AFRICHE IN CORSO – DOSSIER GENNAIO 2020

È soprattutto nel Liptako-Gourma, a cavallo tra le frontiere maliana, nigerina e burkinabè, che si sono riorganizzate le forze del terrorismo. Che non sono adeguatamente contrastate.

Il 2020 nel Sahel sarà, senza dubbio, un anno “caldo”. A far alzare i termometri, però, non saranno solo gli effetti dei cambiamenti climatici, particolarmente evidenti in questa già arida regione africana.

Il jihadismo armato, infatti, rappresenta la minaccia più incombente per la sicurezza e la stabilità degli stati della fascia sahelo-sahariana. Se ai suoi limiti occidentali e orientali, paesi come Mauritania e Ciad paiono parzialmente risparmiati dalla recrudescenza terroristica (fatta eccezione per Boko Haram nell’area del Lago Ciad), il cuore del Sahel si trova costantemente sotto attacco, con Mali, Niger e Burkina Faso a comporre il nuovo fronte del jihadismo globale.

Come negli anni passati, epicentro del conflitto resta il Liptako-Gourma, la zona detta “delle tre frontiere”, a cavallo fra le regioni settentrionali di Mali, Burkina Faso e Niger, dove sigle della galassia qaidista, da marzo 2017 riunite nel Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), figlio di al-Qaida nel Maghreb islamico, operano in stretta collaborazione con nuove compagini legate allo Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs).

Fortemente ridimensionata in Siria e Iraq, la multinazionale del terrore più temuta al mondo, infatti, nell’ultimo anno ha concentrato le forze proprio contro il Sahel, dove mira a creare un nuovo Califfato. Inizialmente antagonista dei cugini di al-Qaida per divergenze ideologiche e concorrenza nel reclutamento, oggi l’Isgs si propone invece…

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