Creare nuovi spazi interculturali e interreligiosi

Non confiniamo i musulmani che vivono con noi, in gran parte migranti, in recinti preconfezionati. Collochiamoli, invece, in un quadro storico, proviamo a distinguerli. E le comunità islamiche scelgano di innovare il loro pensiero socio-politico e i loro contenuti religiosi. In nome della comprensione e della convivenza.

Le migrazioni delle popolazioni che per secoli hanno attraversato il mondo e la sua storia sono anche state migrazioni di modelli culturali, che hanno dato luogo a processi di reciproca influenza.

I popoli arabo-musulmani per lungo tempo hanno assunto il “viaggio” come concezione dello spazio e modello di vita. Discendenti di Ismaele figlio di Abramo (“Lode ad Allah che, nonostante la vecchiaia, mi ha dato Ismaele e Isacco. In verità il mio Signore ascolta l’invocazione” – Corano, Sura 14, 39), egli stesso un pellegrino, abitatori di una grande terra ma poco generosa di acqua, per molti secoli hanno vissuto e creato uno spazio in cui si incrociavano uomini e merci, saperi e costumi di Asia, Africa ed Europa, in una sorta di “piattaforma girevole”. La cultura arabo-islamica è quella che per lunghi periodi è riuscita a produrre una concezione umanista e universalista, grazie proprio a questo ruolo di mediazione e di collegamento fra realtà diverse, quello che oggi viene definito come ruolo di mediazione interculturale.

Chi è dunque il migrante musulmano di oggi, quello che vediamo arrivare? Questa persona viene sì da altrove, ma di fatto l’altrove è doppiamente intrecciato con questa realtà, in ragione di una ibridazione culturale. Ma viene anche “dal basso”. Guardando alla terra lontana come a una terra promessa, partito alla ricerca di un progresso materiale per sé, egli intuisce che la subalternità che gli è stata assegnata nel contesto di provenienza viene mantenuta e amplificata nel nuovo mondo, che la terra promessa è la terra degli altri, e le regole del gioco sono stabilite sempre e comunque dagli altri.

La musulmana e il musulmano che ritroviamo qui, in realtà sono degli stranieri immigrati che cercano un lavoro e che chiedono di poter soddisfare dei bisogni come ogni altra persona. Il mondo di questi soggetti è innanzitutto un mondo “scosso”, poiché la loro identità rimane, almeno inizialmente, come incompiuta, sospesa fra le abitudini di origine e i costumi del luogo di arrivo.

Già qualche decennio fa, Pier Paolo Pasolini presagiva l’arrivo dell’altro nella realtà italiana con questa poesia scritta nel ’62 e pubblicata nel ’64 (Garzanti, Milano) nella raccolta Poesie in forma di rosa, dal titolo “Profezia: Alì dagli occhi azzurri”: «Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli di figli, / scenderà da Algeri, su navi / a vela e a remi. Saranno / con lui migliaia di uomini (…) / sbarcheranno a Crotone o a Palmi, / a milioni, vestiti di stracci / asiatici, e di camice americane. (…) / Da Crotone o Palmi saliranno / a Napoli, e di lì a Barcellona, / a Salonicco e a Marsiglia…».

Non molti anni dopo, sull’altra sponda del Mediterraneo, il premio Nobel egiziano della letteratura Naghib Mahfuz prevedeva invece l’emigrazione quale possibile sbocco alla crisi della società araba in generale ed egiziana in particolare. (…)

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