I paesi del Corno e dell’Africa Orientale sono tra i piú instabili del continente a causa di conflitti a diversi livelli e gradi di intensità, estensione e pericolosità per la tenuta complessiva della pace e dello sviluppo regionali. Alcuni sono radicati in pratiche che hanno origini lontane. La trasformazione sociale, tecnologica e ambientale contemporanea, insieme ad una grave emarginazione di vaste fette della popolazione in cui sono endemici, li hanno resi molto più gravi e difficili da contrastare.

E’ il caso dell’abigeato, dice il rapporto Vanishing herds – Cattle rustling in East Africa and the Horn (Mandrie che scompaiono – Traffico di bestiame nell’Africa Orientale e nel Corno), dell’organizzazione Enact – Enhancing Africa’s response to transnational organized crime (Potenziare la risposta dell’Africa al crimine organizzato transnazionale).

Il furto di bestiame è una pratica tradizionale per numerosi gruppi di pastori della regione: i pokot in Kenya, i dinka in Sud Sudan, i karimojong in Uganda, i borana in Etiopia sono tra i più conosciuti. Per questi e numerosi altri gruppi etnici il furto di bestiame era tradizionalmente uno dei riti di passaggio all’età adulta. I giovani guerrieri dimostravano così il loro coraggio, si mettevano in mostra davanti alle ragazze in età da marito e si guadagnavano una parte dei capi di bestiame da dare in dote alla famiglia della sposa prescelta.   

Dalle lance ai kalashnikov

La ricerca sopra citata, pubblicata nel dicembre dell’anno scorso, afferma che ormai di questa tradizione è rimasto quasi solo il ricordo: “… negli scorsi 10 anni l’abigeato è diventato un crimine armato transfrontaliero nel quale mandrie di diverse dimensioni vengono condotte da una parte all’altra dei confini … a secondo di dove la domanda e il prezzo sono più alti in un dato periodo”.

L’azione ha addirittura cambiato nome. Molti tra gli intervistati, soprattutto i più anziani, hanno usato l’espressione “cattle rustling” per descrivere il modo tradizionale, nel quale i giovani usavano lance e frecce provocando danni limitati alle cose e coinvolgendo raramente le persone, e “cattle raid” o “furto di bestiame” per descrivere gli attacchi odierni, in cui si usano armi da fuoco, facendo ad ogni scorribanda morti e feriti, e provocando cicli infiniti di vendette, vere e proprie faide che fossilizzano inimicizie decennali tra diversi gruppi etnici e anche tra clan e sottoclan della stessa tribù.

E’ quanto avviene quasi quotidianamente in questo periodo nella zona dei laghi in Sud Sudan, per esempio, dove sono in atto sanguinosi conflitti tra diversi sottoclan dei clan dinka della zona, come racconta fratel Paolo Rizzetto che da molti anni vive a contatto con quelle popolazioni.

Tra le ragioni più importanti di una simile trasformazione, il rapporto cita la sempre più capillare diffusione di armi di fuoco. Tra i pastori seminomadi della regione, a partire dagli anni Ottanta, si è  diffusa la mitraglietta AK-47, meglio conosciuto come kalashnikov. Negli stessi mercati dove si vende il bestiame rubato è anche possibile barattarne alcuni capi con un AK-47 che verrà usato nella prossima razzia. Si tratta ovviamente di transazioni illegali. Le mandrie viaggiano con documenti falsi che ne coprono l’origine criminale, così come le armi da fuoco che provengono generalmente dal mercato nero internazionale. 
Una testimonianza diretta dei frequenti scontri a fuoco arriva da padre Mario Pellegrino, missionario in Sud Sudan.

Affari redditizi

Un ruolo fondamentale nel traffico di bestiame ha anche il cambiamento climatico che ha ridotto la disponibilità di pascoli e conseguentemente il numero di madrie che un territorio può sostenere.  A fronte della diminuita disponibilità è aumentata grandemente la domanda di carne sul mercato regionale per l’emergere di ceti medi urbani che possono acquistarla invece che produrla.

Il conseguente aumento dei prezzi rende l’affare molto redditizio e ha fatto nascere una rete di trafficanti, la maggior parte dei quali appartengono ai gruppi etnici in cui l’abigeato è normalmente praticato. Possono sfruttare così i legami famigliari e clanici, e la credibilità acquisita con il trasferimento in città e la crescente disponibilità economica. I gruppi di giovani, molto spesso disoccupati, ricevono infatti anche un incentivo in denaro contante che li dispone favorevolmente alla prossima chiamata per il prossimo raid.

Organizzare una razzia è inoltre diventato facilissimo, grazie alla disponibilità generalizzata della rete telefonica mobile. Chiunque nella regione dispone ormai di un telefono, attraverso il quale manda e riceve notizie, anche dalle zone più remote. E’ cosí facile e veloce rispondere alle richieste del mercato. Secondo il rapporto citato, molti dei capi di bestiame rubato viaggiano sui camion, il cui possesso, e il cui noleggio, sono fuori dalla portata degli allevatori locali che trasferiscono le loro mandrie ancora a piedi.  

Razzie come strumento politico

Dati che si riferiscono ad anni recenti descrivono un settore in preoccupante crescita in diversi paesi della regione e non solo per questioni economiche. In Kenya, ad esempio, nella contea di Laikipia nell’aprile del 2017 almeno 10mila pastori armati fino ai denti razziarono aziende agricole e riserve naturali rubando almeno 135mila capi di bestiame. Alcuni mesi dopo vennero arrestati politici locali che fomentavano la pratica puntando sui diritti ancestrali a quelle terre. Si era in campagna elettorale ed era facile guadagnarsi il consenso supportando un diritto alla terra più o meno reale.

In diverse occasioni, infatti, le razzie hanno importanti valenze politiche. I pastori vengono utilizzati dai politici locali, generalmente a loro legati da vincoli etnici, per trarne vantaggi, soprattutto proprio durante i periodi elettorali. Spesso l’obiettivo immediato è provocare la fuga dei gruppi che avrebbero votato per l’avversario. Sempre in Kenya, durante l’ultima campagna elettorale, migliaia di persone nelle zone semiaride del paese furono messe in fuga usando proprio le razzie di bestiame. Per questo non solo gli analisti politici ma anche la popolazione è ormai convinta che siano una questione di “armi, terra e voti”.

Va inoltre sottolineato che l’abigeato è diffuso soprattutto in zone remote dei paesi della regione, tra popolazioni emarginate e facilmente manipolabili, dove il tasso di povertà, di disoccupazione e di analfabetismo sono molto alti.

Davanti ad un così grave problema, in forte crescita, i governi della regione non sono ancora riusciti a mettere in campo risposte comuni e coordinate. Già nel 2000 hanno firmato un protocollo – Eastern africa police chiefs cooperation organisation (Eapcco) Cattle rustling protocol, anche conosiuto come Mifugo Protocol – che è rimasto però in gran parte sulla carta.

Sarebbe invece molto importante rivitalizzarlo, concordando forme effettive di coordinamento transfrontaliero e coinvolgendo le comunità nella ricerca delle soluzioni ad un problema che ha ormai radici più nella povertà, nella disoccupazione, nella mancanza di educazione, che nelle tradizioni ancestrali.