Cosa è vero e cosa è falso di quello che si legge su Internet, sui social? Cosa è propaganda e cosa attivismo sincero? E cosa di quello che viene postato, condiviso, amplificato creerà danni anziché benefici? L’Africa, da tempo oramai, sta facendo i conti con tutto questo: la difficoltà di districarsi tra la verità e la disinformazione, spesso malevola e costruita ad arte.

E, come sottolineano un sempre maggior numero di ricerche e analisi, usata nel panorama politico e da chi occupa posizioni influenti nella società, per plasmare l’opinione pubblica, ottenere vantaggi personali, distruggere avversari, creare (manovrati) movimenti di opinione.  

E, a volte, ad adottare (e insegnarle anche) tattiche di disinformazione sono attori stranieri, Israele e la Russia ad esempio. Già nel 2019, Facebook rimuoveva decine di account che operavano in otto paesi africani. Account creati per promuovere interessi politici e commerciali russi.

Gli utenti Internet in Africa sembrano avere ancora fiducia nella “verità” che circola in Rete, ma la consapevolezza che non tutto sia vero sta emergendo anche tra i più “ingenui”.  

I social: fonti primarie di (false) notizie 

A dicembre 2020 un sondaggio di Afrobarometer metteva in luce che su oltre 27mila intervistati in 18 paesi, un numero schiacciante credeva che i social media informassero sulla politica (88%) e li aiutassero ad avere un impatto politico con le loro scelte (73%). Tuttavia, la maggioranza affermava che i social media rendono anche le persone meno tolleranti (64%) e più propense a credere alle notizie false (77%).  

Mentre un’altra ricerca, l’African Youth Survey, condotta in 14 paesi dalla sudafricana Ichikowitz Family Foundation, ha rilevato che le fonti di notizie meno affidabili per i giovani africani sono Facebook (53%) e Whatsapp (50%) a causa dell’enorme quantità di storie false che circolano ogni giorno sulle loro piattaforme.  Il 67% dei giovani afferma che le notizie false che circolano attraverso i social media ostacolano la loro capacità di rimanere informati.

Allo stesso tempo, i social media sono una delle principali fonti di notizie (54%) per i giovani, il che suggerisce che la nuova generazione di africani si affida ai social media per informarsi, nonostante di questi non si fidino più di tanto. Qualcosa di sicuro c’è: gli africani dovranno imparare sempre più ad orizzontarsi e discernere tra fatti e notizie fake.  

Fake news: politica e salute ai primi posti  

Ma che tipo di notizie false girano sui media? Una sorta di breve selezione la offre il direttore di Africa Check. Ci sono quelle che hanno a che fare con la salute, come quella diffusa da una rete no-vax che ha ripescato una notizia (falsa) del 2013, secondo cui 50 bambini africani sono rimasti paralizzati dopo aver ricevuto il vaccino contro la meningite. Una storia che ha ricominciato a circolare nel 2020 nel bel mezzo delle varie teorie cospirative sul vaccino per combattere il coronavirus.  

Quelle che coinvolgono organizzazioni criminali specializzate in furti di identità. O quelle di false cure mediche da parte di pseudo-scienziati che sfruttano creduloni e bisognosi di speranza. Per non parlare delle fake news di carattere politico. 

In Sudafrica, per esempio, un membro del parlamento continuava ad affermare che il 70% dell’economia informale fosse controllata da stranieri, questo allo scopo di incitare atteggiamenti xenofobi principalmente contro immigrati provenienti da altri paesi africani. Ma una corretta analisi dei dati ha stabilito che solo il 20% delle imprese informali era di proprietà di non sudafricani. Nel frattempo erano scoppiati disordini di piazza con atti di estrema violenza contro gli immigrati e le loro attività.  

Un’altra storia particolarmente rilevante ha a che fare con i simpatizzanti pro-Biafra in Nigeria. Ricordiamo che la guerra civile secessionista del Biafra è finita più di 50 anni fa, ma alcuni attivisti e politici si sono impegnati – ricorda sempre il direttore di Africa Check – in un’incessante campagna di disinformazione sui social media per creare l’impressione che le ostilità siano riprese e che la formazione di uno Stato indipendente sia imminente.  

Ciò ha rianimato le passioni etniche tra i biafrani, come avvenne alla fine degli anni ’60. Indagini anche su questo fronte hanno permesso di scoprire che mentre le tensioni sociali e politiche alla base dei sentimenti separatisti biafrani continuano a ribollire, una crisi come quella degli anni ’60 non è in realtà imminente. Così come invece avevano cominciato a scrivere i mass media mainstream che facevano riferimento a tali, imprecise e non accreditate fonti. E con loro ad allarmarsi e lanciare proclami in merito erano stati politici, diplomatici, organizzazioni della società civile.

Ma per un certo numero di fake news smentite ce ne sono il doppio, il triplo e ancora di più che si intrufolano nelle maglie della Rete, più di quante i fact-checker (in Africa esistono già almeno sei siti web di fact-cheking) non riescano a intercettare e smontare. E poi c’è da considerare che piattaforme come Whatsapp e Telegram sono un ottimo veicolo di storie false, ma sono più difficili da verificare perché la loro crittografia end-to-end rende difficile determinarne la fonte. 

Disinformazione in franchising 

Preoccupante è quanto emerso da un lavoro della ricercatrice sudafricana del Digital Forensic Research Lab (DFRLab) dell’Atlantic Council, Tessa Knight. La studiosa ha analizzato una serie di campagne di disinformazione in Uganda, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Eritrea, Sudafrica e Sudan per capire chi ha operato dietro le quinte. Per la maggior parte di tali campagne di disinformazione, come ha spiegato ad Africa Center for Strategic Studies, è risultata collegata a governi nazionali o partiti politici.  

In Uganda, per esempio, prima delle elezioni del gennaio 2021, una rete di account di social media non autentici operanti su Facebook, Instagram e Twitter diffondeva disinformazione coordinata a sostegno del partito al governo. Alcuni di questi account – poi rimossi da Facebook – erano gestiti direttamente dal governo ugandese attraverso il Government Citizen Interaction Center (Gcic) presso il ministero delle tecnologie dell’informazione, delle comunicazioni e dell’orientamento nazionale.  

Molti dei resoconti non autentici sono stati anche fatti risalire a un portavoce del figlio del presidente Museveni, Muhoozi Kainerugaba, tenente generale dell’esercito ugandese. Parte della disinformazione mirava a colpire il candidato alla presidenza e oppositore di Museveni, Bobi Wine, dichiarando, tra l’altro, che fosse gay, sfruttando così il generale sentimento omofobico diffuso nel paese.

Nella Repubblica democratica del Congo (RdC), è stata rintracciata una rete di social facente capo a un gruppo di giovani dell’Università di Kinshasa impegnanti a promuovere un politico nazionale, Honoré Mvula, e la sua organizzazione politica, Force des Patriotes. I giovani operavano con la classica tecnica del clickbait.  

Ma una delle scoperte più importanti è stata l’azione coordinata sui social media sulla questione etiopica (con account che producono migliaia di post e tweet a favore del primo ministro Abiy Ahmed, ma anche il contrario) e guerra nel Tigray che ha coinvolto la diaspora internazionale.  

«Le campagne su Twitter relative al conflitto in Tigray – spiega Tessa Knight – sono cadute in un’area grigia che offusca il confine tra un aggressivo attivismo online e una disinformazione coordinata. Sia i sostenitori che gli oppositori del governo nella diaspora hanno creato siti web che fornivano istruzioni dettagliate per la creazione di account Twitter e quindi fornivano testo e hashtag pre-scritti che gli utenti dovevano copiare e twittare». Si tratta della cosiddetta campagna “click-to-tweet“.

Inoltre, sono stati forniti i contatti twitter di ong, giornalisti e politici internazionali e ai membri della diaspora è stato chiesto di taggarli. E non è un caso che di recente il governo abbia annunciato lo sviluppo di sue piattaforme per sostituire Twitter, Facebook e Whatsapp.

Avevamo, in apertura, già accennato al ruolo della Russia in Sudan, dove una elaborata rete di disinformazione era collegata all’oligarca russo Yevgeny Prigozhin e alla Russia Internet Research Agency. Scopo della rete di disinformazione di Prigozhin in Sudan era promuovere il Cremlino e Prigozhin come amici del paese.  «Ha anche cercato di sostenere le Forze di supporto rapido (Rsf, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del Consiglio sovrano) – spiega la ricercatrice – e di ritrarre gli altri leader di transizione del Sudan come pedine degli Stati Uniti, arrivando al punto di suggerire che le cose andavano meglio per il popolo sudanese sotto la dittatura di Omar El-Bashir».

Ed è anche la Reuters a confermare che Facebook ha recentemente rimosso 1.000 account e pagine che contavano 1.1 milioni di followers e gestite da persone legate alla forza paramilitare Rrs. A giugno aveva già rimosso un altro network fatto di 100 account e 1.8 followers, connesso a lealisti di El-Bashir. Altra cosa interessante è che per gestire i social erano stati istruiti sudanesi, anche per la loro conoscenza della lingua e delle questioni interne.  

Per concludere, è chiaro che le tecniche della maggior parte delle campagne di disinformazione coordinata sono quelle dei cluster, gruppi che agiscono su più social amplificando i contenuti, copiando e incollando post e hashtag su dozzine di pagine e gruppi creati da account utente falsi. In questo modo, per ogni campagna decisa a tavolino, nascono decine di account fasulli con un metodo simile al franchising. Una mole di notizie false che non molti utenti dei social sono in grado di riconoscere come tali e che ripetute oggi, domani, e poi ancora, finiscono per diventare vere. 

 

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