Cutro: morte dell’umanità, istituzionalizzazione dell’indifferenza
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Un anno dal naufragio diventato decreto. Le parole del vicepresidente della CEI Francesco Savino
Cutro: morte dell’umanità, istituzionalizzazione dell’indifferenza
Nell’anniversario della strage di Steccato di Cutro, la condanna del vicepresidente della CEI, che ricorda le responsabilità della politica e il silenzio complice di chi non prende posizione. Dal naufragio si poteva imparare e cambiare rotta, e invece anche il mondo credente è diviso e divisivo
26 Febbraio 2024
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 5 minuti

È passato un anno dal naufragio in cui persero la vita, all’alba del 26 febbraio, almeno 94 persone, tra le quali erano presenti 35 minori. Sulla spiaggia di Steccato di Cutro, i legni del caicco Summer Love, partito con un carico umano di 180 migranti cui non si è voluto prestar soccorso, non ci sono più, ma ancora c’è chi in quelle acque non riesce a bagnarsi e lo racconta.

Tra queste persone c’è anche Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, che all’indomani di quella strage camminò lungo quella spiaggia, in un silenzio surreale, facendo organizzare una via Crucis cui parteciparono oltre mille persone.

Lui, con la sua chiesa e la sua gente, e accanto l’imam, con i suoi di fedeli. A testimonianza di una fratellanza che si riconosce eguale, senza confini, a differenza di quanto norma la politica, tanto italiana quanto europea.

Savino, a Verona per partecipare al percorso dell’Arena di Pace, che vedrà papa Francesco il 18 maggio nella città scaligera, non dimentica e unisce al ricordo parole dure, di condanna: «In quel naufragio è naufragata l’umanità; in quel decreto, che prende il nome da una strage, si è persa un’occasione per cambiare strada e si è istituzionalizzata l’indifferenza. E l’indifferenza, si sa, genera mostri, lo abbiamo visto ad Auschwitz, lo vediamo oggi con le persone migranti. Per quel che mi riguarda io in quel mare non riesco più a entrare, come si può? È diventato un cimitero. Ancora oggi mancano persone all’appello, ci si può fare il bagno pensando di trovarsi accanto un corpo di qualcuno che non è riuscito ad arrivare?».

Cutro, che quel 26 febbraio 2023 era il luogo di un naufragio che oggi si ricorda, a maggio dello scorso anno è diventato il titolo di un decreto immigrazione. Uno dei più repressivi e fallimentari, per la condanna ai cosiddetti scafisti, che rischiano fino a 30 anni di reclusione in caso di morti durante il loro traghettamento, e di cui sono iniziati i processi e le condanne, mentre ancora nulla si sa sulle responsabilità di Frontex e della guardia costiera italiana che non intervenne.

Ma anche per il pagamento dei 5mila euro di cauzione per evitare di essere detenuti in un CPR, per il quale la Corte costituzionale italiana ha rimesso alla Corte di giustizia europea il responso; per le procedure accelerate previste per i rimpatri in paesi cosiddetti sicuri che aumentano il numero delle persone irregolari per strada; per l’impossibilità di chiedere direttamente in questura la protezione speciale, che tutto rimanda alle commissioni d’asilo, intasandole.

Tutto questo monsignor Savino lo sa e non dimentica: «Il governo venne a fare la passerella a Cutro, senza neanche avvicinarsi a quella spiaggia che per giorni restituì corpi, né alle bare e né ai famigliari che piangevano i loro cari lì vicino e che poi chiesero di averne i corpi per le sepolture nei propri paesi di origine. Indifferenza istituzionale totale, incommentabile, per un caso, quello di Cutro, che sapevamo non sarebbe rimasto isolato. Dopo, infatti, ci sono state altre tragedie: i numeri delle persone che muoiono in mare, mentre tentano di arrivare nelle coste europee, non diminuiscono».

«Ma da quel che è successo a Cutro la politica non ha imparato niente, anzi ha perso, ha legato un naufragio a una legge disumana. Ma neanche noi abbiamo imparato: sull’immigrazione ci giochiamo quella che chiamiamo civiltà e tutti i valori che reggono la nostra democrazia, così come la nostra religione».

E che le istituzioni non abbiano imparato, lo mostra un’assenza che continua ancora. Durante le tre giornate organizzate in ricordo della strage dalla rete 26 Febbraio, che riunisce circa 400 associazioni, nessuna presenza governativa.

«Abbiamo una responsabilità, lo dico ricordando le parole del giudice Angelo Livatino, la sua preoccupazione per il “silenzio degli onesti”, quante sono le persone che tacciono davanti a quel che tutti i giorni vediamo? Che si voltano, fingendo di non vedere, non sapere? Livatino ci ricordava che ci verrà chiesto se, ancor prima di essere credenti, siamo stati credibili. E come possiamo esserlo? Noi credenti siamo divisi e divisivi rispetto all’immigrazione, siamo divisi sui fratelli immigrati. Eppure abbiamo un’enciclica che si intitola Fratelli (e sorelle) tutti. Ma se penso a quel che ascoltiamo, non capisco come l’accoglienza non possa essere il paradigma di tutte le persone credenti».

E prosegue Savino: «Per andare contro il male della banalità, un’altra espressione che ci ricorda il passato che credevamo di poter superare, la vera soluzione è una soltanto ed è racchiusa in quell’enciclica che ritengo la profezia di questo terzo millennio e che ci richiama alla fraternità tanto chiesta da papa Francesco. La fraternità è l’unica strada possibile e inclusiva».

Intanto stamattina, alla conferenza stampa che si terrà a Crotone, si annuncerà l’azione legale di una trentina di persone, tra famigliari delle vittime e superstiti del naufragio. Il team di legali è già pronto, fanno sapere, per far causa a uno stato, quello italiano, che a distanza di un anno non ha ancora chiarito le dinamiche, né mantenuto le promesse.

Perché se il presidente Mattarella ha tenuto fede alla parola data, e tutte le salme si sono ricongiunte con i propri cari; la promessa di riconoscere lo status di rifugiato a chi era scampato al naufragio è rimasta disattesa.

Il decreto Cutro/Piantedosi non è il solo a essere disumano, lo è anche il patto europeo sui migranti e l’asilo. “Inumano, irrealizzabile e inefficace”, così lo definiscono 250 persone accademiche appartenenti a un centinaio di università europee. Docenti e ricercatori che hanno unito le firme in una lettera aperta al Consiglio e al Parlamento Europeo, chiedendo che il patto non sia ratificato e scegliendo di diffondere la notizia proprio in concomitanza con l’anniversario del naufragio di Cutro. 

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