Uomini e donne reclutati da caporali e padroni senza scrupoli, coltivano gli ortaggi e la frutta che riempiono le nostre tavole o pescano e lavorano il pesce che teniamo per mesi dentro frigoriferi costosissimi. Braccia e solo braccia utili al nostro benessere. Uomini e donne che portano pacchi e vivande sin dentro le nostre abitazioni: i rider.

Ordiniamo comodamente da casa ciò che pensiamo ci serva, ce lo facciamo consegnare, poi chiudiamo la nostra porta appena il ciclofattorino ci ha portato l’agognato pacco, fregandocene della fatica e dello sfruttamento che caratterizzano la vita di quel ragazzo o ragazza originario ad esempio del Mali, della Nigeria o della Tunisia. A noi interessa il pacco, il suo contenuto e il servizio che ci viene reso e che ci fa sentire serviti e dunque così tanto moderni.

E ancora, mentre il Covid-19 ci ha chiuso dentro casa, migliaia di muratori, ogni giorno, costruiscono le nostre abitazioni vivendo lo sfruttamento dei subappalti, il cottimo, il pericolo costante di cadere dall’impalcatura e di non tornare più a casa. Anche questi costruttori dei nostri focolai sono la servitù immigrata che ci fa comodo e di cui non vogliamo prendere coscienza.

Affermava Kevin Bales in I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale (Feltrinelli, 2000): «La schiavitù non è una mostruosità del passato di cui ci siamo definitivamente liberati, ma qualcosa che continua a esistere in tutto il mondo, persino in paesi sviluppati come la Francia o gli Stati Uniti. Non c’è luogo della terra in cui gli schiavi non continuino a lavorare e sudare, costruire e soffrire».

La loro presenza nel nostro quartiere, sotto casa o appena fuori l’uscio, non è un incidente della storia ma il risultato di interessi consolidati, sostenuti dall’indifferenza di tanti cittadini che preferiscono non sapere, non interrogarsi, lasciar correre, piuttosto che conoscere, impegnarsi, opporsi a un potere liquido, milionario e criminale che ci vuole consumatori bulimici e non cittadini consapevoli dei nostri diritti. Ancora troppe persone non vogliono comprendere che ciò che accade oltre i nostri confini, accade in realtà dentro casa nostra.

Sfruttati e ignorati

Quel ragazzo immigrato, che per alcuni è solo un invasore o un ladro di risorse, potrebbe essere fuggito dall’Eritrea governata dal dittatore Isaias Afwerki – amico di tanti paesi europei, Italia in primis, coi quali aziende nostrane fanno affari milionari –, aver conosciuto i lager libici dove ha lavorato come uno schiavo, a volte subendo anche violenze sessuali, aver attraversato il Mediterraneo pregando insieme a decine di altri ragazzi, ragazze e bambini dentro una barca, vedendo in mare i corpi di chi è caduto e non è stato salvato, per arrivare nei campi calabresi, pugliesi, laziali, lombardi, emiliani o veneti a lavorare 14 ore al giorno tutti i giorni del mese sotto il caporale e padrone (Marco Omizzolo, Sotto padrone, Fondazione Feltrinelli, 2019).

Esattamente come quei sedici ragazzi che hanno trovato la morte tra il 4 e il 6 agosto del 2018, tutti braccianti di origine africana: quattro sulla provinciale tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, dodici sulla statale 16 vicino a Lesina, in Puglia. Due tragedie della geografia della schiavitù contemporanea e di strutturali dispositivi di vulnerabilità, di marginalizzazione, di segregazione ed esclusione dai diritti fondamentali.

Dai rottami dell’incidente di Lesina è emersa la globalizzazione delle campagne (Carlo Colloca, Alessandra Corrado, La globalizzazione delle campagne. Migranti e società rurali nel Sud Italia, FrancoAngeli, 2013; Marco Omizzolo, Pina Sodano, Migranti e territori, Ediesse, 2016) evidente nella targa bulgara, autista marocchino, vittime ventenni dell’Africa subsahariana, raccolto italiano, otto posti a sedere, quattordici passeggeri a bordo, due sopravvissuti (Fabrizio Gatti, La nuova Gomorra è a Foggia, L’Espresso, 13 agosto 2018).

Erano ragazzi africani che lavoravano per vari caporali e aziende locali, schiavi di padroni che lucravano sul costo del lavoro alimentando filiere sporche caratterizzate da sfruttamento entro i perimetri di una egemonia criminale mafiosa (Fiammetta Fanizza, Marco Omizzolo, Caporalato. An authentic Agromafia, Mimesys International, 2019)

Facciamo memoria

Si devono ricordare gli omicidi degli schiavisti e dei mafiosi che hanno lasciato in terra uomini come Jerry Masslo, a cui l’Italia deve scatti di civiltà straordinari. Ancora troppo poco ricordato, Jerry ha combattuto per la libertà sia nel suo paese di origine, il Sudafrica, sia in Italia e precisamente nei campi agricoli di Villa Literno, in Campania, trovando la morte nel 1989 per mano di criminali che non volevano fermare la ribellione dei braccianti africani che chiedevano giustizia e libertà. Jerry si è esposto, come era nella sua personalità, ci ha ricordato che senza il coraggio della ribellione e dell’impegno non c’è cambiamento possibile.

Quasi 33 anni sono passati dal suo omicidio e troviamo ancora nelle nostre campagne, sulle impalcature dei nostri palazzi, sulle nostre strade e barche, uomini e donne ridotti in schiavitù. Secondo l’istituto di ricerca Eurispes, il business delle agromafie muove 25 miliardi di euro l’anno. Un business macchiato di sangue che coinvolge decine di migliaia persone che vivono condizioni di lavoro para-schiavistiche, subordinati al comando di un boss, capo, manager o padrone. Uomini e donne, queste ultime a volte anche vittime di violenze sessuali, di cui non abbiamo una vigile e indomabile coscienza ma una colpevole abitudine alla convivenza.

I diritti umani, nonostante siano garantiti indipendentemente dalla cittadinanza e dalla nazionalità in quanto non negoziabili né rinunciabili (art. 1, 2, 3 e 10 della Costituzione) e per questo fondativi di un ordinamento ispirato ai princìpi democratici, sono violati, come ricorda Amnesty Italia, da razzismo e sovranismo che rinviano a interessi economici consolidati.

Ancora tanti fratelli e sorelle dalla “pelle nera”, infatti, solo in quanto poveri e stranieri, vengono tenuti ai margini, nei ghetti, negli angoli delle stazioni ferroviarie in dimore di cartone, obbligati a lavorare senza sosta, piegati dallo schiavismo contemporaneo e da un razzismo che dello schiavismo è la cornice perfetta in quanto, come affermava Immanuel Wallerstein ne Il declino dell’America (Feltrinelli, 2004), modo per distinguere coloro che godono di diritti da coloro che ne sono esclusi o ne godono in misura minore.

La stessa Corte costituzionale italiana ha più volte sancito che i diritti umani spettano «ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani», estendendo esplicitamente il loro godimento anche ai migranti soggiornanti senza un regolare permesso.

Tutto si tiene

Razzismo, sfruttamento, schiavitù, ghettizzazione ed emarginazione, sono tra loro collegati e rappresentano la funzione ideologica della globalizzazione delle disuguaglianze. Non vi potrebbero essere, infatti, i “ghetti” in Calabria, Puglia o Piemonte, o forme di grave sfruttamento lavorativo in mare, nell’edilizia o nelle grandi piattaforme digitali, senza l’adozione e diffusione, anche per mezzo di una stampa accondiscendente, di tesi xenofobe e razziste atte a giustificare tali condizioni e processi.

Il sociologo Enzo Nocifora afferma che «l’avvento del lavoro schiavistico e paraschiavistico nelle società contemporanee è una delle trasformazioni più significative che siano avvenute nel corso degli ultimi anni. Si tratta di una trasformazione sorprendente se si pensa che tutta la cultura dell’Ottocento e del Novecento è stata incentrata sugli sforzi di normazione, sempre più esplicita ed articolata, del rapporto di lavoro allo scopo di consentire ai lavoratori di accedere ad un sistema delle garanzie predisposto a loro favore.

La limitazione oraria della giornata lavorativa, la definizione di un periodo di ferie pagate, la generalizzazione della previdenza e dell’assistenza, la creazione di apparati pubblici di collocamento in regime di monopolio e così via» (Enzo Nocifora, Quasi schiavi: paraschiavismo e super-sfruttamento nel mercato del lavoro del XX secolo, Maggioli, 2014).

«Qui muoio un po’ ogni giorno»

Una parte dell’umanità viene considerata rifiuto o scarto (Zygmunt Bauman, Vite di scarto, Laterza, 2018) non riciclabile da tenere fuori le frontiere degli stati o dell’Unione europea, o da usare fino a consumarla in quanto non-persone utili alla produzione della nostra ricchezza (Maurizio Ambrosini, Utili invasori. L’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro italiano, FrancoAngeli, 1999).

Resta fondamentale quanto ha dichiarato, in piena pandemia, un giovane maliano impiegato nelle campagne pugliesi come bracciante: «Sono arrivato in Italia pensando di trovare accoglienza e un lavoro. Ho trovato invece padroni e mafia… questa non è l’Europa sognata dagli africani. Qui in Italia mi sento uno schiavo e non un uomo libero. Sono fuggito dal Mali dove rischiavo la vita dopo la morte di mio padre. Sono arrivato in Italia con tante speranza e dopo un viaggio durato più di due anni. Ho rischiato di morire molte volte ma quello che mi spingeva ad andare avanti è sempre stato il desiderio di vivere con la mia famiglia una vita migliore in Europa.

Invece, mi ritrovo a vivere da schiavo in un paese straniero. Un paese che non mi vuole, dove mi spacco la schiena lavorando in queste campagne tutti i giorni per 400 euro al mese. Così si arricchiscono solo i padroni italiani e i mafiosi. Io non ho mai messo da parte soldi. Ci pensi? Lavoro da due anni come uno schiavo e non ho un euro da parte. Non ce la faccio più. Vivo nel ghetto di Rignano Garganico dentro una casa di legno e cartoni, senza corrente e senza bagno.

Ho visto molte persone morire nel deserto, in Libia e in mare. Ma qui, in Italia, si muore un po’ ogni giorno. Da schiavo io muoio ogni giorno. Senza libertà in un paese libero e ricco come l’Italia io faccio la vita da schiavo…. se devo chiedere una cosa agli italiani è di non dimenticarsi di chi lavora in queste campagne e che siamo tutti fratelli».

Una vergogna che ci obbliga a prendere coscienza, posizione, a mobilitarci per far crescere una domanda di giustizia nuova e ribelle in un paese come l’Italia che è porta per l’Africa e per l’Europa.

L’articolo è parte del dossier Gli schiavi della porta accanto, pubblicato nel numero di febbraio di Nigrizia