Il presidente somalo Mohamed Abdulahi Mohamed, detto Farmajo (Cgtn)

Da giorni a Mogadiscio spirano venti di guerra civile. Venti diventati burrascosi domenica 25 aprile in due quartieri a nord, quando le forze di sicurezza si sono scontrate contro le milizie che sostengono l’opposizione, la maggior parte appartenente al clan hawiye degli ex presidenti Hassan Mohamud e Sharif Ahmed. Da allora, un numero imprecisato di soldati dell’esercito ha abbandonato le caserme alla periferia della capitale, per convogliare nelle zone chiave, che ora controllano.

A poco è valsa, finora, la dichiarazione alla nazione fatta il 28 aprile dal presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, con la quale annunciava la rinuncia al prolungamento del suo mandato (scaduto l’8 febbraio) per altri due anni. Una mossa, approvata dai legislatori della Camera bassa il 12 aprile ma respinta dalla Camera alta, che aveva spinto i suoi oppositori a prendere le armi, minacciando di marciare su Villa Somalia.

Nel suo discorso, il presidente ha annunciato che si presenterà in parlamento sabato 1 maggio per ripristinare l’accordo elettorale del 17 settembre scorso e chiedere l’annullamento della proroga del suo mandato, rimettendo di fatto nelle mani dei legislatori la decisione finale. Un’ambiguità che non è evidentemente piaciuta agli oppositori, rimasti sulle barricate.

Un dietrofront finora dunque solo verbale, arrivato dopo insistenti pressioni internazionali e interne, e dopo il repentino voltafaccia di alcuni alleati di spicco di Farmajo, come il primo ministro Mohamed Hussein Roble e i presidenti di tre stati federali – Hirshabelle, Southwest e Galmudug – schieratisi con gli oppositori nel chiedere la deposizione del presidente.

L’accordo del settembre 2020 si riferisce a un processo elettorale in base al quale gli anziani dei clan selezionano i delegati ai collegi elettorali, che a loro volta scelgono i legislatori federali che poi scelgono un presidente. Ma è proprio su queste nomine, oltre che su quelle della Commissione elettorale, che si è giocato finora lo scontro politico tra Farmajo e oppositori.

Intanto il paese resta in attesa, col fiato sospeso. Le milizie pesantemente armate del potente clan hawiye, storico rivale dei darod, a cui appartiene Farmajo, presidiano le zone occupate nella capitale, dalle quali sono fuggite, dopo gli scontri a fuoco di domenica, tra le 60 e le 100mila persone, secondo stime Onu. E dove nel frattempo sono arrivati rinforzi in armi anche dall’Hirshabelle, nella Somalia centrale.

Ieri, il Comitato di coordinamento dell’Unione africana ha chiesto alle truppe dell’Amisom di rimanere neutrali, per facilitare efficacemente la futura smilitarizzazione di Mogadiscio e dintorni.

Nel frattempo, al-Shabaab occupa gli spazi lasciati sguarniti, moltiplicando gli attentati contro obiettivi civili e militari, e riuscendo a prendere il controllo – così fa sapere Reuters – di almeno una città.