da parte dell’amministrazione coloniale, e infine la loro utilizzazione come manodopera a basso costo per le miniere e le tenute degli agricoltori bianchi, vista la scarsa capacità produttiva delle terre indigene.

Il processo ha prodotto una distribuzione diseguale della terra, in favore dei coloni bianchi, particolarmente accentuata a partire dalla metà degli anni Sessanta. In questa epoca, il sistema sudafricano dei Bantustan (tipico dell’apartheid) fu esteso alla Namibia, identificando sette grandi aree (homelands) sotto il controllo delle autorità locali, in cui le popolazioni indigene dovevano vivere.

Con l’indipendenza, la Namibia adottò un modello centralizzato di stato, a causa dell’influenza sovietica, abolendo i Bantustan e limitando il potere dei capi tradizionali. Cominciò allora un lungo braccio di ferro fra autorità e comunità tradizionali, e governo. L’articolo 100 della Costituzione della Namibia, per esempio, rende di fatto pubblica la proprietà delle antiche homelands, secondo un principio ribadito dalla nuova legge sulla terra, del 2002, seppure riconoscendo ai capi tradizionali il diritto di distribuire fino a venti ettari di terra ad agricoltori individuali.

Il processo di indipendenza non ha scalfito la struttura diseguale della distribuzione della terra, anche a causa del mancato riconoscimento, da parte del nuovo governo, dei diritti degli indigeni. Oggi, due sono le questioni ancora aperte in merito al controllo e uso della terra, entrambe legate a un passato coloniale che tarda a essere superato.

Da un lato, quella etnica relativa alle popolazioni San. Esse rappresentano il gruppo maggiormente penalizzato: non avendo praticamente una loro base territoriale, i San sono costretti a chiedere l’autorizzazione a capi tradizionali di altre etnie per utilizzare terre coltivabili, fatto che li mette in una situazione di oggettiva dipendenza e discriminazione.

Non a caso, i loro indicatori (dalla speranza di vita alla scolarizzazione) sono molto al di sotto della media nazionale, con un indice di sviluppo umano paragonabile a quello di paesi poverissimi come la Repubblica Centroafricana, mentre la Namibia fa parte dei paesi a sviluppo medio. Dall’altro, il 48% della terra sta ancora nelle mani di meno di 5mila proprietari agricoli bianchi, mentre il 70% della popolazione di origine africana continua a dipendere dal 35% di terre comunitarie, mentre il 17% delle altre terre è stato destinato a riserve naturali.

Come risultato di una distribuzione così ineguale della terra, nel 2018 è stato formalmente costituito, come partito politico, il Movimento del popolo senza terra (Landless People’s Movement), il cui obiettivo principale è, appunto, rivedere radicalmente il controllo sulla terra in favore delle popolazioni indigene. Obiettivo, però, che sembra ancora ben lungi dall’essere raggiunto, nonostante vi sia, anche all’interno del paese, una maggiore sensibilità rispetto a questo cruciale tema.

Sensibilità dimostrata, per esempio, dalla seconda Conferenza nazionale sulla terra, tenutasi nel 2018, che ha visto 800 partecipanti e uno stanziamento di circa un milione di dollari da parte del governo per un evento durato cinque giorni.

Almeno due nuovi fronti sono stati aperti da parte delle organizzazioni della società civile che hanno partecipato a questa cinque giorni: da un lato, la gravità della situazione delle terre urbane e della situazione abitativa del tutto precaria di circa un milione di persone, ossia del 40% della popolazione totale, in larga parte concentrata nella capitale Windhowek.

Dall’altro, l’apertura a ricchi stranieri riguardo alla proprietà delle migliori terre, come dimostrato dal caso del magnate russo Rashid Sardarov che, una settimana prima dell’apertura della conferenza, si è visto attribuire (secondo fonti locali in modo niente affatto transparente) una quarta estensione di terra alle tre che già possedeva.

Nel frattempo, come misura di riparazione per il genocidio delle popolazioni herero e nama durante l’occupazione colonialista, nel maggio di quest’anno il governo tedesco ha stanziato più di un miliardo di euro spalmato in trent’anni, che potrà forse servire anche per risolvere l’annosa questione dell’accesso alla terra da parte delle popolazioni indigene e dei nuovi poveri urbanizzati, diminuendo le notevoli diseguaglianze sociali ed etniche ancora oggi presenti in Namibia.

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