Celine Lebrun Shaath, la moglie francese di Ramy Shaath, mostra un manifesto con l'immagine del marito

Passerà il suo trentesimo compleanno dietro le sbarre Patrick Zaki. Anche se il processo contro di lui non è ancora iniziato, il 16 giugno è per lui l’ennesima giornata dentro la prigione di Tora, dove è in detenzione cautelare dall’8 febbraio 2020.

Nello stesso carcere – un buco nero per centinaia di attivisti, ritenuti da numerose organizzazioni umanitarie prigionieri di coscienza – c’è anche Ramy Shaath, attivista con cittadinanza egiziana e palestinese che dal luglio del 2019 sta vivendo lo stesso incubo di Patrick. Anche se con tempistiche più lente e con un’enfasi decisamente minore rispetto a quella della mobilitazione italiana per Patrick Zaki, la detenzione cautelare di Ramy Shaath sta mobilitando una parte importante della società civile della Francia, paese di sua moglie Celine.

Dopo che del caso di Ramy si è parlato anche all’interno dell’europarlamento – come del resto accaduto per il caso Zaki e Regeni – oltre 180 deputati e assessori comunali francesi hanno preso carta e penna per chiedere al presidente egiziano al-Sisi l’immediato rilascio di Shaath.

Già protagonista di peso della Rivoluzione egiziana di dieci anni fa, Ramy Shaath – nato a Beirut nel ‘77 e trasferitosi al Cairo all’inizio della guerra civile libanese – è da sempre attivo sulla questione palestinese. Figlio di Nabil Shaath, un alto quadro dell’Autorità Nazionale Palestinese con alle spalle diverse cariche governative, è stato a lungo il rappresentante egiziano del BDS, il movimento globale che chiede il boicottaggio, il disinvestimento e l’imposizione di sanzioni nei confronti dello Stato di Israele.

Anche se per mesi in molti hanno pensato che dietro la detenzione cautelare di Ramy ci fossero le sue critiche mosse contro il cosiddetto “accordo del secolo”, ideato dall’allora presidente statunitense Trump come via di uscita per il conflitto israelo-palestinese, nei fatti il suo inferno giudiziario è legato al caso 913/2019, ribattezzato dalle autorità egiziane quello della “cellula della speranza”.

Si tratta di un caso che prende di mira un movimento nato nel 2019 in Egitto in difesa dei diritti umani e al quale afferiscono altri attivisti dietro le sbarre con Ramy perché accusati di sostenere il terrorismo e di minacciare la sicurezza nazionale del Paese.

Non certo la prima esperienza di attivismo politico per Ramy, che dopo la laurea al Kings College di Londra e la consulenza per Arafat, ha contribuito alla fondazione di diversi partiti, movimenti e coalizioni che hanno cercato di favorire quella doveva essere la transizione democratica dell’Egitto.

Una transizione deragliata in fretta e la cui deriva ha preso di mira le voci – considerate stonate – di chi come Ramy Shaath ha continuato a battersi per diritti e democrazia. Il prossimo 5 luglio scadranno per lui i tempi della detenzione cautelare ed è questa la data alla quale appendono le speranze quanti da oltre 23 mesi si battono per il suo rilascio.

«Tutte le mie speranze al momento sono riposte in questa data. Se non lo rilasceranno, si dovranno prendere azioni concrete per evitare che per mio marito non inizi un altro ciclo carcerario». A parlare a Nigrizia è Celine Lebrun Shaath, la moglie francese di Ramy che all’epoca del suo arresto era residente in Egitto da sette anni. 

Senza aver avuto neanche la possibilità di contattare le autorità francesi lungo il Nilo, dopo l’arresto del marito venne deportata in Francia, da dove guida la Campagna che, a livello globale, chiede il rilascio di Ramy Shaat. Quello di Celine, sembra solo un cauto ottimismo, dietro il quale covano le preoccupazioni di chi sa che in diverse occasioni le autorità egiziane hanno superato il limite temporale della detenzione cautelare, lasciando nel limbo giudiziario un numero crescente di detenuti.

Se da un lato è prematuro capire se la lettera dei 180 politici francesi servirà a scongiurare la discesa di Ramy Shaath in un nuovo girone giudiziario, dall’altro è evidente che questo caso sta diventando un neo nella ottima relazione tra Egitto e Francia, nutrita anche dalla crisi diplomatica degli ultimi anni tra Cairo e Roma.

Solo lo scorso dicembre, durante una visita ufficiale di al-Sisi a Parigi, il presidente francese Macron ha consegnato al suo omologo egiziano la Legion d’Onore, un gesto che ha indignato anche alcune personalità precedentemente insignite di questo prestigioso riconoscimento – tra i quali anche il giornalista italiano Corrado Augias – che hanno deciso di riconsegnare all’Eliseo l’onorificenza.

Pochi mesi dopo questa controversa visita, la Francia ha fatto sapere di aver venduto 30 jet Raphale al Cairo che da quando i militari sono tornati al potere ha intrapreso una corsa al riarmo senza precedenti, condotta diversificando le sue fonti di approvvigionamento. La vendita dei Raphale francesi arriva infatti poco dopo l’acquisto delle due fregate italiane.

«Alla vigilia della visita di al-Sisi a Parigi ho chiesto, tramite i social, al presidente Macron di domandare al suo omologo egiziano il rilascio di mio marito. Macron in conferenza stampa ha detto di aver parlato con al-Sisi di diversi casi, tra i quali quello di mio marito, ma sette mesi dopo queste sue parole, Ramy resta in carcere», aggiunge Celine Lebraus Shaath, instancabile nella sua lotta per il marito, per i tanti altri prigionieri di coscienza attualmente dentro le prigioni egiziane e più in generale, per il rispetto dei diritti umani in Egitto.

«Le violazioni che avvengono lungo il Nilo possono colpire anche cittadini europei, francesi. E questo è un motivo in più per preoccuparsi della tenuta democratica dei nostri alleati nord africani. La lettera scritta dai 182 politici francesi ad al-Sisi per esigere il rilascio di mio marito chiede anche che la relazione bilaterale tra il Cairo e Parigi, un rapporto certamente strategico, si basi sui valori condivisi di libertà e giustizia e non solo su interessi comuni».

 

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