Il governo etiopico sta sviluppando delle sue piattaforme per sostituire i social media Twitter, Facebook, il programma di messaggistica WhatsApp – proprietà di Zuckerberg insieme a Istagram – e la piattaforma di videoconferenza Zoom.

Lo ha annunciato nei giorni scorsi il direttore dell’Agenzia per la sicurezza della rete informatica del governo, Shumete Gizaw, accusando i colossi della comunicazione sociale di essere strumenti politici che agiscono contro gli interessi del paese.

Un annuncio che, se letto politicamente, potrebbe rappresentare una risposta alle insistenti pressioni degli Stati Uniti per una risoluzione del conflitto nella regione del Tigray.

Un conflitto in corso da quasi dieci mesi che sta rallentando la corsa allo sviluppo del paese, considerato fino a poco tempo fa come la grande economia emergente del continente, ora alle prese con i costi della guerra e con le defezioni di importanti investitori esteri.

Tra questi, il colosso sudafricano delle telecomunicazioni Mtn, che ha rinunciato ad operare nel paese, e la società kenyana Safaricom che ha ridotto la sua offerta, acquistando, in consorzio con altre aziende minori, una sola licenza, a maggio, per 850 milioni di dollari. L’Etiopia lancerà una nuova asta per una seconda licenza di operatore alla fine di agosto ma tra gli investitori aumenta la diffidenza.

Dietro la decisione etiopica di implementare delle proprie piattaforme ci sarebbe prima di tutto la volontà di controllo di mezzi di comunicazione di massa capaci di influenzare e movimentare la ampie fasce di popolazione della seconda nazione più popolosa del continente (oltre 108 milioni di abitanti), composta per oltre il 59% da giovani sotto i 25 anni.

Un controllo che è stato tacitamente denunciato dall’Unione europea nel maggio scorso, quando aveva annunciato l’annullamento della sua missione di osservazione alle elezioni parlamentari del 21 giugno (finanziate dall’Ue con 20 milioni di euro). Per Bruxelles non sarebbero state soddisfatte le condizioni sull’indipendenza della sua missione e il principale punto critico erano proprio i sistemi di comunicazione.

Agli osservatori il governo imponeva l’uso del sistema di telecomunicazione nazionale, da lui controllato, mentre Bruxelles chiedeva di poter importare e utilizzare apparecchiature di comunicazione satellitari V-Sat, sistema a basso costo che avrebbe garantito l’invio di dati anche nel caso di un’interruzione dei collegamenti istituzionali. Eventualità che si è poi verificata, almeno per la popolazione, che si è vista oscurare per giorni i social network durante il voto.

Un voto che aveva visto al centro delle polemiche proprio Facebook, inviso al regime per aver rimosso una rete di account falsi collegati all’agenzia governativa responsabile del monitoraggio delle telecomunicazioni e di Internet. (M.T.)

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