La parrocchia di St Louis di Bria

«La cosa più importante per noi non sono i principi teorici, ma come ricominciare a vivere insieme». Così inizia p. Moses Otii, missionario comboniano di origine ugandese, parroco della comunità “Notre Dame de Fatima”, una delle più vaste parrocchie dell’Arcidiocesi di Bangui, quando gli si chiede di raccontare della sua esperienza nell’ambito del dialogo interreligioso.

Perché proprio di questo si tratta: ricominciare. Creando opportunità perché musulmani e cristiani si riavvicinino tra loro, riprendendo a vivere e lavorare insieme. Dopo essere stati al centro di violente strumentalizzazioni politiche che li hanno portati ad essere associati erroneamente ai gruppi ribelli seleka e anti-balaka, che hanno messo a ferro e fuoco l’intero territorio della Repubblica Centrafricana a partire dalla fine del 2012.

Ennesima crisi politica che è stata ben presto interpretata come conflitto tra le due principali religioni del paese. Ma i fattori che hanno scatenato gli scontri vanno ricercati ben altrove: nell’abbandono da parte del governo dei vasti territori periferici e nell’ingordigia dei gruppi ribelli di accaparrarsi delle immense risorse minerarie del paese.

Neppure la parrocchia “Notre Dame de Fatima”, che si trova a poche centinaia di metri dal Km5, il polmone economico della capitale a maggioranza musulmana, è stata risparmiata. Ripetuti gli attacchi, i massacri, i tentativi di distruggerla, con decine di sfollati uccisi, tra cui due sacerdoti. Dal 5 dicembre 2013 oltre seimila sfollati vi hanno infatti trovato rifugio, cosa che si è protratta per più di tre anni. In mezzo alla tragedia, P. Moses non desiste.

Quello che gli dà la forza di restare in una situazione difficile come quella è la fede della gente. Lui si rende sempre più conto che la presenza della Chiesa è il suo unico segno di speranza. «Se avessimo lasciato la parrocchia, sarebbe stato come spegnere l’ultima fiaccola della speranza. La nostra presenza è capitale». La sofferenza lo avvicina alla gente.

Chiede al Signore la forza di fare qualcosa per loro. Prega, riflette, si confronta, chiede collaborazione. Costruisce un’équipe di lavoro e, insieme, iniziano a sognare, a pensare a delle iniziative. «In mezzo alle atrocità di quegli anni, abbiamo cominciato a pensare a delle iniziative, a intraprendere delle attività, con l’unico obiettivo di creare le condizioni perché le diverse comunità religiose si potessero incontrare».

Nasce il corso d’inglese, a cui partecipano circa 120 giovani, di cui 80 musulmani. P. Moses così ricorda quella prima esperienza: «All’inizio non è stato facile proprio per la presenza dei musulmani. Poi con il tempo i giovani hanno colto come quei musulmani che erano di fronte a loro erano persone come loro, con dei desideri, dei sogni da realizzare. Questo primo scambio è stato positivo e ci ha stimolati a continuare nella stessa direzione».

Vengono create équipe di ascolto per aiutare gli sfollati ad uscire dalla spirale di odio, rabbia e vendetta, viene girato il primo film sulla pace intitolato La colomba, proiettato in numerosi siti di sfollati, suscitando accesi dibattiti in vista della riconciliazione e del perdono.

E a fine 2019 viene inaugurato il centro culturale per i giovani “Les martyrs de Fatima”, che accoglie una biblioteca, una sala per conferenze, offre corsi di scrittura, informatica, robotica, la possibilità di un accompagnamento psicologico, un laboratorio di cinematografia e uno studio musicale. Ai numerosi corsi di formazione sulla pace e sulla gestione e risoluzione dei conflitti partecipano anche numerosi musulmani.

«Stiamo preparando il terreno per il perdono e la riconciliazione – spiega p. Moses –  Tanti mi dicono: ho perduto tutto, la mia famiglia, la casa. Come posso perdonare? Come posso riconciliarmi con una persona che ha falciato le persone più care al mondo?» Occorre preparare un terreno fertile alla grazia, perché il perdono è dono di Dio. P. Moses spiega il senso profondo di questo nuovo centro: «Occorre superare lo stato di vittima e diventare attori del nostro destino, abbiamo sofferto, vissuto situazioni negative, questo luogo di morte diventi un luogo di vita, da luogo di ferita a luogo di guarigione».

P. Moses ribadisce l’importanza di un dialogo interreligioso che sia profondamente ancorato alla vita delle persone: «Stiamo creando spazi perché la gente possa incontrarsi e le religioni mescolarsi». Oltre al centro culturale, adesso è la volta di una farmacia con annesso laboratorio per analisi mediche. L’obiettivo è sempre quello: curare le persone, le loro ferite, attraverso l’incontro. La parrocchia di Fatima diventa spazio in cui il dialogo tra le religioni diventa vita in sovrabbondanza. «Il dialogo interreligioso è vita per la gente, per i giovani!» precisa il responsabile di Fatima.

Anour Limane, presidente del Cercle de la jeunesse islamique centrafricaine pour le developpement (Circolo della gioventù islamica centrafricana per lo sviluppo) ricostruisce le diverse iniziative di questi ultimi mesi, a cui giovani cristiani e musulmani hanno preso parte presso la parrocchia di Fatima. Ne ricorda un paio, tra le più creative.

Lo scorso mese di settembre le comunità musulmana e cattolica hanno organizzato insieme il “Festiphoto de Fatima”, che ha offerto l’opportunità ai giovani centrafricani di esprimere la loro creatività attraverso l’invio di fotografie online che intendevano mostrare un volto diverso del paese rispetto alle immagini di morte e distruzione a cui i giovani sono normalmente abituati, per lasciare invece emergere la bellezza umana e ambientale di cui è rigogliosa la Repubblica Centrafricana.

E dal 9 al 12 dicembre scorso si è tenuto il “Festipaix de Fatima”, un festival del cinema con l’intento di promuovere la cultura della pace e il dialogo tra le culture e le religioni attraverso la produzione di film, sotto la direzione di Julio-Cyriaque Mbetheke (parrocchia di Fatima) e Fatoumata Dembele del Crjicad. Entrambe le iniziative hanno riscosso enorme successo e hanno visto la partecipazione di numerosi giovani.

Anour aggiunge: «Come comunità dei giovani musulmani frequentiamo assiduamente il centro culturale dei giovani di Fatima, i nostri studenti continuano a frequentare la biblioteca, occasione per loro di scambio con i giovani della comunità cristiana. Vogliamo rivivere quella comunione che esisteva prima della crisi». 

A questo proposito p. Moses ricorda: «Prima della crisi la parrocchia Notre Dame de Fatima era un’esplosione di vita. Quando vi ero arrivato come giovane missionario comboniano nel 2012, cristiani e musulmani vivevano insieme in questo quartiere a cavallo tra il terzo e il sesto arrondissement della capitale. La parrocchia era straripante di vita e iniziative, luogo di incontro fra tante persone di diversa appartenenza religiosa. Musulmani, protestanti, cattolici si ritrovavano per vedere film, partecipare a competizioni sportive, celebrare il Natale insieme. La crisi politico-militare scoppiata a fine 2012 ha spezzato tutto questo».

I bambini musulmani e cristiani si sedevano fianco a fianco sui banchi delle scuole di fronte alla parrocchia. Sr. Charlotte, direttrice della scuola cattolica “Notre Dame de Chartres” ha dovuto lavorare parecchio per questo processo di guarigione delle ferite lasciate dalla guerra. «Nella nostra scuola abbiamo un maggior numero di bambini musulmani rispetto a quelli cristiani. Dopo la guerra, insegnanti e genitori cristiani non volevano che i bambini musulmani tornassero a frequentare la scuola. Avevano sofferto troppo. Li abbiamo preparati poco alla volta ad accogliere di nuovo tutti i bambini, perché questa scuola non fa distinzione di religione, rango sociale, etnia».

Sono stati i bambini a spiazzarli. Quando la scuola è stata riaperta gli allievi, che non si vedevano da molto tempo, sono stati contenti di rivedere i propri compagni di classe e hanno subito cominciato a giocare insieme. «C’è stato bisogno di un lungo lavoro per fare capire loro che non siamo né anti-balaka né seleka, ma tutti fratelli e sorelle».

E rammenta: «Un giorno, durante un’assemblea un genitore musulmano ha detto ai genitori cristiani che la scuola protegge tutti i loro figli, musulmani e cristiani, preparandoli ad affrontare ed impegnarsi per il loro futuro». Che adesso loro vogliono diverso. Se la politica ha diviso il paese, mettendo gli uni contro gli altri, i giovani adesso vogliono impegnarsi a fondo per un avvenire diverso, in un paese in cui l’85% della popolazione è costituita da giovani non istruiti e quindi facilmente manipolabili.

E Anour Limane conclude: «Non dobbiamo lasciarci manipolare dal potere, da tutti coloro che vogliono dividerci. Noi giovani appartenenti a diverse denominazioni religiose abbiamo in comune questo paese, la Repubblica Centrafricana. Ciò che ci unisce è la RCA».

Questi giovani leaders cristiani e musulmani sono pronti a raccogliere la sfida perché la Repubblica Centrafricana diventi, con gli sforzi degli uni e degli altri, punto di riferimento per tutta l’Africa. Se la strada sembra ardua, questi giovani sono ancora più determinati a non venire meno nell’impresa. Esercitando una dirompente attrazione su altri giovani. E coinvolgendoli a lavorare per lo sviluppo e per la pace.

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