Militari della Wagner in Centrafrica

È sempre più evidente che la Russia punta a estendere e rafforzare la propria influenza nel continente africano. Anzi, a utilizzarlo come uno degli scenari preminenti della sua competizione con il mondo occidentale.

Tradizionalmente Mosca aveva accordi con numerosi paesi africani nel settore militare, in particolare per la fornitura di armi. In alcuni ha sostenuto anche la nascita di un’industria bellica locale. È il caso, ad esempio, del Sudan, che vanta di essere il terzo produttore di armi nel continente, dopo Egitto e Sudafrica.

Sudan porta d’ingresso

Secondo un rapporto del 2014 dell’organizzazione svizzera Small Arms Survey, «una revisione tecnica delle armi prodotte in Sudan conferma che si basano su disegni cinesi, iraniani e sovietici». Il Sudan è stato anche il primo paese in cui è risultata chiara la volontà russa di tornare ad avere un posto di rilievo nel continente, utilizzando proprio la vendita di armamenti. Lo dice un articolo pubblicato nel febbraio del 2009 dal centro di ricerca e analisi americano, The Jamestown Foudation. Il titolo non lascia adito a dubbi: La vendita di armi della Russia al Sudan primo passo del ritorno all’Africa. Vi si cita il database del Sipri sul commercio delle armi, da cui risulta che, nel periodo 2003/ 2007 Mosca aveva fornito l’87% degli armamenti convenzionali a Khartoum, contro l’8% arrivato dalla Cina.

L’attivismo russo nel continente, infatti, si è enormemente intensificato sotto la presidenza Putin. Uno dei momenti piú significativi è stato il summit e forum economico russo africano del 23 e 24 ottobre 2019 a Sochi, sulle rive del mar Nero, ospitato congiuntamente dal padrone di casa e dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi cui hanno partecipato 43 paesi continentali.

Nel discorso di apertura, Putin ha sottolineato la volontà russa di offrire aiuti e contratti commerciali «senza condizioni politiche o di altro genere» contrariamente a quanto fanno i paesi occidentali che usano pressioni, intimidazioni e ricatti. Anzi, ha osservato che per i governi africani la Russia sarebbe stato sicuramente il paese più appropriato cui appoggiarsi per resistere e rispondere a queste indebite intromissioni nella loro sovranità nazionale. Una dichiarazione chiara delle finalità di Mosca nel continente. Nell’occasione del summit, sarebbero stati firmati 92 tra accordi e pre-accordi, economici e non solo.

 

Canali non ufficiali

Per raggiungere i suoi obiettivi, il Cremlino starebbe però utilizzando non solo i normali canali diplomatici ed economici, ma anche, se non soprattutto, metodi diversi. Secondo un articolo pubblicato il 29 luglio scorso da The African Report, è ormai evidente che si serve sia del gruppo paramilitare Wagner, apparentemente privato, sia del potere della manipolazione esercitato attraverso i social network, come del resto ormai più volte verificato e denunciato in altre parti del mondo.

Il Wagner Group è ormai piuttosto noto a chi si occupa di questioni africane. Identificato per la prima volta nel 2014 in Crimea, dove operava a fianco dell’esercito russo che aveva occupato la penisola, sarebbe sbarcato in Africa a partire dal Sudan. Un’avanguardia di mercenari russi già notati durante la ventata di dimostrazioni anti-regime del 2013.

Ma la presenza del gruppo si sarebbe palesata, estesa e rafforzata dopo l’incontro, nel novembre del 2017, tra Putin e l’allora presidente sudanese, Omar El-Bashir che chiese esplicitamente protezione contro «le azioni aggressive degli Stati Uniti» e offrì il suo paese come porta d’ingresso nel continente.

Ora il Wagner Group è presente in vari modi e in varie forme in almeno metà dei paesi africani. Il centro di analisi politica degli Emirati Arabi Uniti (The Emirates Policy Center, EPC) ne elenca 23. Ma le missioni di maggior peso sono concentrate nel nord e nel Corno d’Africa, con qualche eccezione. Almeno per ora quelle piú importanti si trovano in Repubblica Centrafricana, Sudan, Libia e Mozambico, nella zona di Cabo Delgado.

Missione in Libia

La missione in Libia, a sostegno di Khalifa Haftar, impensierisce particolarmente la difesa americana che la considera destabilizzante negli sforzi internazionali per la pace e una pericolosa spina nel fianco sud della Nato. Il col. Christopher P. Karns, portavoce di Africom, il comando militare americano in Africa, ha recentemente dichiarato che «la Russia impiega gruppi militari privati – Private Military Contractors (PMCs) – per offuscare il suo ruolo diretto». In effetti, Mosca ha sempre negato il proprio coinvolgimento nei conflitti africani, mentre non è affatto chiara la natura del Wagner Group.

Secondo un articolo della Bbc, pubblicato l’11 agosto scorso, il gruppo non esisterebbe ufficialmente (tuttavia altre fonti assicurano che sarebbe stato registrato nel 2013 in Argentina), ma avrebbe finora impiegato con regolare contratto almeno 10mila uomini.

Kimberly Marten, professoressa di scienze politiche al Barnard College di New York, sostiene: «Non è un’agenzia militare privata perché tutte le evidenze che abbiamo dicono che è strettamente legato all’intelligence militare e alle forze speciali, dell’esercito russo». Compreso il fatto che i suoi mercenari sono preparati presso campi del ministero della difesa russo.

Promuove interessi russi fuori dal paese

Un ex miliziano, intervistato dalla Bbc sulla natura del gruppo, ha risposto: «È una struttura che ha l’obiettivo di promuovere l’interesse del paese al di fuori dei confini». Un altro ha aggiunto che non ci sono precise regole di condotta. Se un prigioniero non è utile per le sue conoscenze o perché non può lavorare come “schiavo”, allora «il risultato è ovvio».

Infatti il gruppo si è macchiato di abusi e crimini non solo contro i prigionieri, ma anche contro i civili inermi, come dimostra un recente rapporto dell’organizzazione investigativa americana The Sentry intitolato Russia-Linked Wagner Group Committing Mass Atrocities Against Civilians in Central Africa. Ma Mosca non se ne assume alcuna responsabilità.

Andrey Chuprygin, che lavora con il Russia international affairs council, un centro di ricerca di politica internazionale istituito a Mosca con decreto presidenziale nel 2010, sostiene che il governo avrebbe deciso di servirsene in base al seguente ragionamento: «Se funziona bene, possiamo usarlo a nostro vantaggio. Altrimenti non avremo avuto niente a che fare con loro».

Sfruttamento delle risorse

Il vantaggio è legato certamente all’influenza politica, ma anche allo sfruttamento delle risorse dei paesi dove il gruppo Wagner interviene. Il colonnello Christopher P. Karns di Africom ha sottolineato che le loro azioni militari sono spesso legate a contratti per estrarre minerali, «cosa che può minare la capacità di sviluppo economico dei paesi africani».

L’evoluzione della presenza russa, descritto dal portavoce di Africom, è chiarissima sia in Sudan sia in Centrafrica e si può intuirla anche in Mozambico, dal momento che la regione di Cabo Delgado è particolarmente ricca di risorse minerarie. Nello scenario descritto, il gruppo Wagner funzionerebbe da apripista, fornendo servizi quali training all’esercito, guardie armate agli esponenti del governo, guerra informatica, operazioni contro le ribellioni armate e di controllo nelle zone minerarie, per poi facilitare contratti di tipo economico per compagnie russe, spesso associate o controllate dai leader del gruppo stesso.

I leader

Leggendo gli ormai numerosi articoli sul gruppo e sulla costellazione di compagnie presenti a vario titolo in Africa, due nomi emergono sempre: quello del fondatore, Dmitriy Valeryevich Utkin, veterano delle forze speciali dell’esercito russo e simpatizzante nazista (il nome del gruppo sarebbe legato alla sua ammirazione per il Terzo Reich), e quello di Yevgeny Prigozhin, proprietario o maggior finanziatore (circostanza sempre negata dall’interessato), uomo d’affari strettamente legato a Putin.

Prigozhin risulta avere finanziato e diretto anche una rete di società, tra cui Internet research agency, Ira, con sede a Pietroburgo, e le sue collegate Concord Management and Consulting Company, accusate di essere le centrali da cui partono le campagne di disinformazione russe.

Secondo The Africa Report, Ira e le sue consociate sarebbero attive anche in Africa, con l’obiettivo di preparare la sostituzione dell’influenza dei paesi ex colonizzatori con quella russa. È descritto il suo operato in Mali, fomentando i sentimenti antifrancesi, per altro già piuttosto forti nel paese. Emissari di Wagner sono stati visti a Bamako nel 2019. Hanno preso contatto con politici e militari a loro vicini perché formati in Russia, tra gli altri Assimi Goita, attuale presidente ad interim del paese. Hanno poi supportato dimostrazioni antifrancesi e pro russi sia a Bamako, la capitale, sia in altre città.

Un’escalation che fa dire come il Mali potrebbe essere il prossimo paese in cui il gruppo Wagner rafforzerà la propria presenza, sia sul piano militare sia su quello economico. I servizi di intelligence francesi ne sono preoccupati, come dell’espandersi del gruppo in Ciad, dove avrebbero già contatti con alcuni gruppi ribelli.

Epc, il centro di analisi politica degli Emirati, come altri esperti di cose africane, vedono l’attivismo russo in Africa come una campagna ben orchestrata e a lungo termine le cui implicazioni sono ormai chiare e portano a una maggiore militarizzazione e instabilità del continente, diventato lo scenario maggiore della competizione geostrategica attuale e degli anni futuri.

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