Accordi di pace

Sulla carta, sottoscritta quasi un anno fa, Kiir e Machar si sono riavvicinati, dando vita a un governo di transizione. Nei fatti, continuano a non fidarsi l’uno dell’altro. A cominciare dalla smilitarizzazione della capitale Juba.

Ci sono voluti mesi di trattative, innumerevoli accordi firmati e subito violati, minacce di sanzioni e pressioni severe. Con i paesi dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) a interrompere i negoziati, ripresi poi alla presenza di altri attori della comunità internazionale. Infine, nell’agosto del 2015, i due contendenti hanno trovato un accordo.

La firma non è avvenuta contestualmente. Riek Machar ha firmato il 17 agosto, ad Addis Abeba. Mentre Salva Kiir è tornato a Juba per consultazioni e ha ratificato alla fine del mese, presentando un corposo documento con numerose riserve. Assenti alla cerimonia, a testimonianza della loro ferma opposizione, uomini forti del regime come Paul Malong Awan, fino ad allora grande sostenitore del presidente e capo di stato maggiore dell’esercito. E ciò si è ripetuto nei mesi successivi per altri provvedimenti chiave per l’avvio del processo di normalizzazione del paese.

Il ritiro delle truppe ugandesi, ad esempio, che avrebbe dovuto essere completato per l’inizio di ottobre, è stato invece effettuato un mese dopo. Avrebbe dovuto essere il segnale che sul piano militare la crisi era finita. In realtà i combattimenti continuavano soprattutto nello stato di Unità, e, proprio a partire da agosto, diventavano preoccupanti in particolare negli stati di Equatoria e di Ovest Bahr al-Ghazal. Tra i motivi di scontro, soprattutto nel Bahr al-Ghazal, a maggioranza etnica denka, la presenza di truppe dell’opposizione, prevista e codificata negli accordi, ma decisamente rifiutata dal capo di stato maggiore dell’esercito, che l’aveva accettata solo per gli stati del Nilo Superiore, area d’origine dei nuer.

Molto controversa anche la smilitarizzazione di Juba, prerequisito indispensabile per il ritorno in Sud Sudan del leader dell’opposizione. Negli accordi sono previste, a presidio della città, precise quote di soldati e di forze dell’ordine per le due parti. Il resto delle truppe deve essere accantonato ad almeno 25 chilometri di distanza. Gli organi di controllo dell’implementazione degli accordi e del cessate il fuoco hanno affermato che il governo non ha mai comunicato il numero dei suoi uomini rimasti in città, dopo che una parte delle truppe è stata spostata. Nell’ultima dichiarazione sulla questione, si dice chiaramente che la capitale per ora non è stata smilitarizzata, il che rappresenta un rischio enorme per il consolidamento del processo di pace.

Ma ancor più contrastato è stato il ritorno del leader dell’opposizione, atteso al più presto per poter formare il governo provvisorio di unità nazionale, che, in 30 mesi, dovrebbe dotare il paese di una nuova Costituzione e indire le elezioni, normalizzando così la situazione. Invece Machar è arrivato a Juba solo alla fine dello scorso aprile, a otto mesi dalla firma degli accordi, dopo innumerevoli rinvii per i più disparati motivi, il più importante dei quali riguarda l’organizzazione della sicurezza e il bilanciamento delle forze armate a Juba. Infatti, il governo mentre taceva sul numero dei suoi uomini in città, si opponeva all’arrivo di quelli di Machar.

Squilibri

I primi otto mesi di pace, insomma, hanno messo in luce un braccio di ferro nella compagine governativa tra chi era propenso a una composizione politica della crisi e chi invece avrebbe preferito risolverla in altro modo. (…)

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10, 21, 28 stati: la partita della federazione

L’assetto istituzionale e amministrativo del Sud Sudan è stato oggetto di diverse proposte durante la guerra civile, che ha aperto la porta a un confronto per una diversa gestione del potere e del controllo delle risorse del paese.

I primi a farsi avanti con una proposta forte, alla metà del 2014, sono stati i governatori dei tre stati dell’Equatoria, che hanno sostenuto un ordinamento federale, con un’effettiva divisione dei poteri e delle risorse, sulla base dei 10 stati riconosciuti dall’attuale Costituzione. L’idea ha trovato la decisa opposizione del presidente Kiir e del governo di Juba. Si è giunti ad alimentare il sospetto che i governatori sobillassero ribellioni e sono stati rimossi e sostituiti con uomini nominati dal presidente.

Federalista anche la proposta avanzata dall’Splm-Io, in un’assemblea tenutasi a Nasir nell’aprile del 2014: 21 stati che ricalchino i confini dei distretti dell’epoca coloniale.

Il presidente, sostenuto dal consiglio degli anziani denka (per la verità dei rappresentanti dei clan denka del Bahr al-Ghazal, la sua zona d’origine, conosciuto come Jieng Council), ha formulato un assetto di 28 stati, e l’ha imposto per decreto, nonostante avesse appena firmato degli accordi con dettagliate modalità di divisione del potere, calibrate sulla base dei 10 stati previsti dalla Costituzione vigente. E, nonostante le richieste della comunità internazionale di portare il tema sul tavolo che discuterà la nuova Costituzione, il governo di Juba si è affrettato a nominare i nuovi governatori, che a loro volta hanno nominato i commissari delle contee… Siamo di fronte a un avvio unilaterale della riforma del sistema amministrativo.

Da notare che, secondo stime rese pubbliche dal giornale indipendente locale on line, Radio Tamazuj, nell’ipotesi dei 21 stati i denka avrebbero aumentato di un punto percentuale l’influenza sul territorio, passando dal 25% al 26%. Nell’ipotesi a 28 stati la porterebbero al 42%, controllando la gran parte dei pozzi di petrolio, mentre i nuer passerebbero dal 15% attuale al 13%. Avrebbero il 19%, e il controllo dei pozzi nell’ipotesi a 21 stati. Gli equatoriani rimangono al 31% in tutte e tre le eventualità. I gruppi etnici più piccoli perdono in entrambe le ipotesi, ma in quella a 28 stati vengono quasi del tutto espropriati del controllo del proprio territorio.

Sarà un nodo non semplice da sciogliere. Il governo provvisorio nominerà una commissione con il compito di studiare il problema e di delineare in modo chiaro i confini. Anche perché la creazione dei 28 stati ha suscitato non pochi conflitti locali.

 

Equatoria e Bahr al-Ghazal: nuovi conflitti

La regione dell’Equatoria (Ovest, Centrale, Est) si era tenuta fuori dalla guerra civile, vista principalmente come uno scontro tra denka e nuer. Aveva cercato piuttosto di delineare un futuro che permettesse di avere una maggiore autonomia da una leadership che aveva precipitato il paese nel caos. I tre governatori, con a capo Bokosoro, Ovest Equatoria, avevano presentato istanze federaliste, suscitando la ferma opposizione del presidente Kiir.

Il confronto aveva portato alla destituzione dei tre governatori e, in seguito, all’arresto di Bokosoro senza accuse specifiche e detenuto in un carcere segreto. Bokosoro è stato liberato solo dopo la formazione del governo di transizione. Intanto però il malcontento era cresciuto e si era sommato agli scontri tra allevatori denka – difesi dall’esercito governativo in maggioranza denka e visto come l’emissario del governo centrale – e gli agricoltori locali. Gli scontri hanno preso presto il carattere di una ribellione che ha causato decine di vittime e almeno 100mila sfollati.

Dinamiche simili, che si sono sommate agli scontri tra truppe governative e dell’opposizione, si sono verificate nell’Ovest Bahr al-Ghazal, dopo che unità dell’esercito governativo erano state dispiegate attorno alla capitale Wau. Imprigionamenti, torture e scontri si sono avuti nella città e in numerosi villaggi, causando decine di migliaia di sfollati e una situazione umanitaria critica. Human rights watch afferma che è stata attaccata in particolare l’etnia fertit.

Va sottolineato che il peggioramento della situazione nelle due zone è successivo alla firma degli accordi di pace dell’agosto 2015, che hanno preso in considerazione solo il conflitto principale, tra il governo di Kiir e l’opposizione di Machar.

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