ECONOMIA IN BIANCO & NERO – marzo 2011
Riccardo Barlaam

Secondo il settimanale britannico The Economist, nel 2010 sei su dieci paesi a più rapida crescita nel mondo sono stati africani. Tra questi c’è l’Angola, ricca di petrolio e di materie prime, che sta conoscendo un vero e proprio boom economico, dopo i lunghi decenni di guerra civile, con un ciclo virtuoso di investimenti e programmi infrastrutturali. Il cielo di Luanda è dominato dalle gru, come a Berlino Est dopo la caduta del muro.

Questi primati sono il risultato di migliori politiche economiche, ma anche conseguenza dell’impennata dei prezzi delle materie prime. Aumentano gli investimenti delle industrie minerarie per l’estrazione e per cercare nuovi giacimenti. Crescono gli introiti dei governi interessati. Tante opportunità e investimenti, e tanti soldi da spendere, perché sono tanti i bisogni: centrali elettriche e distribuzione dell’energia, acqua potabile, acquedotti e condutture, rete dei trasporti e strade per facilitare gli scambi e lo sviluppo regionale, catena del freddo, logistica e distribuzione, produzione agricola e alimentare…

Certo – direte voi – il problema spesso non è che mancano i soldi, ma che questi soldi vengono spesi male e si perdono nei rivoli della corruzione. Triste, ma vero. Quello che sta venendo alla luce nei regimi corrotti del Nord Africa riguarda tanti paesi del continente. È un male diffuso. È un fatto, però, che molti paesi africani crescono velocemente, proprio come Cina e India.

Tempi duri per i dittatori. Il parlamento svizzero ha approvato la Legge Duvalier, un provvedimento che prevede la restituzione ai paesi d’origine dei conti bancari depositati nelle banche elvetiche da dittatori e politici corrotti. La nuova legge permette di bloccare, confiscare e restituire gli averi illeciti di persone politicamente esposte, nel caso in cui una domanda di assistenza giudiziaria internazionale non possa avere esito a causa della situazione di dissesto del sistema giudiziario dello stato richiedente. La norma permetterà di evitare quanto già accaduto con i beni dell’ex dittatore Mobutu (presidente dello Zaire, oggi Rd Congo), rintracciati in Svizzera e consegnati agli eredi nel 2009: si trattava di 7,7 milioni di franchi svizzeri, circa 6 milioni di euro. Con l’approvazione della Legge Duvalier, dovrebbe essere più difficile fare arrivare i soldi rubati nella Confederazione. Ben Ali, Gheddafi e gli altri dovranno trovare altre strade per esportare i “loro” capitali.

Il ministro degli esteri cinese, Yang Jiechi, ha compiuto un nuovo tour diplomatico in Africa – l’ennesimo – per stringere relazioni bilaterali e spingere la firma di contratti di forniture di materie prime. Diplomazia del sorriso e contratti. In questo giro, Jiechi ha visitato Gabon, Ciad, Zimbabwe, Guinea e Togo. Si tratta della seconda missione dei cinesi da inizio anno nel continente nero, dopo quella avvenuta a gennaio. L’Africa resta al centro degli appetiti della Cina. La seconda economia mondiale prevede investimenti in terra africana che superano i 50 miliardi di dollari l’anno. Al centro della espansione globale di Pechino, come è noto, c’è la necessità di rifornirsi di materie prime. Per produrre, produrre, produrre. E per sviluppare la stessa Cina. Lo sviluppo impetuoso delle infrastrutture nelle città cinesi continuerà anche nelle prossime decadi. Il tasso di urbanizzazione della Cina, confrontato con quello degli altri paesi nel momento del loro sviluppo è del 45%, contro il 73% degli Stati Uniti nel dopoguerra, l’88% del Regno Unito e il 74% del Giappone. C’è tanto da fare.

Centrale nella missione di Yang Jiechi è stata la firma dell’accordo per le forniture di platino dallo Zimbabwe. Una fornitura comprata con pochi fagioli… Per le riserve di platino nelle concessioni di Selous e Northfields – che coprono un’area di 110 km2 e che valgono, secondo le stime riportate da un analista alla Bbc, 40 miliardi di dollari – i cinesi hanno offerto al presidente Robert Mugabe 3 miliardi di dollari. L’accordo è stato firmato nel 2006 e rivisto nel 2009, ma si è bloccato davanti allo scetticismo del governo guidato da Morgan Tvsangirai, già leader dell’opposizione e vincitore delle elezioni “truccate” da Mugabe, per le condizioni stringenti accordate agli “amici cinesi”. Il pacchetto finanziario prevede la concessione di prestiti in cambio delle riserve di platino e degli introiti derivanti dalle estrazioni di diamanti dalle miniere di Chiadzwa.

Nei loro media, i cinesi insistono nel parlare di investimenti in Zimbabwe per rilanciare l’agricoltura e la produzione manifatturiera, di forniture di medicinali, di amicizia e di sorrisi. Ad Harare i bambini studiano il mandarino. Mugabe, negli ultimi anni, ha ottenuto miliardi di prestiti a lunga scadenza dai cinesi. Miliardi che resteranno come una pesante ipoteca sul futuro degli zimbabweani.