Il dittatore ciadiano è accusato di genocidio
Si è tenuta venerdì scorso a Dakar la cerimonia di apertura delle Camere Africane Straordinarie incaricate di giudicare il dittatore ciadiano Hissene Habrè, accusato della morte di 40.000 persone e rifugiato in Senegal dalla caduta del suo regime nel 1990. Un grande passo avanti per le vittime e le Ong che le assistono dopo una battaglia legale di tredici anni. È la prima volta che un dittatore africano risponde dei crimini commessi davanti a un tribunale di un altro Paese africano.

«Oggi è un grande giorno per le vittime e chi le accompagna. L’atto posato questa mattina costituisce per loro una speranza reale». È con tono commosso che Jacqueline Moudeïna, presidente dell’Associazione ciadiana per la promozione e la difesa dei diritti dell’uomo (Atpda) e avvocato delle vittime in Ciad commenta a Dakar l’inizio delle attività delle Camere Africane Straordinarie per il processo del dittatore ciadiano Hissène Habré, avvenuto venerdì scorso nel Palazzo di Giustizia della capitale senegalese. «Facciamo oggi elogio al Senegal, che può camminare a testa alta, provando al resto dell’Africa che gli africani possono regolare i propri problemi», dichiara alla stampa Reed Brody, consigliere giuridico della Ong Human Right Watch. Dopo tredici lunghi anni di battaglie e tergiversazioni, le vittime della macchina repressiva della dittatura dell’ex presidente ciadiano iniziano a intravedere spiragli di giustizia.

Una lunga lotta. Hissene Habré, accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e tortura commessi durante il suo governo (1982-90), vive in Senegal dal momento in cui fu deposto dall’attuale Presidente Idriss Deby. I suoi crimini sono testimoniati, oltre che dalle vittime sopravvissute, anche da un documento di Human Rights Watch ritrovato nella sede della polizia politica di Habré (Dds), e da un’inchiesta condotta da una speciale Commissione del governo ciadiano, che lo accusa della morte di 40.000 persone. Nel 2000, sette vittime sporsero denuncia a Dakar contro di lui, ma la giurisdizione senegalese si dichiarò incompetente a procedere alla persecuzione giudiziaria. La parte offesa si rivolse allora alla Giustizia belga, che chiese l’estradizione di Habrè nel 2005. Di fronte al rifiuto dell’allora presidente senegalese Abdoulaye Wade fu allora l’Unione Africana (Ua) nel 2006 a chiedere al Senegal di giudicare il dittatore, e mentre il governo senegalese continuava a tergiversare la Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) decise che Habré doveva essere processato da “una giurisdizione speciale a carattere internazionale”. Dal canto suo, la Giustizia del Ciad lo condannò a morte per contumacia nel 2008.

Il primo tribunale africano. È stato tuttavia solo sotto la nuova presidenza di Macky Sall che la situazione in Senegal si è finalmente sbloccata: dopo aver stretto un accordo con l’Ua, il 19 dicembre 2012 il governo senegalese ha votato una legge per istituire le quattro Camere Africane Straordinarie richieste dall’istituzione africana “con lo scopo di perseguire e giudicare le o i principali responsabili dei crimini e delle violazioni gravi di diritto internazionale commessi sul territorio ciadiano durante il periodo dal 7 luglio del 1982 al 1 dicembre 1990”. «Il Senegal doveva agire anche in nome della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che aveva ratificato e che l’obbligava, quando una persona è accusata di atti di tortura ed è sotto la sua giurisdizione, a giudicarlo o estradarlo. Qualcuno dice che il Senegal ha violato la sua Costituzione per obbedire all’Unione Africana. Ma queste camere africane rispondono alla giurisdizione internazionale, così come il Tribunale Speciale del Ruanda rispondeva agli standard delle Nazioni Unite. È la prima volta che l’Unione Africana costituisce un tribunale ad hoc internazionale. Siamo i primi a rivendicare un processo giusto ed equo e ne va anche della credibilità dell’Africa», commenta Assane Dioma Ndiaye, avvocato senegalese delle vittime di Habrè.

Il processo. Nonostante ancora una data esatta per l’inizio del processo non sia stata fissata, l’amministratore delle Camere Straordinarie Ciré Aly Ba ha dichiarato venerdì durante la cerimonia di apertura dei lavori che la fase istruttoria del processo durerà indicativamente 15 mesi. «L’accusa e la difesa disporranno della massima libertà nel condurre le indagini sul suolo ciadiano. È una condizione sine qua non per la buona riuscita del processo», afferma l’amministratore. Che tiene anche a precisare che sarà appositamente costruito un luogo specifico per la detenzione che risponda agli standard internazionali. Per quanto riguarda il finanziamento del processo, Ciré Aly fa sapere che finora sono stati utilizzati un quarto del budget totale, ribadendo che sul Senegal non peserà alcun onere finanziario. Secondo il settimanale panafricano Jeune Afrique, il processo costerà 7,4 milioni di euro: una somma che sarà raccolta grazie al contributo di Unione europea (2 milioni di euro), Paesi Bassi, Ua, Stati Uniti (ciascuno un milione di euro), Germania, Belgio (500.000), Francia (300.000) e Lussemburgo (100.000). Il maggiore donatore è il Ciad, con più di 4 milioni di euro. Dal canto suo la Difesa di Habré, rappresentata dall’avvocato senegalese El Hadj Diouf, aveva sempre cercato di impedire il processo ostacolando la creazione delle Camere Africane Straordinarie prima e ingaggiando una una battaglia legale dopo, per l’annullamento del processo, giudicato contrario alla Costituzione senegalese e alla presunzione di innocenza del proprio cliente.

Bufera in Senegal. El Hadj Diouf non è il solo in Senegal a essere al centro dell’attenzione per l’affaire Habré. Dopo la creazione delle Camere Africane Straordinarie in dicembre, a essere stato preso di mira è stato infatti l’attuale Primo Ministro Abdoul Mbaye, vittima di una mozione di censura presentata dall’opposizione il 26 dicembre, ma poi spazzata via dalla maggioranza dei deputati. Ex direttore della Compagnia Bancaria dell’Africa Occidentale (Cbao), quando Habrè, appena arrivato a Dakar, vi depositò la sua ingente somma di denaro, fu proprio Mbaye a gestirne una parte. Fatto che due mesi fa gli è valso l’accusa dell’opposizione di riciclaggio di denaro sporco. Scampato alla giustizia senegalese, il Primo Ministro non può tuttavia ancora dormire sonni tranquilli: secondo il quotidiano senegalese L’Enquete, Mbaye sarà molto probabilmente invitato a testimoniare sui soldi che Habrè avrebbe rubato al Tesoro ciadiano durante il suo regime.

Le vittime. «Vogliamo un processo giusto ed equo», ha dichairato Souleymane Guengueng alla stampa venerdì a Dakar. Membro dell’Associazione delle vittime dei crimini di guerra del regime di Hissène Habré (Avcrhh) e del comitato di pilotaggio per il processo, l’uomo è una delle vittime ciadiane della macchina repressiva di Hissene Habré. Insieme al presidente della medesima associazione, Clement Abaïfouta e all’unico dei due senegalesi sopravvissuti alle torture del dittatore, Abdouhramane Gueye, è uno dei principali attori di questa lunga battaglia per la giutizia. «Il giorno dopo la nostra uscita di prigione, avevamo la possibilità di uccidere quelli che ci hanno fatto del male. Ma abbiamo preferito andare per vie legali (…) Quello che abbiamo vissuto è inimmaginabile (…) Ci impedivano di curarci. Impedivano pure alle nostre famiglie di sapere dove fossimo…ci davano da mangiare del cibo che anche un cane rifiuterebbe», ha dichiarato Guengueng alla stampa. A testimoniare accanto a lui, Abaïfouta: «Vorrei tornarmene a casa con una rilettura della teranga senegalese (“ospitalità”, ndr), una teranga che non copre i dittatori. (…) Ho passato quattro anni in prigione nelle peggiori condizioni. Per sette mesi sono rimasto curvo al suolo. Mi si sono staccate le gengive, non riuscivo neanche a mangiare riso cotto. Quello che mi ha anche segnato in questi quattro anni è che sono stato obbligato insieme a dei miei compagni a seppellire chi moriva per malattie causate da questo trattamento inumano. (…) Il mio solo sogno è di vedere Hissene Habre dietro le sbarre. Quel giorno danzerò».

Video a cura di Luciana De Michele: Testimonianza vittime regime di Hissene Habrè – conferenza stampa 8 febbraio, Dakar
in occasione dell’inizio dei lavori delle Camere Africane Straordinarie incaricate di processare il dittatore contro crimini contro l’umanità e tortura durante il periodo del suo governo (1982-1990)

Souleymane Guengueng, comitato di pilotaggio internazionale e dell’Associazione delle vittime dei crimini di guerra del regime di Hissène Habré (Avcrhh)

“Ringrazio la sala, sono Souleymane Guengueng sg, so che molti senegalesi mi conoscono dal 2000, il primo giorno che siamo venuti a depositare la denuncia, sette vittime insieme a un Ong di donne che ci sostiene. Oggi al Palazzo di Giustizia secondo me la tavola si è presentatata davanti a me e questo mi ha ravvivato la speranza, perche noi sopravissuti delle torture che siamo davanti a voi e che da tredici anni cerchiamo giustizia, abbiamo rifiutato di vendicarci, bisogna che voi lo sappiate bene. Il primo giorno che siamo usciti da prigione avevamo la possibilità di uccidere tutti quelli che ci hanno fatto del male ma noi abbiamo detto no, è meglio cercare la giustizia. Non so se la nostra via di ricerca di giustizia è un torto o la migliore via rispetto a quelli che si sono vendicati (…) anche se mi sono ritirato dal Ciad i miei colleghi sono la e continuano ancora a subire le minacce e le intimidazioni (…) Non ho bisogno veramente di ripetermi troppo. Tutti voi qui nella sala non accettereste mai che un essere umano come lui, che vi possa far bere la sua propria urina. Perchè se eravamo in due potevamo batterci. Ci volevano uccidere se non eseguivamo i loro ordini. Ci impediva di curarci, di sapere alle nostre famiglie di sapere dove fossimo. E io che sono davanti a voi…quando mi hanno arrestato venivo dall’ospedale, il 3 ottobre 1988 e nn ho rivisto l ospedale che nel dicembre 2010, e credo che in qualsiasi posto del mondo i prigionieri sono curati, ma noi non potevamo. Ci davano da mangiare cose che anche se le date al vostro cane le rifiuta, volevano aiutarci a morire con il cibo che ci davano. Ma perche oggi ci vogliono rifiutarci la giustizia? Bisogna che quelle persone si esprimano e ci dicano perchè ci hanno fatto così male. Questa è oggi la nostra preoccupazione. (…) Mi si chiede di fare testimonianza e tornare al passato, questo mi fa male, a volte mi fa piangere, la volta scorsa in questa stessa sala non avevo potuto sopportare che il governo passato ci impedisse di fare giustizia. ma oggi diciamo grazie per quellop che è avvenuto oggi. Ma stiamo comunque in guardia affinchè si faccia giustizia per le vittime, perche siamo noi che abbiamo voluto la giustizia, non è nè il governo succeduto a Hissène Habré, nè le Nazioni Unite, nè l’Unione Africana, siamo noi che siamo davanti a voi che abbiamo chiesto giustizia, supportati dalle ong …la verità di Dio trionferà. Vi ringrazio”.

Clement Abaifouta, Presidente di Avcrhh

“Bisogna dire che questa mattina sono stato preso più dall’emozione che dalla gioia. Perchè dopo 22 anni di immobilismo alla fine le vittime hanno fatto un passo. Un passo verso la speranza. Vorrei domani ripartire con una rilettura della teranga, una teranga che non vale per i dittatori. Sono Clement Abaïfouta, ho passato quattro anni in prigione, nelle peggiori condizioni. Ho passato quattro anni in prigione nelle peggiori sofferenze. Per sette mesi sono rimasto curvato al suolo. Mi si sono staccate le gengive, non riuscivo neanche a mangiare riso cotto (…) Quello che mi ha anche segnato in questi quattro anni è che sono stato obbligato insieme a dei miei compagni a seppellire chi moriva per malattie, che non sopportavano più questo trattamento inumano. Oggi è un giorno che sarà cristallizzato nella mia vita, nella mia vita di lottatore, di assetato di giustizia. (…) il leone Hissène Habré cadrà e saròà giudicato. Il mio solo sogno è di vedere Hissene Habre dietro le sbarre.”