Le acque al largo della Somalia sono alcune delle zone di pesca più ricche del mondo e sono ancora in gran parte non sfruttate. Questa buona notizia si affianca ad un’altra meno confortante, quella riguardante la cospicua attività di flotte straniere che praticano pesca illegale.

Un nuovo report del Global Iniziative Against Organized Crime si sofferma su quello che è diventato un problema molto serio, sia dal punto di vista economico che dei rischi legati alla sicurezza e ai diritti umani.

Il primo dato da cui partire è la condizione politica della Somalia, paese balcanizzato in una serie di amministrazioni regionali semi-autonome sotto la supervisione di un governo federale con sede nella capitale, Mogadiscio. Di fatto un paese spesso identificato come failed state dopo quarant’anni di guerra civile che hanno tolto qualsiasi apparenza di governabilità interna, per non parlare del posizionamento a livello internazionale.

Con istituzioni statali estremamente deboli il settore della pesca – che da solo può incidere fortemente sullo sviluppo del paese – è di fatto in uno stato di anarchia. Dal 2012 – soprattutto grazie al potenziamento di misure anti pirateria – sono molto meno frequenti gli attacchi dei pirati somali, vera e propria piaga nel Golfo di Aden. Cosa che ha agevolato il ritorno delle flotte straniere.

Il fatto è che molte di queste, soprattutto provenienti da Iran, Yemen e sud-est asiatico, praticano abitualmente quella che la normativa definisce pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU). In passato la presenza di tali imbarcazioni era fornita come giustificazione per atti di pirateria da parte di gruppi somali, presentati come azioni per liberare le acque nazionali da predatori senza scrupoli.

Ma, secondo i ricercatori, in realtà spesso accade che siano proprio agenti somali locali a fornire (o fare da intermediari) licenze di pesca, registrazioni di bandiere, documenti di esportazione falsificati e persino distaccamenti di sicurezza armati a bordo. Tutto questo, naturalmente, a pagamento e con la collaborazione di uffici pubblici, attori governativi e para-governativi.

Insomma, un vero e proprio mercato illegale di licenze e permessi che però alla fine vengono riconosciuti da un’autorità e rifiutati da un’altra. Istituzioni deboli e corruzione diffusa hanno generato un sistema contorto difficile da districare e che gli esperti hanno definito “un partenariato pubblico-privato nella criminalità transnazionale”.

Le attività di pesca illegale, scarsamente controllate, provocano danni enormi all’ambiente marino. La pesca a strascico, per esempio, è vietata dalle leggi somale, ma è ampiamente documentato che questa viene praticata senza particolari ostacoli dalle flotte estere. Il report si concentra soprattutto sui risultati delle attività di centinaia di navi da pesca iraniane che operano nelle acque al largo del Puntland, una regione semi-autonoma della Somalia nord-orientale.

Qui, facilitati dai contatti e l’intermediazione di numerosi di agenti di pesca locali somali, legati al ministero della pesca e delle risorse marine del Puntland, gli armatori iraniani hanno costantemente ottenuto licenze e protezione armata locale, nonostante il fatto che l’amministrazione di quest’area del paese non sia autorizzata a rilasciare licenze a navi straniere. Come si diceva, la pesca illegale provoca anche continue violazioni dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori.

I casi Marwan 1 e Nefco

Nel report si analizza il caso del Marwan 1, un peschereccio a lungo raggio che un tempo faceva parte di una flotta thailandese, nota per agire in difformità totale delle normative. A bordo del Marwan 1 l’equipaggio, ingaggiato da un agente somalo in Kenya, era costantemente sottoposto a lavori forzati, condizioni di lavoro disumane e violazioni dei diritti. Va aggiunto che spesso i lavoratori vengono “assunti” con promesse di un certo tipo di compenso ma alla fine vengono pagati molto meno della cifra concordata e minacciati in casi di lamentele.

Altro caso esaminato dagli esperti, è quello della North East Fishing Company (Nefco), impresa di pesca somala con sede nel Puntland che – documenti alla mano – gode da tempo di un trattamento preferenziale da parte dei funzionari del governo locale. A partire dalla fine del 2019, la società ha usufruito dei contatti diretti con alti funzionari all’interno del ministero federale della pesca, incluso il ministro stesso.

Ciò gli ha consentito di emettere documentazioni irregolari per facilitare le esportazioni di prodotti ittici in Cina. In sostanza, è stata messa in campo un’iniziativa privata tra la società e funzionari del ministero della pesca, compreso il ministro, per vendere i diritti di pesca somali e trarne personale vantaggio.

Nel 2019 nella capitale etiopica Addis Abeba, nel tentativo di semplificare il rilascio delle licenze di pesca e garantire la gestione efficace delle risorse marine del paese, il governo federale somalo e le amministrazioni regionali avevano raggiunto un accordo provvisorio sulla condivisione delle risorse della pesca. Ma il continuo rilascio di “licenze” da parte di autorità illegittime ha gravemente compromesso l’attuazione dell’accordo.

È chiaro che, data la limitata capacità del governo somalo di vigilare sull’integrità della sua Zona economica esclusiva (Zee) o di rilasciare licenze di pesca credibili, la pesca illegale, non controllata e non regolamentata continui a prosperare ai danni della costruzione di un’economia locale sostenibile che benefici le comunità e lo Stato stesso. Se questo Stato fosse realmente strutturato e non così sfilacciato.

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